“I sette pazzi” Roberto Arlt SUR Edizioni

“Cosa sto facendo della mia vita?, si diceva in quei momenti, e forse con questa domanda sperava di chiarirsi le origini dell’ansia che gli faceva desiderare un’esistenza nella quale il domani non fosse la continuazione dell’oggi con la stessa misura del tempo ma qualcosa di diverso e di sempre inatteso.”

“I sette pazzi”, pubblicato da SUR Edizioni e tradotto da Luigi Pellisari, può sembrare spietato se ci si ferma ad una prima impressione.

Basta entrare lentamente nel mondo contorto di Remo Erdosain per apprezzare un’opera magistrale.

Una miscellanea di stilemi ed un linguaggio che caratterizza i personaggi.

Ritmo che sa accelerare quando il conflitto emotivo si fa teso per poi decelerare nei lunghi monologhi.

Non viene rappresentata solo l’Argentina con i suoi contrasti e la sua storia complicata.

Roberto Arlt ci mostra la perversione e la follia, il degrado e l’annullamento dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo.

Offre con una lucidità travolgente la sconfitta delle nostre esistenze, abbindolate da sogni impossibili.

Traccia cerchi concentrici che intrappolano le esistenze comuni, quelle che sfuggono all’onore delle cronache.

Falliti? Se li giudichiamo all’interno del contesto considerato normale.

Mi piace immaginarli come sognatori che hanno perso tutto e in questa condizione di emarginazione riescono a pensare.

Con le loro idee geniali e completamente fuori da ogni percorso mentale lineare provano a ribellarsi, a costruirsi castelli per non essere schiacciati dall’inedia.

“Il senso della parola affondava nella sua mente con la lentezza di una pietra in un’acqua troppo spessa.

Quando la parola toccava il fondo della sua coscienza, forze oscure ritorcevano la sua angoscia.

E per un istante, nel fondo del petto, restavano a galla, tremanti come in uno stagno fangoso, le male erbe della sua sofferenza.”

Nelle strade malfamate, nei luoghi del peccato non c’è mai assoluzione.

L’autore fa emergere il dolore di essere caduti in basso, regala il volto contratto della colpa.

“Nella nostra camera dei deputati e dei senatori vi sono individui accusati di usura e di omicidio, banditi venduti a ditte straniere, gente di un’ignoranza così crassa che il parlamentarismo qui diviene la commedia più grottesca che possa mai avvilire un paese.”

Denuncia politica e sociale in un testo molto introspettivo.

Un viaggio affascinante nei gorghi affollati della mente, una girandola di invenzioni surreali e il bisogno per sopravvivere di costruire “la Menzogna metafisica.”

 

“Le belve” Roberto Arlt SUR

 

“Mi sembra di vivere in una città abissale, infinitamente giù, sotto il livello del mare”.

Tratto da “Una domenica pomeriggio”, pubblicato da SUR nel 2015, “Le belve è uno dei racconti più vivivi di Roberto Arlt.

Buenos Aires ha i colori cupi di un malessere esistenziale.

È allegoria di un’emarginazione sociale stratificata da anni di ingiustizie perpetrate sugli ultimi.

“Quando si è classificati in certe chine dell’esistenza, non si ha scelta.

Si accetta.”

Non c’è perdono o giustificazione, solo il doloroso e pietoso sguardo di chi sa osservare il degrado.

Oppressi e oppressori entrano tutti nel tragico gorgo della violenza.

Una violenza che si perpetua nelle strade, nelle case, nei postriboli.

Il demone del Male tra vetri rotti, gioco d’azzardo, corpi in vendita.

“Il silenzio è un vaso comunicante attraverso il quale il nostro incubo di noia e angoscia passa da un’anima all’altra mediante un oscuro contatto.”

Poesia della disperazione intensa, raggelante ma tangibile.

Una scrittura che trova affinità con la migliore letteratura del 900, offrendo all’America Latina un nuovo volto.

Le mitologie vengono distrutte ed appare l’Uomo.

Angelito, tagliaborse e tubercoloso, Guillermito il Ladro, L’Orologiaio, Unghia d’Oro, figure che provano a sopravvivere mentre cala “la notte del pensiero.”

Immagini crepuscolari, notti soffocanti e una nostalgia che emoziona.

Pagine immerse nelle luci cangianti di improvvisazioni linguistiche.

E un vecchio tango che annoda ricordi.

Vengono in mente i versi di Juan Rodolfo Wilcock:

“Cerchiamo soltanto di stessere

Dal tessuto di ogni ora

Ciò che ci nutre, ciò che c’incuora,

L’universalità dell’essere.”

Una prova letteraria che cede la malinconia alla bellezza della parola