“Lezioni di volo e di atterraggio” Roberto Vecchioni Einaudi Editore

“Cultura non è sapere, è cercare, cercare all’infinito.”

È modellare insieme saperi, comporre un quadro d’insieme ed avere il coraggio di metterlo in discussione e ricominciare ad individuare ipotesi, cause, connessioni.

È letteratura che si fa vita riscrivendo l’Odissea in chiave contemporanea.

È la nascita del linguaggio partendo dai suoni, imitando la Natura.

È la ricerca di una radice che accomuna De Andrè ed Edgar Lee Masters.

È “l’ultimo Settecento, groviglio di correnti che si disprezzano, si riconciliano, si divaricano e figliano per i fatti loro”, il pragmatismo della cultura americana del primo Novecento, l’interpretazione dell’immobilità e del silenzio di Rimbaud, l’unicità di Platone.

È la verità “la verità accecante, assordante, maschera perversa che si sfrangia, illimitato filo indipanabile che l’afferri e guizza come pesce fra le mani, ti raggira e t’illude, ché credi di averla letta tra le note di una cantilena divina, ed è forse cosí per un attimo, luce fra gli scogli, ma ecco che all’improvviso si spegne, ne trattieni solo brani sparsi, interrotti, falsati, sí che l’uno non si congiunge piú all’altro e ti resta un vago, impalpabile approdo di sereno, di vino formicolante fra le ossa, ombra dell’infinito.”

“Lezioni di volo e di atterraggio”, pubblicato da Einaudi, è il respiro ampio della conoscenza che non si lascia imprigionare in schemi.

Roberto Vecchioni, partendo dai ricordi di insegnante, spazia nell’universo del sapere.

La sua non è una lezione dotta e distante, è esperienza di vita, incontro e scambio.

È scuola che perde la staticità dei programmi ministeriali e dialoga, accoglie, comprende.

Offre agli studente lo spazio della creazione e dell’immaginazione.

Diventa teatro della realtà dove tutti sono protagonisti in un gioco dove la parola ha finalmente senso.

È viva, palpitante, invitante.

“«La giornata di follia» non è una lezione, seppure all’aperto.

È gioco, sfida, provocazione. È gettare un sasso e contare i cerchi che si allargano sull’acqua.

Porte che si aprono su altre porte, senza mai fermarsi alla prima.

È il giardino di Borges. Una finta finzione che conduce a un’altra verità.”

L’autore non abbandona il lirismo emozionante che amiamo, trasforma la prosa in una musica magica che rincuora e guarisce.

Interpreta il pensiero mitico che “non ha tempo, non ha spazio, è adagiato su un eterno presente, nulla cambia, tutto è.”

Non mancano gli amici del presente e del passato, uomini comuni e personaggi famosi.

Tra questi spicca il ricordo di Alda Merini, un regalo immenso per chi ha amato questa donna che non ha “nessuna pretesa di stupire con acrobazie sintattiche, metafore contorte.

Lei era vita, vita donata, appunto, all’ascolto o al non ascolto, bastava che le sue parole le intendesse Dio, immaginai da stupido.

Quella donna era stata rinchiusa anni in manicomio a Milano, e da un altro manicomio era da poco tornata, quello di Taranto.

Quella donna aveva riempito gli infiniti silenzi parlando ad alta voce in forma di un quotidiano eterno, tra le urla intorno e le porte sbattute, ricostruendo a occhi chiusi il profilo delle figlie e degli amori, non come noi li intendiamo, solo sembianza di qualcosa d’inarrivabile, consolazione nel possibile, distrazione e, nei brevi risvegli, tormento.”

Un testo che emoziona e regala un tempo infinito, capace di toccare il cielo e sfiorare i sogni.