“La voce di Robert Wright” Sacha Naspini Edizioni e/o

 

Le tecniche narrative utilizzate da Sacha Naspini sono sempre diverse e sorprendenti.

Leggere i suoi libri significa scoprire la parte più intima e profonda dell’uomo e non sempre quello che la scrittura svela è piacevole.

Bisogna accomodarsi comodi ed affrontare pagine vorticose, dove niente è scontato.

Le modulazioni stilistiche e i cambiamenti di genere si susseguono come inseguiti dal bisogno di irrompere nella vita del lettore.

Travolgerlo, irretirlo, costringerlo a fissare il buio della mente.

Dargli gli strumenti per ricostruire la propria storia perché si è tanto suggestionati che i personaggi descritti diventano i nostri fantasmi.

“La voce di Robert Wright”, pubblicato da Edizioni e/o, pur mantenendo molte caratteristiche dell’autore, presentano elementi decisamente più marcati.

La storia di Carlo Serafini ha sfumature ambigue volutamente costruite per acuire la tensione narrativa che dalla prima all’ultima pagina pervade il romanzo.

Per anni è stato voce di un famosissimo attore, ha costruito la sua fama all’ombra di un mito del cinema.

È stato alter ego anche sui social e nella vita mondana, ha rielaborato il proprio Io come fosse un personaggio di una sceneggiata.

Quando Robert Wright muore tutto si sgretola, restano solo i segni del proprio fallimento personale.

“Robert Wright aveva tanti personaggi.

Tu solo uno: lui.

Ora camminavi come un terremotato che ha perso tutto.

La stella polare alla quale avevi immolato l’esistenza non si era prodotta in un’esplosione colossale, da abbagliarci un’ultima volta: spenta e basta.

Con lei, la tua voce.”

Schiacciato da una realtà che fa paura il poveretto sceglie il silenzio e in quel silenzio c’è strazio e dolore ma anche una barriera protettiva.

Si assiste a questa scelta che forse è solo un atto di coraggio che nessuno comprende.

Non mancano i colpi di scena, le reazioni a volte divertenti di moglie e figlio, la cattiveria dei colleghi.

La dimensione del distacco è la nuova interpretazione, forse l’ultima che il nostro antieroe si concede.

È una sfida o una necessità?

Tanti segreti e debolezze emergono mostrando quanto siamo imperfetti e quali strategie utilizziamo per nascondere le nostre fragilità.

Siamo avvezzi alle sorprese che ci regala lo scrittore quindi preparatevi al lampo finale che certamente vi abbaglierà.

Chiudetere il libro e continuerete a ripetervi:

“La verità è che siamo tutti tizi impazziti, vestiti a festa ma nascosti chissà dove nella speranza che qualcuno si accorga di noi.”

 

“Nives” Sacha Naspini Edizioni e/o

“Nives” donna rude, vissuta tra i campi, incapace di piangere alla morte del marito.

Figura che sembra nascondersi dietro una lastra di ghiaccio si accorge presto che

“nella solitudine la vita di campagna cambiava tanto.

Le ore diventavano badilate sui denti al rallentatore; le medesime faccende prendevano una piega anomala.”

Per reagire allo “sprofondo” che la coglie ogni sera, sceglie come compagna la gallina Giacomina.

C’è tanta umanità repressa nelle scelte della protagonista del romanzo pubblicato da Edizioni e/o.

Un animale zoppo simbolo del profondo bisogno di colmare un vuoto, un abisso di immagini sbiadite.

Scene che rasentano l’ironia se non si percepisse che qualcosa sta per accadere.

Sacha Naspini ci ha abituati alle sorprese, ad una scrittura che precipita verso luoghi e sensazioni ed emozioni impreviste.

Sarà la lunga telefonata al veterinario Loriano Bottai a travolgere il percorso narrativo.

Ricordi che si intrecciano in un crescendo scenico perfetto.

Emergeranno amori giovanili, tempeste emotive, tragici tradimenti.

Una confessione che ha il sapore liberatorio, come un nodo che finalmente può sciogliersi.

Il linguaggio accelerato dai dialoghi è semplice, spontaneo.

Le parole arrivano come valanghe sul lettore e restituiscono ai personaggi gli ultimi barlumi di una giovinezza sprecata.

L’autore trasforma il pathos in un intreccio di eventi dove aleggia la rabbia e si libera il senso del pudore.

Niente può ancora restare sotterrato, bisogna estrarre dal passato cumuli di macerie, di menzogne, di finzioni.

“Non mi basterebbero sei vite per sfogliare questo libro d’oro che mi è fiorito dentro”

Le parole di Nives offrono una delle tante chiavi di lettura.

Bisogna avere il coraggio di affondare nelle pozze del passato e poi rinati riprendere la via.

 

 

“I cariolanti” Sacha Naspini Edizioni e/o

 

“C’è un punto oltre il quale non si può andare.

Forse, dopo aver pianto tante lacrime, un pò ci stanchiamo del dolore.

E’ come un’ombra che ormai ti ha gelato l’anima, ti accadono le cose e tu te ne resti sempre un pò fuori, le guardi da lontano, non sono più tue.”

Sacha Naspini in “I cariolanti”, pubblicato da Edizioni e/o, mostra fermezza e audacia.

Vuole parlare degli aspetti spaventosi delle guerre e non cede a nessuna tentazione di buonismo.

Sceglie una famiglia costretta a nascondersi in una grotta, li fa muovere dentro un girone infernale.

Concede al piccolo Bastiano la parola e si mette in un angolo.

La scrittura è densa, magmatica, tragica.

Le immagini crude tradiscono la necessità di superare il limite.

Una volta attraversato l’ultimo tratto di strada quello che appare è il nero di una notte senza ritorno, è il rosso del sangue che si rapprende.

La violenza non è mai scarto volontario, gesto inconsulto.

Nasce dell’isolamento e dalla mancanza di umanità.

Anche nelle scene più forti c’è un fermo immagine, l’ultimo sguardo prima di cedere ad un impulso che nasce dalla terra.

Terra che chiama e in quell’urlo c’è il ritorno all’origine dell’istinto innato.

La ragione si frantuma nelle asperità di un vissuto che non conosce la luce, il sorriso, la pace.

Si intravedono bagliori redentivi, fragili riverberi che si spengono abbeverati dalle acque melmose di un destino avverso.

Nel protagonista è evidente una vulnerabilità strutturale e identitaria, costruita con maestria.

La trama ha un flusso compatto ma l’obiettivo è ben più profondo.

Mostrare i volti contrapposti dell’essere umano in cattività.

Denunciare l’assenza di una società che sappia comprendere e diventare educatrice.

Mostrare la complicità di chi preferisce non vedere, non sentire e non raccogliere il verso dolorante di chi vive ai margini.

Trasformare il lessico in materia di dibattito offrendo la possibilità di confrontarsi con l’origine dei comportamenti.

Leggendo “Le case del malcontento”, “Ossigeno” e questa ultima prova narrativa, nel coglierne similitudini e dissonanze, si ha la certezza che l’autore ha una sua originalità nel panorama letterario internazionale.