“Nemici miei La pervasiva rabbia quotidiana” Nicoletta Gosio Einaudi

“La rabbia, l’aggressività è nell’aria: la respiriamo, la avvertiamo, la condanniamo, ne soffriamo tutti.”

Cosa sta succedendo?

Perché vediamo ovunque pericolosi aggressori?

Esistono forme d’amore che non includono la sottomissione e la prevaricazione?

Quando il linguaggio ha perduto purezza diventando sempre più frequentemente turpiloquio?

Il Super – io sociale e quello individuale non sono più in sintonia?

“Nemici miei La pervasiva rabbia quotidiana”, pubblicato da Einaudi, è un prezioso saggio che con competenza va alle radici dei cambiamenti culturali e sociali offrendo infinite occasioni di riflessione.

“Coabitiamo, viviamo in relazione con gli altri, quegli altri necessari per costruire il mondo e divenire ciò che siamo, in costante precario equilibrio tra esigenze contrapposte di appartenenza e distinzione”

Si è creato un confine interiore che ci impedisce di interagire serenamente e sempre più spesso “trascorriamo le giornate in campi di battaglia, fra incontri deludenti.”

Tragica è l’assuefazione a vivere in perenne conflitto con chi ci circonda.

La psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio, con un linguaggio chiaro ma articolato, mostra quanto le dinamiche psichiche di proiezione interiore si spostino verso l’esterno.

Si rifiuta quella parte di sé afflitta da “sensi di colpa, vergogna, invidia, angosce abbandoniche”.

La resistenza ad assumersi responsabilità porta a cercare capri espiatori, a difendere le proprie idee senza preoccuparsi di rielaborarle con spirito critico.

Il pericoloso egocentrismo, la  necessità di presidiare la propria immagine alimentano narcisismi, acuiscono le insoddisfazioni, innalzano muraglie.

L’autrice nella valutazione di visioni soggettive e oggettive mantiene un profilo professionale e ci accompagna paziente a vivere e ad accettare la nostra vulnerabilità.

Parla di amore e di famiglia, di bigotte costruzioni mentali nei contronti del migrante, di falsate valutazioni nell’ambito lavorativo.

Il testo ci offre gli strumenti per metterci al lavoro, ricominciando a comprenderci e ad amarci.

 

“I bambini spaccapietre” Felicia Buonomo Aut Aut Edizioni

 

Benin, Africa Occidentale, “uno dei principali empori per la tratta degli schiavi”.

Incontriamo spose bambine, ragazzini sfruttati nei campi, rinchiusi negli orfanotrofi, ragazzine vittime di violenza.

La giornalista Felicia Buonomo sa testimoniare l’infanzia negata.

Usa parole d’amore, abbraccia da madre corpi sofferenti, regala un sorriso e mostra il suo “universo emotivo”.

Conosce il dolore, lo estrinseca attraverso una scrittura misurata.

Sceglie due tonalità cromatiche: l’arancione dei tramonti infuocati e il grigio della roccia.

Vita e morte, paradiso e inferno in un canto che esce dalle viscere della terra ed esplode in immagini che l’Occidente vuole ignorare.

“I bambini spaccapietre”, pubblicato da Aut Aut Edizioni, è il  fascino esotico della città e la decadenza delle baracche in legno.

È ricchezza e povertà, prova estrema di un mercato globale che schiaccia gli ultimi.

Ecco gli spaccapietre.

Dieci ore al giorno, sotto il sole, senza nemmeno sapere che quello è un lavoro, che quello che le tue mani consunte racchiudono è la materia prima di un’industria feroce e spietata.”

Mentre i martelli sbattono sulle pietre con un rumore dissonante un’altra colonna sonora lascia sgomenti.

“Sono molto stanco.”

Il testo, diviso per argomenti, permette al lettore di orientare i suoi passi.

Lo sguardo dell’autrice propone un ampio scenario, arricchito da una parola incalzante, emozionata e al contempo decisa.

Celestine, Benedicte, piccole fanciulle che nel raccontare le loro storie mostrano dignità.

Controllate nei gesti, con pacatezza cercano di spiegare che non sempre è possibile scegliere il futuro.

I numeri delle morti premature causate da condizioni ambientali insalubri non sono fredde statistiche.

C’è un lavoro accurato di ricerca per denunciare con coraggio “l’annientamento più totale dell’essere umano.”

Non solo un paese ferito, tanti gli esempi di resistenza e in quei volti ci specchiamo cercando di annodare invisibili fili di fraternità.

Un libro prezioso e un invito a rimanere umani.

Agenda Letteraria del 18 febbraio 2020

 

“Dobbiamo tutti rimboccarci le maniche, perché è troppo tardi per essere pessimisti.”

 

“Come diceva Mandela, l’istruzione è l’arma più potente contro lo sfruttamento, ma per questi bambini di etnia Karen è qualcosa di più: sono apolidi, quindi invisibili e senza diritti, e potranno esistere legalmente soltanto una volta registrati nel sistema educativo del Paese.”

 

 

Pietro Del Re “Dalla parte giusta Donne e uomini che salvano il mondo” Baldini + Castoldi

“Ecologia della parola” Anna Lisa Tota Einaudi

 

 

“I libri talvolta possono cambiare l’esistenza di chi li scrive e anche di chi li legge, a patto che ci impegniamo ad ascoltarli”.

E’ quello che succede leggendo pubblicato da Einaudi.

Un saggio che restituisce dignità al linguaggio, fa riscoprire il piacere di trovare la propria biografia linguistica, aiuta a relazionare.

La parola ha perso ogni fascino, è stata spogliata dal suo significato, depredata della sua etimologia.

Cosa resta? Suoni disarticolati, vibrazioni negative che si trasformano in rumore.

“Il termine comunicazione sembra essersi affrancato dalla sua matrice originaria per alludere principalmente a una qualche forma, più o meno complessa, di trasmissione.”

 

Smarrito il senso della “compartecipazione” ed il rischio è quello di non riuscire a dialogare.

“Pensare nuove idee, e usare nuovi modi per esprimerle.”

Anna Lisa Tota propone un viaggio alternativo, attraverso “il differente modo di guardare tra realtà”.

Esiste una differenza tra la rappresentazione della realtà e il modo in cui la raccontiamo.

Perchè ci siamo abituati alla violenza verbale? Qual è il ruolo dell’educatore?

Da Harry Potter a Calvino a Fernando Pessoa ci si muove come in trance tra fonemi che fanno ammalare e che fanno guarire.

Il linguaggio del corpo, l’interazione con la mente, le pause e i silenzi sono solo alcuni passaggi che aiutano a riavvolgere le bobine di un parlare scisso dal pensare.

Un libro che alterna storie personali a studi e citazioni, rendendo la lettura una piacevole passeggiata nel mondo del sapere.

“Veri e propri esercizi di volontà” che invitano a non essere afasici, a leggere lo spazio come testo, a superare il dolore riappropriandosi “delle Cose da Dire”.

 

 

Agenda Letteraria del 12 febbraio 2020

“Questo libro si propone come contributo per restituire «spessore» al nostro parlare e, a tal fine, propone di parlare meno, di alternare alle parole pause di silenzio che ci permettano di ascoltare il flusso dei nostri pensieri e di sentirne la qualità, prima di decidere se dare loro espressione o meno.”

 

“Noi siamo le parole che ascoltiamo e che diciamo.”

 

Anna Lisa Tota “Ecologia della parola Il piacere della conversazione” Einaudi

Agenda Letteraria del 6 gennaio 2020

 

“Eliminata ogni forma di intermediazione, l’individuo si trova solo di fronte alle sue scelte e poiché non ha piú alcun sentimento di appartenenza, si sente libero da ogni vincolo sociale, senza alcun diritto o dovere che lo leghi agli altri.

Il sentimento “politico” si trasforma in rancore e il voto diventa il rifugio del disagio e delle pretese privatistiche.

Uno sfogo piú che una scelta.

Il rifiuto della politica diventa anche rifiuto del sistema e del modello democratico.

Un rituale di ribellione, appunto.”

 

Marco Aime”Classificare, separare, escludere Razzismi e identità” Einaudi

“Cartoline da Lesbo” Allegra Salvini Edizioni Clichy

“Lesbo a partire dal 2015 è diventata punto di passaggio quasi obbligatorio per tutti i richiedenti asilo, in fuga prevalentemente dalla Siria in seguito alla guerra civile scoppiata nel 2011.”

L’esperienza di Allegra Salvini, neolaureata in Scienze Politiche, è “il bisogno di dare un volto, un nome, una dignità, una cittadinanza in senso lato, a quella moltitudine di persone in carne e ossa, di ogni età, provenienza, lingua, religione”, che ha perso ogni diritto.

“Cartoline da Lesbo”, pubblicato da “Edizioni Clichy”, è incrocio di storie unite dall’urgenza di testimoniare cosa significhi fuggire da un paese in guerra.

Il campo di Moria dovrebbe essere un centro di registrazione e identificazione ma per i lunghi e spesso inutili tempi di attesa si è trasformato in spazio di permanenza, sovraffollato, in carenti condizioni igieniche.

Il non luogo dove anime in pena si aggirano come fantasmi.

“Più di seimila persone stipate in tende e container dove dovrebbero starsene tremila.”

Tentati suicidi, morti per assenza di interventi medici passano inosservati.

“Notte e giorno, per tutto il tempo che la gente è costretta a starci, che raramente è meno di un anno, a volte anche due, senza alcuna certezza di avere uno straccio di documento.”

Una parte di mondo che non interessa a nessuno, un buco nero, la vergogna di un’Europa che ha consentito patti scellerati con la Turchia.

Il libro è un atto d’accusa pesante, indignato, addolorato.

È l’impegno di tanti volontari e di molte Organizzazioni Non Governative che sono costrette a sostituirsi alle istituzioni.

Il ventottenne Samir, iracheno, obbligato da un gruppo di terroristi islamici  a chiudere la libreria, dopo essere stato seviziato e torturato, non ha altra scelta che scappare.

Lo studente siriano Yusuf, universitario, appassionato di Letteratura inglese, ha provato dieci volte a oltrepassare il confine per salvare la sua famiglia dell’orrore di una guerra infinita.

L’iraniano Imam imprigionato in patria perchè è un dissidente.

Questi e tanti altri invisibili si raccontano con voce mite e la paura in corpo.

Il rischio di affogare, gli sbarchi, i pianti dei bambini, il coraggio delle donne ma soprattutto il desiderio di non arrendersi.

Essere comunità nonostante tutto, abbattendo steccati culturali e linguistici.

“Ma io sono qui e continuo a battermi:

per il mio cuore, per la mia anima e per quello in cui credo

Sono vivo anche se non mi lasciano libero.

Orgoglio, paura e vendetta sono stati cancellati dal mio cuore

quando ho lasciato tutte le amare memorie dietro di me”

Ci uniamo al canto di speranza e nel rivedere tutte le mani tese, tutti i sorrisi e le lacrime continuiamo a sperare in un mondo senza confini.

"L'arte di esitare - Dodici discorsi sulla traduzione"

“L’Arte di esitare Dodici discorsi sulla traduzione” Marcos y Marcos

"L'arte di esitare - Dodici discorsi sulla traduzione"

“Marcos y Marcos”, pubblicando “L’Arte di esitare”, ci regala preziose gemme di riflessione.

La raccolta dei discorsi dei vincitori del “Premio di traduzione letteraria”, ripercorrono la passione e l’entusiasmo di 12 famosissimi traduttori.

“Sino ad almeno cinquant’anni fa la traduzione è rimasta un’attività servile, accessoria, di secondo livello.”

Nell’introduzione Ernesto Ferrero introduce il viaggio che faremo.

Un itinerario commovente perché nasce dalle testimonianze dirette di coloro che ci hanno permesso di visitare il mondo grazie alla letteratura.

Uomini e donne che “sentono ancora la responsabilità della parola, la parola da restituire alla sua pienezza originaria, alla sua pregnanza perduta, a una ritrovata forza espressiva”.

Spesso il lettore sottovaluta la preziosa ricerca, il silenzioso lavoro di cesello, il paziente incastro di fonemi, il virtuosismo e la delicatezza di chi entra nel testo in punta di piedi.

Nel testo curato da Stefano Arduini e Ilide Carmignani finalmente ci si confronta con quel meraviglioso universo che mescola voci e culture ed esperienze.

Ascoltare Yasmina Melaouah, che con eleganza e stile ineguagliabile, ha interpretato le opere di Camus, è una forte emozione.

“Il piacere maggiore è la fatica del percorso, la tensione della ricerca. Ci sentiamo come piccoli paladini che sfiorano il disordine, la dispersione, il caos del mondo.”

Imparare la lentezza per poter guardare il mondo, cogliere negli anfratti di una lingua altra affinità e discordanze, suoni simili e diversi, colori accesi e sfocati.

“Accogliere lo straniero nella nostra dimora.”

In questa frase è racchiusa l’essenza di una grande verità: solo la Cultura senza confini, senza ipocrisie salverà il mondo.

Renata Colorni sottolinea la necessità di farsi voce dell’autore, “inventare una musica nuova nella nostra lingua.”

Con lei incontriamo Thomas Bernhard, scopriamo la novità rivoluzionaria del pensiero di Freud.

Grazie a Franca Cavagnoli ragioniamo sul senso di perdita che è comune anche a noi lettori.

Entrare in una storia, sentirne ogni vibrazione e poi essere costretti a ritornare alla quotidianità.

Pino Cacucci, Daniel Pennac, Adriana Bottini, Anna Ravani, Delfina Vezzoli, Susanna Basso, Claudia Zonghetti: scelte ed esperienze, ricordi ed aneddoti.

Un libro che insegna a ritrovare “la matrice comune, ovvero la grammatica del pensiero umano.”

 

 

Agenda Letteraria 28 gennaio 2020

 

“Tu eri il mio oracolo, Adone.

Salivi le scale di casa con la smania di un ragazzo, e io mi lasciavo afferrare sul filo della soglia, inerte.

Mi sollevavi da terra come se dentro fossi vuota, i visceri evaporati nell’attesa del tuo arrivo. Ci baciavamo in punta di labbra con la passione immota degli incontri abituali, e il tuo odore di caccia disorientava il mio istinto.”

 

Danilo Soscia “Gli dei notturni Vite sognate del ventesimo secolo” minimum fax

 

“I guardiani della memoria” Valentina Pisanty Bompiani

Valentina Pisanty, docente di semiologia presso l’università di Bergamo, studiosa del “negazionismo dell’Olocausto”, con “I guardiani della memoria”, pubblicato da Bompiani, aggiunge un tassello importante che completa il quadro delle precedenti pubblicazioni.

Già in “L’irritante questione delle camere a gas” cercava di indagare le cause di una memoria negata.

Leggere il nuovo saggio costringe ad una dolorosa meditazione sui tempi che stiamo vivendo.

Ci si chiede quali fratture si siano create tra identità e testimonianza e quali i responsabili.

“È forse superata, sicuramente è minoritaria, la credenza illuministica che il progresso umano passi attraverso l’esercizio della ragione (o quantomeno della ragionevolezza).”

L’autrice denuncia “un contesto di competizione sregolata che avvantaggia i prevaricatori più assertivi e spregiudicati”.

Interessante la decostruzione della retorica della commemorazione.

L’abuso di “per non dimenticare” e “mai più” non è stato accompagnato da adeguate politiche educative.

Certamente un’enfasi senza un vero costrutto storico non ha edificato una coscienza critica, ha lasciato che la banalizzazione invadesse le menti.

Il progressivo aumento di episodi di violenza razzista, la dicotomia tra “noi” e “loro” devono fare riflettere.

Tanti i nodi da sciogliere in un lessico certamente molto colto.

Si ha la sensazione che l’analisi sviluppata non sia sufficiente.

Come conciliare narrazione individuale e visione collettiva?

Ora tocca a noi agire e trarre le conclusioni.

La shoah è un trauma che va affrontato riconciliando esperienza personale e memoriale storico.

Forse bisognerà tornare ad essere comunità che insieme ricompone i frammenti lacerati della Storia senza trionfalismi e senza inutili sconforti.