“Dis-integrati” Andrea Staid Nottetempo Edizioni

 

“Dobbiamo ri-soggettivizzare il termine “migranti” per congedare lo sguardo coloniale che ancora caratterizza molte analisi dei movimenti migratori contemporanei.

Dobbiamo parlare di donne e di uomini, con nomi e cognomi, professioni, emozioni, personalità, esperienze e abilità.”

Bisogna costruire “un’antropologia partecipativa” rivendo la statica cultura coloniale partendo dal presente.

Rifiutare le logiche propagandistiche di chi vuol far farci credere che il migrante è nemico, invasore, pericoloso.

“Dis-integrati Migrazioni ai tempi della pandemia”, pubblicato da Nottetempo nella Collana “Semi” ci permette di approfondire il fenomeno migratorio.

Perchè si parte? È ingiusto fare classificazioni superficiali sottovalutando i cambiamenti climatici, la bramosia di possesso delle multinazionali, le guerre, le carestie.

Riconsiderare le storie singolarmente mettendo al centro non una massa informe di invisibili ma persone in carne ed ossa.

Cosa rappresenta il viaggio per chi abbandona la propria terra?

Ci siamo mai chiesti quanto dolore provochi lo sdradicamento dalle origini?

Il testo racconta “il limbo nel quale ci si trasforma culturalmente per divenire qualcosa di diverso da ciò che si era prima di partire”.

Il costo di un posto nel barcone, l’indebitamento con gli scafisti, lo schiavismo che si instaura per ripagare i criminali.

Dovremmo imparare a considerare “lo sviluppo dell’umanità e della sua storia secondo “la mutazione per contatto”.

Incontro, scambio, contaminazione in un connubio tra esperienze differenti.

Andrea Staid propone un accurato lavoro di ricerca e non ha timore a denunciare il business criminale che gestiste la tratta la speculazione dei centri di accoglienza italiani.

Riporta dati, esperienze, frammenti di testimonianze.

Colpiscono le parole di un siriano:

“Sono un umano come voi, non meritavo di vedere uomini e donne morire, essere maltrattati, subire le peggiori offese e umiliazioni. Sarà difficile riprendersi da tutto questo”

Provare ad ascoltare significa rispecchiarsi nell’altro, trovare un cammino comune in una società sempre più incerta.

“Il diritto di avere diritti”, l’affermazione di Hannah Arendt suona come un monito, un invito ad approvare leggi giuste, ad abbattere inutili steccati ideologici.

Oggi più che mai bisogna costruire una “transcultura” che cancelli le pratiche discriminatorie.

Non dimentichiamo che anche noi siamo migranti del nostro microcosmo, è tempo di stringere altre mani e guardare insieme la stessa, meravigliosa volta celeste.

“50 sfumature di greco Enciclopedie dei miti e delle mitologie Jul & Charles Pépin Edizioni Clichy

 

Lo sapevate che Zeus era un seduttore? Siete certi di conoscere tutte le amanti del re dell’Olimpo?

Amore disinteressato?

Lo scoprirete leggendo “50 sfumature di greco Enciclopedie dei miti e delle mitologie” pubblicato da Edizioni Clichy.

“Sedurre significa acquisire potere”

Il testo ha il pregio di coniugare scrittura e graphic novel, un connubio vincente che rende la lettura una piacevole passeggiata in un universo finalmente alleggerito da pedanti narrazioni.

Sisifo, trasformato da Camus in “eroe dell’assurdo” è condannato ad un eterno nuovo inizio e la roccia diventa amara metafora del nostro incedere e cadere.

L’interpretazione della leggenda di Giasone ci costringe a domandarci se riusciamo a comprendere i nostri desideri e se questi non sono semplici illusioni per fuggire dal nulla ideativo.

Il Vello d’Oro restituisce voce all’inconscio, mostra l’aspetto nascosto di ambizioni indecifrabili.

Proveremo impotenza di fronte all’eterno errare, attraverseremo il fiume Acheronte in compagnia di Virgilio, con Teseo forse riusciremo a liberarci degli “affetti inutili”.

Con Ulisse diventeremo esploratori ma attenzione…, la curiosità spesso può essere pericolosa.

“Chino verso il proprio riflesso, abbagliato dalla propria apparenza, Narciso ha sfiorato la propria profondità, la propria ricchezza: ha sfiorato se stesso.'”

Charles Pépin regala le sue competenze filosofiche trasformando ogni storia in una lezione di vita.

Il tono ironico, i passaggi veloci, la scrittura poetica aggiungono magia ad ogni pagina.

Da Dioniso al rispetto delle diversità, da Eracle alla capacità di valutare chi ci ama veramente.

Tantissimi quadri che aiutano a maturare un pensiero libero.

I tratti di Jul, uno dei fumettisti più famosi in Francia, giocano molto con i contrasti bianco nero e riescono ad attualizzare i racconti.

Un testo delizioso che farà riscoprire la mitologia, un viaggio interattivo ricco di suggestioni.

 

“Il poeta e il tempo” Marina Cvetaeva Adelphi Edizioni

“Il poeta e il tempo”, pubblicato da Adelphi Editore, va letto con attenzione e rispetto.

È il Manifesto della Poesia che ha il potere di sconfiggere la temporalità.

È una lezione di critica letteraria pura, non avvizzita da giudizi avventati, dall’incapacità di entrare nel testo.

“Scrivere un pezzo sul tutto? Ahimè! E li vedi i loro pezzetti: schegge, brandelli…”

È il motivo che si fa parola, misterioso arcano che congiunge suono e verbo.

È comunione con il lettore in una relazione intima “con – creativa.”

Rileggere Majakovskij, ritrovare l’anima tormentata, sentire la mancanza di un “irresistibile combattente.”

Pasternak, “sognatore e chiaroveggente”, Gogol’, fiamma di una passione che non trova requie.

Finalmente si può riflettere sull’essenza dell’etica, sulla sacralità dell’arte e sul suo opposto.

“Cosa possiamo dire su Dio? Nulla.

Cosa possiamo dire a Dio? Tutto.”

Ogni saggio mostra il bianco e il nero del ragionamento, è logorio, ricerca, sperimentazione.

È verità, quella “verità invincibile, inafferrabile”.

Traccia di luce o di buio, scomposizione di ogni certezza linguistica.

Comprendere, accettare, esprimere, forse è questo il percorso per arrivare al verso.

“La lirica pura non ha progetti. Non si può costringere se stessi a fare un sogno – e che sia proprio quel sogno, a provare un sentimento – e che sia proprio quel sentimento. La lirica pura è la pura condizione del sentire-soffrire, e negli intervalli («finché Apollo non esige il poeta come vittima sacrificale»), durante la bassa marea dell’ispirazione, uno stato di sconfinata povertà. L’acqua del mare si è allontanata portando via con sé tutto e non tornerà fino alla sua ora. Un terribile, costante restare sospesi in aria – sulla parola della sleale ispirazione. E se una volta o l’altra ti lascia cadere?”

Il visibile sfuma grazie all’autrice e ci si sente “emigrati dall’immortalità del tempo”, nel luogo dell’Imponderabile, liberi di metterci in ascolto ed entrare nell’estasi assoluta.

“Le case che saremo” Luca Molinari Nottetempo

 

 

Città distanti, spettrali amplificatrici delle nostre paure.

Piazze deserte, vaporizzate, quasi trasparenti nel ricordo di una sosta durante una passeggiata.

Strade che si ritirano in un letargo doloroso mentre noi, costretti dalla pandemia, osserviamo impauriti quel macromondo che non ci appartiene più.

“Le case che saremo: abitare dopo il lockdown”, pubblicato da “Nottetempo nella Collana “Semi” ci restituisce quella incertezza che sta affliggendo i nostri giorni.

“La casa è diventata un labirinto della mente.”

La curiamo, la osserviamo, la studiamo.

Ogni spazio è prigione e salvezza.

Ci si può accontentare di questi “frammenti autonomi”, monadi nel deserto dei nostri timori?

Che ruolo ha il paesaggio che circoscriveva e al contempo ampliava la nostra visuale?

Basta una finestra per immaginarsi il fuori?

Se prima le concezioni residenziali si accontentavano di proporci monovani come “celle monastiche”, oggi queste scelte devono essere corrette.

Sentiamo montare la ribellione, non amiamo più “la separazione”, la tranquillità del nostro fasullo nido.

Luca Molinari, critico, curatore 
e professore associato di Storia dell’Architettura Contemporanea presso 
la Seconda Università degli Studi di Napoli,  scrive un testo che ci pone di fronte ad un bivio.

È tempo di cambiare, di ripensare gli aggregati urbani, di provare a sognare una socialità che sia vicinanza di menti.

Sperimentando l’impossibilità di muoverci ci siamo accorti di rischiare l’individualismo, l’inaridimento dei pensieri.

“Siamo solo una piccola parte del sistema che ci ospita e basta un invisibile virus per inceppare la nostra scintillante macchina e il nostro devastante senso di onnipotenza da corridori all’ultimo miglio.”

Abbiamo bisogno dell’imprevisto, dello sguardo dell’altro incontrato per strada.

“Questo deve diventare un tempo di visionari coraggiosi e innamorati della realtà.”

Tanti i suggerimenti per costruire nuovi spazi abitati e nel leggere il testo i frammenti sognati dall’autore diventano nostri dandoci la forza di riscrivere “il nostro DNA di cittadini del mondo”.

 

Agenda Letteraria del 17 aprile 2020

 

“Nasciamo con il dono dello stupore, è una delle nostre abilità piú belle.

E non mi stupisco soltanto in veste di esploratore, ma anche di papà o editore. È una sensazione che mi appaga.

Soprattutto se non c’è nessuno a disturbarmi. I ricercatori possono trovare delle verità. Mi sarebbe piaciuto fare questo lavoro, ma ho capito che non fa per me.

Finora ho cambiato idea quasi su tutto.

Mi stupisco per il gusto di stupirmi. È una sensazione fine a sé stessa, un piccolo viaggio di scoperta, anche se a volte può essere il seme che genera maggiore conoscenza.

Altre volte capita invece che mi stupisca non perché lo voglio, ma perché non posso farne a meno. Mi ritorna in mente qualcosa che è successo, di spiacevole.

Un pensiero, un’esperienza. Ho lo stomaco che mi si contorce, e non posso fare a meno di chiedermi come mai.

 

Erling Kagge  “Il silenzio”  Einaudi Stile Libero

“Nel contagio” Paolo Giordano Einaudi

 

“Mi sono ritrovato dentro uno spazio vuoto inatteso.

È un presente condiviso da molti: stiamo attraversando un intervallo di sospensione della quotidianità, un’interruzione del ritmo, come a volte nelle canzoni, quando la batteria sparisce e sembra che la musica si dilati.

Scuole chiuse, pochi aerei in cielo, passi solitari ed echeggianti nei corridoi dei musei, dovunque piú silenzio del normale.

Ho deciso d’impiegare questo vuoto scrivendo.”

Le parole di Paolo Giordano interrompono il flusso di troppe voci scomposte che in questa emergenza sanitaria ha violato la nostra intimità.

Ci ha stancato, a volte infastidito creando una cappa confusionaria di informazioni frammentarie.

“Nel contagio”, pubblicato da Einaudi, è il risultato di una profonda riflessione che coniuga dati scientifici e sociologia.

Lo scrittore parte dalla matematica, “scienza delle relazioni”.

Questo viaggio inaspettato ci permette di uscire dalla nebulosa delle supposizioni e delle crisi di panico che, inutile negarlo, sono entrate nella nostra quotidianità.

“La natura preferisce le crescite vertiginose o decisamente più morbide, gli esponenti e i logaritmi.

La natura è per sua natura non – lineare.”

Bisogna cogliere la prevedibità del contagio, assumere un atteggiamento analitico.

Utilizzare questo tempo in pausa per “pensare”, ideare un nuovo futuro, comprendere quali sono le vere priorità.

Il libro pone una domanda che aleggia nell’aria ma non si ha il coraggio di esprimerla.

Dopo questa devastante esperienza cosa cambierà, come ne usciremo?

Avremo imparato ad essere collettività?

“L’epidemia ci obbliga a uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali”.

Questo nuovo approccio all’Altro rimarrà nelle nostre menti, produrrà comportamenti solidali, svilupperà la compassione?

Facciamo nostro l’invito dello scrittore:

“Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.”

 

“Nel contagio” Paolo Giordano Einaudi

 

 

“A chi spetta una buona vita?” Judith Butler Nottetempo Edizioni

Nella nota introduttiva a “A chi spetta una buona vita?”, pubblicato da “Nottetempo”, nella preziosa Collana “Sassi nello stagno”, Nicola Perugini orienta la nostra lettura.

Judith Butler scrisse il testo in occasione del conferimento del Premio Adorno e con pacatezza illustra il suo pensiero.

Prima di rispondere alla domanda “come si può vivere una buona vita” è necessario interrogarsi sul valore dell’esistenza.

Abbiamo tutti le stesse possibilità? I giorni scorrono dandoci la possibilità di esprimere a pieno la nostra identità?

Quale è la relazione tra momento politico e momento pre – politico?

“Come si può vivere bene la propria vita, in modo da poter affermare di vivere una vita buona in un mondo in cui la vita buona è strutturalmente e sistematicamente inaccessibile a molte persone.”

Parole che non lasciano indifferenti costringendoci a fare i conti con la disuguaglianza che ingabbia corpo e mente.

“Il termine “precarietà” può aiutare a distinguere varie forme di “invivibilità”: per esempio, quella di chi è in prigione senza processo; di chi vive in zone di guerra o sotto occupazione, esposto alla violenza e alla distruzione, senz’alcuna sicurezza o via di uscita; di chi è costretto a emigrare e vivere in zone liminari, aspettando che le frontiere si aprano, che arrivino il cibo e la prospettiva di non vivere piú in clandestinità; di chi vive come parte di una forza lavoro dispensabile o consumabile, per la quale la prospettiva di un sostentamento stabile sembra sempre piú remota; di chi vive alla giornata in un orizzonte temporale collassato, soffrendo fin nello stomaco e nelle ossa il senso di un futuro compromesso, e prova a sentire qualcosa temendo però ciò che potrebbe sentire.”

Emergono le ambiguità di una società che non si pone il problema delle marginalità, che ha creato una scala di valori escludendo fasce di popolazione.

La relazione con l’altro, la dipendenza dall’ambiente, la vulnerabilità e la fragilità portano ad un’analisi morale che troppo spesso viene trascurata.

Nelle pagine finali la voce si fa accorata e si percepisce tutta la sofferenza dell’intellettuale che ha subito pesanti accuse.

Una ebrea che ha difeso i valori della libertà, che non ha appoggiato la violenza di Stato.

Una donna che ha mantenuto le distanze dalle violazioni dei diritti dei popoli.

Una filosofa che confrontandosi con gli autori del passato ha elaborato una sua teoria scevra da suggestioni e da pregiudizi.

Nel leggere si inizia a camminare verso una “microfisica della resistenza”.

“Vivere la musica” Francesco Motta il Saggiatore

 

“La musica.

Ascoltata, suonata, cantata, amata, odiata, abbracciata, picchiata, sognata, vissuta, sperata, inseguita, mangiata, sputata, rinnegata, ritrovata, salvata, annegata, bestemmiata, pregata.

Rispettata, sempre.”

Francesco Motta ci fa respirare la sua passione, la anima con linguaggio poetico, la attraversa con spirito critico, la umanizza e la rende viva.

“Vivere la musica Affrontare gli ostacoli, i cattivi maestri e le folli regole del gioco”, pubblicato da “il Saggiatore”, è percorso dell’anima, incontro con l’insondabile nascosto dentro una nota.

È gioia pura mentre “il tempo pare essersi fermato, inghiottito dai suoni che riempiono l’aria.”

È ricerca di un proprio stile che non può essere mai addomesticato dal perfezionismo.

Sogno che inizia da bambini quando sperimentiamo la magia del suono, ne sentiamo la potenzialità sulla pelle.

Scoperta di solitudine che non è emarginazione ma vicinanza a sé stessi e al mondo.

“Non un traguardo da raggiungere, ma uno spazio bianco da esplorare insieme a qualcuno.

Un’occasione per interrogarsi, per mettersi in discussione radicalmente.”

Come si può vivere l’armonia musicale? Quanto il brano ascoltato apre varchi liberatori?

“La musica ti salva così, senza bisogno di spiegazioni, per una sua capacità misteriosa che nessuno capisce.”

Arriva a tutti, infrangendo ogni barriera elitaria, riesce a scandire un periodo storico, ad unire giovani e meno giovani.

È “il regno dell’invisibile”, l’arcano mistero dell’universo che si riempie di segni ed ogni segno costruisce un pentagramma dove ognuno più leggere la propria storia, l’amore, la delusione, il fallimento, la rinascita.

Un saggio, un monologo, una lettera: difficile definire il testo.

È certamente emozione che si fa parola, voce che penetra e invade ogni cellula.

È il cambiamento che bisogna accettare.

“Non esiste più un dentro e un fuori, un mondo reale e uno digitale: sono esattamente lo stesso mondo. Sono uno.”

Tra le salite e le discese che la vita ci impone la modulazione, il ritmo e l’andare anche fuori tempo è quello scarto vitale che ci avvicina alla verità.

Proviamo insieme all’autore a “vivere uno spaesamento, talvolta perdersi, quindi cercare la strada.”

“Teen Immigration” Anna ed Elena Granata Vita e Pensiero

 

“Ho imparato a leggere e scrivere a 16 anni, andando a scuola in Sicilia.

Sto scrivendo il libro della mia vita.”

Sekou è una delle tante voci raccolte in “Teen Immigration”, pubblicato da “Vita e Pensiero”.

Un progetto, “avviato con la collaborazione di ragazzi ed educatori delle comunità minori milanesi”, finanziato dal Politecnico di Milano.

Omar e il sogno di fare il sarto, Ibra terrorizzato all’idea che il fratello ripeta la sua esperienza, Ghali che non saprà mai quanti anni ha perché è nato in una tenda in Niger, Pabe che spera di trovare un lavoro.

Grazie ad Anna e ad Elena Granata conosciamo i disagi, le paure, la difficoltà di inserimento dei giovani migranti.

Non ascoltiamo solo le storie ma veniamo coinvolti.

Ogni segno sui corpi è marchio di innumerevoli violenze.

“Chi è caduto dal camion, chi è stato strattonato salendo sulla nave, chi è scivolato correndo sulle spiagge della Libia, chi porta le cicatrici dei colpi sulla schiena.”

Ci sono anche ferite profonde, quelle che è complicato raccontare, lacerazioni dell’anima che difficilmente si potranno sanare.

Sentiremo il caldo atroce del deserto, la violenza del mare in tempesta, l’odore di carburante e il senso di impotenza.

Capiremo la fatica nel lavorare come schiavi nei campi siciliani o pugliesi, ma ci apparirà solo una “sala di specchi”, dove tutto riflette tutto e ogni verità appare deformata dal gioco dei rimandi.”

Un libro coraggioso che non si limita ad una sterile statistica di dati.

Sa denunciare con forza leggi, politiche e provvedimenti ingiusti.

Mostra cosa significhi calpestare la dignità e i diritti.

Invita a cercare insieme soluzioni per costruire reti di solidarietà partendo dalle famiglie e dalle scuole.

Il messaggio è forte ed è commuovente ritrovare le parole di Alessandro Leogrande.

Si ha la sensazione di continuare il suo percorso interrotto troppo presto.

Un testo prezioso da far leggere ai nostri ragazzi perché certamente impareranno da coetanei meno fortunati che è possibile nonostante tutto riuscire a sognare un mondo migliore.

Agenda Letteraria del 25 marzo 2020

 

“Pensavo ai luoghi detti da Dante e a ciò che essi sono oggi: divenuti, pieni di vita o di disgregato silenzio, rinnovati o franati, tra persistenti tracce di ciò che era allora e segni di tutto ciò che è passato su di essi nel tempo.

Luoghi d’Italia, di questa Italia che ho attraversato e vissuto nei miei anni, con la sua bellezza e il suo sfacelo; luoghi della vita e della poesia, la cui consistenza e il cui stesso habitat si sono coniugati con tanta poesia e letteratura, che li ha toccati nel corso del tempo, che ne ha interrogato il carattere, che li ha fatti riconoscere, comprendere, amare.

Luoghi che Dante ha direttamente conosciuto e toccato nella sua vita o di cui soltanto ha sentito parlare o ha letto, ma di cui sa comunque far percepire tutta la concreta, resistente realtà.”

 

Giulio Ferroni  “L’Italia di Dante”  La Nave di Teseo