Copertina "Il canto del fuoco" Matti Friedman Giuntina

Recensione di @CasaLettori: “Il canto del fuoco” Matti Friedman Giuntina

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Copertina "Il canto del fuoco" Matti Friedman GiuntinaTitolo: Il canto del fuoco

Autore: Matti Friedman

Casa Editrice: Giuntina

Collana:  Vite

Anno di pubblicazione: 2022

Recensione

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“Talvolta un artista e un evento storico interagiscono fino a scatenare un’energia più grande di entrambi: non è solo perché l’opera conserverà il ricordo di quell’evento, ma anche perché rappresenterà un’affermazione della creatività umana di fronte a un accadimento doloroso difficile da comprendere razionalmente.”

 

“Il canto del fuoco”, pubblicato da Giuntina e tradotto da Rosanella Volponi, dimostra la veridicità dell’affermazione.

Siamo ad ottobre in un anno cruciale.

Il 1973 è teatro della sanguinosa Guerra del Kippur.

 

“I combattimenti iniziarono con un attacco a sorpresa da parte della Siria e dell’Egitto alle due del pomeriggio del Giorno dell’Espiazione.”

 

Una data importante per la tradizione ebraica viene sconsacrata da qualcosa di imprevedibile.

Quello che doveva essere momento di raccoglimento diventa barbarie.

È proprio in questa circostanza che uno straniero inizia a cantare.

Lo riconosciamo subito, è Leonard Cohen, è il timbro inconfodibile della voce, il volto capace di esprimere la sinergia con la musica.

Cosa lo ha spinto a trovarsi in Israele?

Il libro ricostruisce le tappe di questo viaggio introspettivo ignoto a tanti.

Accanto a brani inediti del cantante la narrazione lucida di Matti Friedman restituiscono al lettore l’Uomo.

Non il mito che ha incantato mezzo milione di persone al Festival dell’Isola di Wight ma una figura fragile, convinta di non avere più niente da comunicare.

Strane alchimie della vita, viene da pensare mentre non si riesce a staccarsi dalla narrazione.

Si sente che sta toccando corde profonde, che ogni parola sarà fondamentale per comprendere cosa significa trovarsi in basi militari o in accampamenti di fortuna.

Il deserto e un gruppo di artisti israeliani.

Il contrasto tra la bellezza dei testi e l’orrore della battaglia.

Le foto che impreziosiscono il libro mostrano volti sorridenti.

 

“Quella non era la realtà, erano solo immagini.”

 

È come se si volesse tracciare un confine dove non c’è posto per la morte.

Bozze di canzoni, “scarabocchi, pensieri incompleti:” la sperimentazione della propria appartenenza, lo scioglimento di un macigno interiore.

Questa opera va attraversata come un testamento spirituale, un invito a non fuggire da se stessi.

Riascoltare Suzanne e sentire il silenzio, quello profondo che ti aiuta ad uscire dal pantano della mente.

“Possa lo spirito di questa canzone

Possa librarsi puro e libero

Possa essere uno scudo per te

Uno scudo contro il nemico.”

Editore

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Autore

Foto dell'autore Matti Friedman

Matti Friedman collabora con il New York Times ed è stato corrispondente da Israele, dal Libano, dal Marocco e da Mosca. Scrive per numerose riviste ed è considerato uno dei più grandi esperti di storia del Medio Oriente. Nato a Toronto, vive attualmente a Gerusalemme.

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“Autobiografia di una rivoluzionaria” Angela Davis minimum fax

 

 

“Un’autobiografia politica, che desse rilievo alle persone, agli avvenimenti e alle forze che mi hanno portata al mio attuale impegno.

Un libro così poteva servire ad uno scopo pratico molto importante.

Forse, dopo averlo letto, altra gente avrebbe capito perché tanti di noi non hanno altra scelta che dedicare la propria vita – Il corpo, il sapere, la volontà – ala causa del nostro popolo oppresso.”

 

Una sfida che Angela Davis impone a sè stessa: uscire dalla esposizione di una esperienza personale e diventare voce di un percorso rivoluzionario collettivo.

Concordo con Luca Briasco che in un’illuminante postfazione mostra la dimensione bifronte di un nuovo approccio al racconto.

“Autobiografia di una rivoluzionaria”, ripubblicato in versione rivista dell’autrice da minimum fax, riesce a coniugare “politica e scrittura dell’identità.”

Un’anticipazione di un nuovo modo di intendere la parola scritta.

Quello che colpisce è che Angela fin dalle prime pagine non ha titubanze, sa che il suo non sarà un libro di strategie narrative.

Intuisce che solo partendo da se stessa, da ciò che ha significato la reclusione potrà accedere ad una visione obiettiva, dura, intransigente.

Le limitazioni piccole e grandi, la riduzione degli spazi, la perdita nell’intimità la aiutano a non rinchiudersi in un bozzolo protettivo.

Sente che la sua lotta indipentemente dalla libertà fisica deve produrre un cambiamento epocale.

Deve introiettare il disagio delle compagne e delle carceriere buone, testimoniare una ferocia giudiziaria che affila le sue armi cercando di incidere profonde ferite nella mente delle detenute.

Avere la fortuna di leggere il testo significa fare proprio ogni attimo, ogni respiro, ogni notte insonne.

Significa esserci con la testa e con il cuore ma soprattutto percepire che quelle parole ci stanno cambiando.

Non solo perché mostrano l’aspetto repressivo dell’America, smitizzando un paese che è sempre stato rappresentato come la terra delle possibilità.

Comprendere che i diritti vengono calpestati e insudiciati, che bisogna essere invisibili se si vuole sopravvivere al sistema.

Mi piacerebbe che l’opera diventi una fiaccola accesa, si faccia mediatrice all’interno delle scuole e delle università.

Susciti dibattito, scambio di opinioni, aiuti a riposizionare l’individuo all’interno della società.

Non più monade isolata e passiva ma protagonista della Storia.

“I muri ribaltati diventano ponti.”

Una frase lapidaria nello stile di una combattente che ha tanto da insegnarci.

Un viaggio “nella lunga spirale ascendente della liberazione.”

Per non dimenticare che “la lotta è la nostra sola speranza di sopravvivere.”

 

“La tortura” Henri Alleg Einaudi Editore

 

“È agli scomparsi e a quelli che, certi della loro causa, attendono la morte senza paura, è a quanti hanno conosciuto i carnefici e non li hanno temuti, è a tutti coloro che, di fronte all’odio e alla tortura, rispondono con la fiducia nella pace che non può tardare e dell’amicizia dei nostri due popoli, che bisogna pensare leggendo la mia storia; perchè potrebbe essere quella di ciascuno di loro.”

Quando nel 1958 la casa editrice francese Èdition de Minuit pubblicò “La Question” finalmente la verità venne a galla.

Le ventimila copie della prima edizione andarono esaurite subito.

Henri Allen era  direttore del quotidiano di ispirazione comunista “Alger Répubblicain” e quando il giornale venne dichiarato fuorilegge, entrò in clandestinità.

Venne catturato e subì le più atroci violenze senza mai cedere alla pressione dei suoi carnefici.

“La tortura”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Paolo Spriano, è la sua terribile testimonianza.

I fatti vengono narrati dal cronista con quella linearità di pensiero che caratterizzava l’autore.

I luoghi in cui avvennero atti che niente hanno di umano vengono descritti con precisione nella certezza che anche le mura hanno assorbito le urla e lo strazio di uomini e donne considerati oggetti.

Con lucidità sono riportati i tratti fisici, le parole, le gestualità degli aguzzini.

“Da un’alta lucerna quadrettata di filo spinato, sulla parete destra, le luci della città gettavano nella stanza un fioco chiarore.

Era notte.

Dal soffitto erano colate sui muri di cemento grezzo delle sbavature di stucco, è la febbre mi faceva riconoscere in esse delle forme vive, che, appena intraviste,  tornavano subito a confondersi.”

Se il corpo è martoriato la mente mantiene uno stato di allerta, dimostrando che il dolore fisico può essere governato.

Alleg può essere considerato un eroe non solo perché non tradì i suoi compagni di lotta.

Riuscì a mostrare che vittime e carnefici non stanno sullo stesso piano, che uccidere l’ideologia in nome della presunta salvezza è atto di viltà e svilisce la dignità.

Come commenta Jean Paul Sartre nella introduzione Alleg diede una lezione ai benpensanti, ebbe il coraggio di denunciare l’inenarrabile.

“Allen ci risparmia vergogna e disperazione perché è una vittima e ha vinto la tortura.”

Siamo trascinati in una narrazione che pensiamo non ci appartenga.

Invece mostra la lotta tra la bestia e l’essere umano, tra la crudeltà e la purezza.

Una lettura che fa interiorizzare un periodo storico del quale si è parlato poco.

Ci aiuta a comprendere fino in fondo il saggio che accompagna il testo firmato da Caterina Roggero.

La questione algerina va riletta per analizzare omissioni e colpe e per dare finalmente pace alle troppe vittime.

“Devo questo impegno a quanti, ogni giorno, muoiono per la libertà del loro paese…

Bisogna che i francesi sappiano ciò che si consuma qui, in loro nome.”

Da leggere come un testamento spirituale che nessun vento di guerra potrà distruggere.

 

“Fuoco all’anima” Leonardo Sciascia Domenico Porzio Adelphi Editore

 

Si pensa di conoscere bene la propria isola, le tradizioni, i modi di dire, le sfumature linguistiche, l’incerto equilibrio tra sacro e profano, i guizzi caratteriali.

Si viene immediatamente smentiti leggendo “Fuoco all’anima”, pubblicato da Adelphi Editore.

Definirlo uno scrigno prezioso sarebbe riduttivo.

Bisogna cogliere nella conversazione tra Leonardo Sciascia e Domenico Porzio anche il non detto, le pause, i respiri.

Immaginare i volti e le posture, scrutare il lampo negli occhi.

Perché questo era il Maestro, non solo l’intellettuale intransigente e colto.

Era l’incarnazione del siciliano onesto capace di saper interpretare le strategie dialettiche, le macchinazioni politiche, la pungente sagacia del suo popolo.

Pronto a raccontare mille aneddoti che in parte sono legati dall’oralità in parte sono frutto di uno studio incessante dell’origine delle parole, della disposizione di strade e piazze, dell’iconografia di più culture stratificate in ogni pietra, in ogni angolo e soprattutto nell’animo dei suoi abitanti.

Non credo sia casuale il titolo che rimanda a qualcosa che arde e non sempre purifica.

Puntuali le domande dell’intervistatore che è prima di tutto amico e raffinato conoscitore dell’opera sciasciana.

Dall’infanzia a Racalmuto, la passione per i libri trovati nella biblioteca della zia, gli infiniti divieti degli adulti: scorre un film in bianco e nero dove la nostalgia è solo sterpaglia.

Il fascismo, la scuola, le scelte in un susseguirsi di frasi coincise, essenziali ma che riescono a regalarci una lezione di storia e di geografia.

La morte e l’eros, la loro concatenazione, il rapporto con Dio e con la Chiesa e tanta letteratura.

Da Borges ai grandi classici c’è sempre uno sguardo scevro da incantamenti.

La scrittura e i suoi tempi, l’Olivetti Lettera 22, la sintesi necessaria dopo la prima stesura.

“La televisione ha ammazzato la conversazione, ha ammazzato la lettura serale.

Ha ammazzato tante cose.”

Un pessimismo illuministico forse, mi piace pensare ad un vate che non fu sempre ascoltato.

Questo testo apre un universo di conoscenza e di stimoli e certamente spingerà chi non conosce l’autore siciliano a leggere le sue opere.

Imparerà l’arte dell’onestà, la malinconica ma mai superficiale attenzione alla realtà, le idee innovative, le curiosità, i gusti, le follie e la teatralità del popolo siciliano.

“Tessiture di sogno” W.G. Sebald Adelphi Editore

 

“Ma che cosa ne sappiamo noi – a priori – del corso della Storia, che procede secondo una legge la cui logica rimane indecifrabile e viene messo in moto da eventi minuti e imponderabili, tali da cambiarne spesso la direzione proprio nel momento decisivo: una corrente d’aria appena percepibile, una foglia che cade a terra, uno sguardo che corre da un occhio all’altro in mezzo ad un gruppo di persone?

E nemmeno a posteriori riusciamo a scoprire come davvero stessero le cose prima, e come si sia effettivamente giunti a questo o a quell’ evento di portata mondiale.”

In tutte le sue opere W.G. Sebald è riuscito a farci attraversare la barriera che ci separava dall’imponderabile.

Ci ha insegnato le infinite sfumature di ciò che immaginiamo come il reale.

Ha aperto i nostri sensi a nuove percezioni che ci hanno carezzato per un attimo e poi sono scomparse lasciandoci in balia del desiderio.

Desiderio di andare oltre le parole dello scrittore, comprenderne le premonizioni, i guizzi arguti, i disegni di una cosmogonia universale dove la letteratura sa essere protagonista.

È stato interprete di quella ricerca che ci accomuna tutti: scavare nella memoria, ritrovare i segni di un’epoca, collocare il prima in una sfera tanto pura da apparire surreale.

“Tessiture di sogno”, pubblicato postumo da Adelphi Editore grazie alla cura attenta di Sven Meyer e alla meticolosa traduzione di Ada Vigliani, già nel titolo contiene una promessa.

Dovremo essere sognatori pronti a sperimentare l’Altrove.

Un Altrove che si compone pagina dopo pagina, attraverso linee che procedono per traiettorie geometriche.

Dovremo essere viandanti e percorrere strade che ci faranno credere di essere in un altro pianeta.

Dove l’andare è un continuo interrogativo dei perchè della Storia.

Dove avremo l’occasione di entrare nel Regno delle Ombre, luogo dove il trapasso è metamorfosi, dove non esiste la parola fine.

È questo che attrae e sollecita lo spirito: trovare il passaggio segreto tra ciò che è stato e ciò che è.

Che sia un cimelio, un dipinto, un luogo, poco importa.

È quello che contiene e che non sempre si mostra.

In questo meraviglioso testo, difficile da collocare in un genere, si trova tutto quello che ci aspettiamo dalla letteratura.

Gli interrogativi, le pause di riflessione, i riferimenti culturali, l’imparzialità nei giudizi, la connessione tra autori vissuti in periodi differenti, le amnesie della società, l’oblio rispetto alle grandi tragedie.

“Nel nostro paese l’abisso tra letteratura e politica permane.”

L’attualità della frase ci sgomenta perché sappiamo che l’autore ha centrato il problema che non si riferisce solo agli intellettuali.

Non avere il coraggio di affrontare le zone buie del passato significa arenarsi nel pantano che mai ci assolverà dalle colpe nostre e degli avi.

Critico, saggista, narratore e raffinato giocoliere della Parola: mancano altre qualità che il lettore riuscirà a trovare.

Ed ogni capitolo sarà un’oasi dove rifugiarsi quando la lingua che ci circonda stride, quando il canto della rimembranza si sta spegnendo, quando la solitudine esistenziale diventa lacerante.

 

“Piante che cambiano la mente” Michael Pollan Adelphi Editore

 

 

“Piante che cambiano la mente”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Milena Zemira Ciccamarra, è un pilastro fondamentale se si vuole edificare una nuova e più vera relazione con sè stessi.

Un testo che rivoluziona il concetto di scienza che piove dall’alto ma educa alla riflessione critica.

Che sfida vecchie teorie ormai superate frutto di una mentalità bigotta e ribalta l’idea di un egocentrismo che ci pone fuori dalla realtà.

Noi viviamo con le piante, ne siamo fruitori e dobbiamo imparare a studiarne le caratteristiche, la morfologia, il linguaggio.

Non possiamo più permetterci di considerare l’universo che ci circonda come sparcellizzato in frazioni che non comunicano tra loro.

Il libro ha il grande pregio di essere arioso, non didascalico, di facile consultazione.

Si legge come fosse un romanzo dove coprotagonisti sono tutti gli esseri viventi.

Costruito attingendo alle proprie competenze ed esperienze Michael Pollan ancora una volta riesce a sbalordirci.

Un excursus storico raffinatissimo mostra come nell’arco dei secoli sia cambiata la posizione rispetto a quelle che con troppo faciloneria vengono considerate droghe.

Interessante è la relazione tra leggi restrittive e incapacità di trovare le cause di una diffusione tanto capillare di sostanze che filtrano la realtà.

Forte è la denuncia nei confronti di un mercato clandestino che spesso è supportato dagli Stati.

Il papaver somniferum è una “spettacolare pianta annua”, coltivarla significa commettere un reato.

“Documentantandomi sui papaveri, quell’inverno, mi domandai come fosse possibile separare la bellezza fisica del fiore dalla conoscenza delle sue proprietà narcotiche.”

Esiste una correlazione tra Bene e Male e da chi è governata?

Credo sia questa la domanda che lo scrittore ci pone con molta franchezza.

Altra sostanza che viene analizzata è la caffeina.

Sembra che non ci sia correlazione con la prima parte del saggio ma basta inoltrarsi nelle pagine per comprendere il filo conduttore.

Il caffè, magica bevanda, che snebbia la mente, aiuta a concentrarsi, rituale che assume una dimensione quasi mistica.

Partendo dalla Coffea, dal suo habitat, dagli esperimenti scientifici vi aspettano sorprese che non avevate previsto.

Tanti i riferimenti letterari e storici inseriti con scioltezza, piccole chicche che permettono di amplicare le conoscenze geografiche e antropologiche.

La mescalina viene definita “lo psichedelico orfano”.

Mentre “Gli occidentali tendono a mettere la medicina e la religione in caselle separate, per i nativi americani ( come per molte culture) la religione ha a che fare innanzitutto con la cura e la guarigione.”

La cerimonia del peyote diventa una pratica collettiva spirituale, una esperienza che sana le ferite di una distruzione di massa.

Tra reportage e memoriale, cultura e aneddoto, spiritualità e saggezza l’autore ci permette di viaggiare senza pregiudizi nel variegato universo delle sostanze psicoattive.

Scopriremo i pro e i contro, impareremo a valutare ciò che ci propinano come scienza esatta, sorrideremo di fronte alla ridicola e vetusta legge della negazione.

Solo conoscendo si può scegliere con libertà.

“Oceano nero” Adonis Guanda Editore

 

“Per me L’occidente, una volta, in alcuni suoi aspetti fondamentali, era come uno specchio: lo guardavo per vederlo, vedere la società araba e vedere me stesso.

Quello specchio non rivelava soltanto i difetti, ma anche i pregi.”

Si apre con queste parole la raccolta di saggi, “Oceano nero”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Fawzi Al Delmi.

Una riflessione che potremmo capovolgere se avessimo voglia di conoscere l’Oriente senza pregiudizi.

L’analisi è molto sottile e decisamente tagliente.

Perché non essere considerati “capitale umano”, capace di pensare, creare, partecipare al progresso?

Le colpe sono suddivise tra la nostra società accentratrice e il timore degli arabi di perdere le proprie radici.

“La violenza, per qualsiasi motivo l’uomo la eserciti, lo fa uscire dalla cerchia umana.

Ogni violenza è selvaggia.

La guerra, per qualunque motivo la si combatta, è barbarie, in quanto violenza cieca e collettiva.

Non c’è scopo che possa giustificare la barbarie.”

Frasi essenziali che vanno alla sostanza del concetto, senza cercare scappatoie semantiche.

Di questo abbiamo bisogno in questo tempo imperfetto.

E Adonis si rivolge ad ognuno di noi, con la speranza di trasmetterci i suoi valori.

“Abbiamo bisogno di una nuova rinascita per l’Europa e per l’uomo nel mondo intero: una rinascita che ricostruisca nuove basi per un mondo umano, aperto, creativo, di amore e di dignità.”

Pesante la condanna all’Iraq che ha negato lo sviluppo del pensiero e della pratica politica.

Tragica la suddivisione del pianeta Terra in noi e loro e una domanda che arriva come un vento gelido.

“Che cosa vuole l’Europa da questo altro che chiama Islam?

Che cosa si aspetta da lui?

Che cosa le interessa di lui oltre al petrolio e ai mercati?

Quali sono i valori culturali che le interessano in questo mondo, e quali vorrebbe portare all’Islam?”

Credo che questo libro sia necessario perché espone problematiche che abbiamo volutamente sottovalutato.

Ci tocca confrontarci con la Storia senza menzogne e mezze verità.

Altro tema che deve coinvolgerci è il ruolo dell’eredità culturale, il rapporto con la spiritualità, le responsabilità geopolitiche, la mancanza di individualità.

Potremo aspirare insieme al raggiungimento di valori universali irrinunciabili?

Tante le soluzioni in una opera che non fa sconti a nessuno.

 

“Voli vespertini” Helen MacDonald Einaudi Editore

 

Provare a sintetizzare il maestoso costrutto di “Voli vespertini e altri saggi su ciò che la natura ci insegna”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Anna Rusconi,  è impresa impossibile.

Ogni capitolo va meditato e inglobato nel proprio DNA.

Ogni riflessione argomentata scientificamente stimola le nostre sinapsi.

Impariamo a guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi, con quell’attenzione che ci eravamo negati.

Sentiremo nuovamente la meraviglia che provavamo da bambini di fronte alla bellezza del Creato.

Accosteremo i nostri ricordi sfocati con il presente per cercare di capire da dove nasce la nostra indifferenza.

Riconosceremo in un prato, in un nido, in un stormo di uccelli quell’appartenenza non solo geografica che si è dispersa.

Comprenderemo di far parte di un mondo che si sta disgregando.

“Quando un habitat viene distrutto si perdono meravigliose complessità ecologiche e tutte le vite che le rendono tali.”

Resta la memoria ma è una falsa illusione.

La compromissione di quel sistema crea un vuoto che si aggiunge ad altri vuoti, ad altre assenze.

Certamente il testo ha forti accenni naturalisti e ambientalisti ma non è catastrofico.

Coglie la speranza e di questa brezza siamo grati ad Helen MacDonald.

L’autrice ci invita a riconoscere le diversità, ad osservare lasciandosi pervadere dalla gioia, ad amare ogni essere vivente.

Ad ascoltarlo, capirlo, rispettarlo.

“Possiamo esercitare pressione, farci sentire, scendere in piazza e urlare e piangere e cantare e sperare e lottare per il mondo, insieme agli altri, anche continuando a dubitare.

Anche quando il cambiamento ci sembra impossibile.

Perché anche se non crediamo nei miracoli, i miracoli  sono ovunque e aspettano soltanto che noi li troviamo.”

Una visione laica convincente che ci vede insieme a sviluppare un progetto comune.

Dall’arte, alla letteratura, alla scienza l’autrice sa dove condurci e come entusiasmarci.

Sa unire agli eventi collettivi la sua storia personale mostrando una sensibilità che ci commuove.

La sua è una scrittura pacata, ma ferma.

Tanti e imprevedibili “gli scorci vertiginosi nei sistemi non umani”, tante le suggestioni paesaggistiche.

Per non dimenticare che “il paesaggio con le sue creature sono: pezzi di presente affascinanti, complicati e sempre nuovi.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Come un’onda che sale e che scende” William T. Vollmann minimum fax

 

Recensire “Come un’onda che sale e che scende”, pubblicato da minimum fax e tradotto da Gianni Pannofino, è impresa complessa perchè si rischia di cedere alla tentazione di sintetizzare in poche righe un testo che va assaporato, studiato, approfondito.

Scritto in quasi venti anni raccoglie più filosofie esistenziali seguendo un percorso analitico schietto e molto sincero.

William T. Vollmann si mette in gioco personalmente ed intreccia la sua esperienza personale ad una rivisitazione storica della violenza.

Attraversa i secoli con competenza e attingendo alle sorgenti del sapere.

Si chiede se è possibile ideare “un calcolo morale” che stabilista una unica regola.

Presenta l’universo burrascoso delle dittature attraverso esempi esplicativi che permettono al lettore di addentrarsi nella foresta buia della prevaricazione.

Esplicita la coraggiosa testimonianza di Gandhi e di Martin Luther King esaminandone le azioni.

Attinge alla filosofia di Platone e la rende accessibile a tutti.

La cosa travolgente è l’atteggiamento che mantiene nelle 957 pagine.

È un osservatore e non un giudice, non gli interessa convincere ma far ragionare.

Ha sperimentato il Male, ne ha sentito il sapore aspro.

Raccontarlo significa avere il coraggio di riscrivere la Storia senza tralasciare nulla.

Essere sul campo di battaglia, conoscere il nemico, osservarne le mosse e studiarne gli atteggiamenti.

Provare a scandire un linguaggio etico innovativo nella certezza che questa è la strada per edificare una nuova società.

Non troverete formule acritiche e obsolete, frasi fatte, mezze verità.

Proprio come nel titolo ci sono onde in movimento, possono allagare e distruggere o abbracciare l’umanità.

“È così che viviamo, assorbendo, mettendo in relazione, organizzando le nostre esperienze in modi che esprimono i nostri personali e originali bisogni di riferimento.”

Siamo capaci di definire ciò che è concesso all’essere umano?

Quando essere violenti può essere giustificato?

Che valore diamo alla libertà individuale e collettiva?

Non sono casuali le foto che arricchiscono il volume.

Uomini e bambini con armi in pugno ma quello che colpisce sono gli sguardi.

C’è una luce negli occhi che la dice lunga sulla relazione tra dominatori e dominati.

Un libro che “si propone di ridurre la quantità di violenza ingiustificata nel mondo, o almeno di ridurne l’insensatezza.”

Fatevi un regalo: leggetelo!

“La collana viola” Cesare Pavese Ernesto de Martino Bollati Boringhieri Editore

 

“Nell’estate del 1945, in casa Einaudi il problema delle collane era all’ordine del giorno.

Bisognava ri – definirsi, e subito.

In questo rapido e intenso autoprocesso di ristrutturazione, non si parla ovviamente che di rottura o continuità col passato della Casa: di collane da chiudere, di collane da proseguire, di collane da progettare.

Non manca chi gattopardescamente propone di eliminare la suddivisione della produzione in collane.

A questo precipitoso ma salutare dibattito partecipa naturalmente anche Pavese, che nel frattempo è stato nominato direttore editoriale.”

Leggendo la ricca ed esaustiva prefazione di “La collana viola”, pubblicato da Bollati Boringhieri Editore e curato da Pietro Angelini, si comprende subito la preziosa qualità dell’opera.

Si torna indietro nel tempo e si vive l’esperienza unica di conoscere i progetti editoriali di una casa editrice come Einaudi.

Si entra nel vivo di un percorso intellettuale che ha segnato profondamente il Novecento, si intuiscono quelle scelte che rivoluzioneranno il panorama culturale italiano.

Attraverso le lettere che Pavese si scambiò con Ernesto de Martino si sviluppa l’idea della Collana Viola che si occuperà di etnologia, storia delle religioni, psicologia religiosa.

Due figure con percorsi differenti si confrontano con sincerità e onestà.

Inizialmente sembra che il rapporto sia sbilanciato ma procedendo nella lettura ci si accorge che inizia un’intesa.

Lo scrittore piemontese è voce dell’editore e in diverse occasioni mostra la sua intransigenza.

“Per voler fare troppe cose Einaudi è costretto a rallentare.

È la storia della boccia d’acqua rovesciata.”

Anche nella scelta dei testi non sempre c’è accordo ed è divertente assistere alle affettuose scaramucce.

Certamente conosciamo un nuovo volto di Cesare Pavese.

Sente a pieno la responsabilità delle scelte che dovrà fare e mantiene uno spirito critico invidiabile.

Nulla gli sfugge nell’evoluzione del progetto, sa incoraggiare e spingere a non arrendersi.

Interessante la sua concezione di mito che non è “un tesoro autosufficiente da conservare nella bambagia o nel personale altarino, bensì un crogiuolo in cui il selvaggio, l’istintuale va domato, fuso e sublimato.”

Tanti i libri citati, infinite le riflessioni, stretta la connessione tra politica e cultura, tra sperimentazione e tradizione.

Complimenti a Bollati Boringhieri per aver dato alle stampe questo prezioso volume.