“La felicità negata” Domenico De Masi Einaudi Editore

 

“Non c’è progresso senza felicità e non si può essere felici in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele.

Quest’inumana disuguaglianza non avviene a caso ma è lo scopo intenzionale e l’esito raggiunto di una politica economica che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità”

“La felicità negata”, pubblicato da Einaudi Editore, è illuminante e illuminato.

Un testo che utilizzando una lingua scorrevole e accessibile a tutti, permette di entrare nei complessi meccanismi della sociologia e della filosofia.

Analizza con lucidità il sistema postindustriale senza nascondere le contraddizioni e le crepe.

Spiega cosa significa progresso e quando questa corsa sfrenata abbia provocato “strappi e vittime”.

Ricorda che nel 2007 Dominique Belpomme, autorevole esperto di salute ambientale, aveva lanciato un preciso allarme sulle cause dello smodato utilizzo delle risorse e della distruzione della biodiversità.

Non è bastato il Covid a farci trovare strade alternative.

Abbiamo continuiamo a devastare il Pianeta e cosa davvero preoccupante non riusciamo a comprendere e ad approfondire il concetto di complessità.

“Il concetto di complessità sfata l’idea che la conoscenza – scientifica e umanistica – sia un procedere ordinato, un progressivo passaggio da una zona buia che diminuisce a una zona illuminata che cresce.”

Il capitolo dedicato alla nascita e allo sviluppo della Scuola di Francoforte è un excursus culturale di altissimo livello.

Una rivoluzione che vide impegnati Nietzsche, Musil, Pollock, Schönberg, Adorno, Le Corbusier: “una costellazione interdisciplinare di prestigiosi intellettuali”.

Attraversare i testi di Erich Fromm significa provare ad uscire dall’insignificanza voluta da un’a politica economica che stritola l’individuo.

Rileggere brani di “Eros e civiltà” di Herbert Marcuse, cercare le radici della “Teoria Critica”, apprendere gli spunti offerti dalla Scuola economica di Vienna, mettere a confronto due filoni di pensiero con quella libertà di espressione tipica del professor Domenico De Masi.

Dalla dittatura di Pinochet alle privatizzazioni, dal trattato neoliberista di Maastricht al mercato del credito.

Presente e passato in un perfetto intreccio per arrivare ad una visione autonoma e critica.

I cambiamenti del sistema lavoro nell’arco dei secoli, l’alienazione e la discriminazione, le mutazioni delle rappresentazioni simboliche: solo alcuni degli argomenti sviluppati con dovizia di informazioni e riflessioni.

Un saggio capace di restituirci fiducia.

Impareremo ad essere interconnessi, a creare nuove socialità, a riappropriarci del tempo.

 

 

 

 

“Leggere possedere vendere bruciare” Antonio Franchini Marsilio Editore

 

“Leggere per piacere e basta non stanca, perché nel momento in cui il piacere cessa uno può smettere di leggere.

Leggere per pubblicare invece logora, infastidisce, rende antipatici, tranchant, che non è una cosa bella quando si ha a che fare con l’intimità, con le ambizioni di chi scrive, sempre legittime, anche se sono ambizioni sbagliate.”

“Leggere possedere vendere bruciare”, pubblicato da Marsilio Editore, è un saggio intelligente molto sincero.

Il dietro le quinte del mondo editoriale viene svelato con una brillante verve ironica.

La stanchezza nel dover giudicare manoscritti inediti, il rapporto complicato con gli scrittori, lo sguardo critico nei confronti di un marketing forviante.

Ma nel testo che può sembrare dedicato agli addetti ai lavori tante sono le riflessioni che invitano ad ascoltare.

Ci si chiede cosa sia il libro, quali alchimie ci spingono ad accumularli, quali meccanismi mentali ci spingono a sceglierli.

Antonio Franchini parte dalla sua esperienza personale.

Alla morte del padre si trova a dover “gestire” una ricca biblioteca.

Nel maneggiare quegli oggetti emergono i ricordi ed è come se si consolidasse una appartenenza affettiva.

Rivolgendosi al genitore come fosse presente si sente lo struggimento per la perdita e il rimpinto per le chiacchierate rimandate.

“Senza più soldi, solo ai libri non potevi rinunciare, e hai continuato ad ordinarli a me.

Ci siamo scambiati i ruoli, ho pagato io per i tuoi ultimi acquisti.”

Interessanti le pagine dedicate al lavoro di editing.

“Il lavoro editoriale ti mette a brevissima distanza dal testo, una distanza breve come non é consentita a nessuno, e la percezione della letteratura è fortemente condizionata dalla nostra distanza dal testo e dalla soggezione che del testo possiamo avere.”

Divisa in capitoli la struttura narrativa è coesa pur nella diversità dei contenuti.

Può essere letto senza seguire l’ordine delle pagine e in più parti si ha la sensazione di avere tra le mani un romanzo.

Protagonisti i libri, non sempre consensienti ad essere primedonne.

Forte lo spirito critico in un’epoca in cui si sta tracciando e profilando una nuova scenografia culturale.

“Ci sono cose che, a un certo punto, capiamo.

Sappiamo che sono così, ma lo sappiamo solo noi ed è veramente difficile trasmetterle agli altri, e lo sappiamo con tanta intima sicurezza che quasi ci passa la voglia di dimostrarlo.

È la parte oscura della conoscenza, un’intuizione incondivisibile, profonda, che dà piu amarezza che soddisfazione.”

Bellissimo, non perdetevi questo gioiello.

 

“Varietà della malinconia” Alain de Botton Guanda Editore

 

“Oltre a nutrire una spiccata predilezione per la felicità, la nostra cultura mostra anche – in molte occasioni – una decisa intolleranza nei confronti degli stati d’animo più cupi.

Al calare dell’umore ci raccomanda un cambio di argomento o un film elettrizzante, ci invita ad andare a sciare o ci propone un rimedio zuccherino o luccicante.”

Non è concessa la possibilità di cedere ad una visione più sincera della propria esistenza.

Ancora una volta domina l’apparire a scapito dell’essere.

Finalmente grazie ad Alain de Botton si fa chiarezza sui sentimenti poco graditi dalla contemporaneità.

“Varietà della malinconia”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Mariella Milan, è frutto della  collaborazione con la “School of Life, un collettivo di filosofi, scrittori, psicologici, che da anni studia il benessere dell’individuo.

Il testo è onesto e confortante, legge le motivazioni della malinconia e ne spiega i meccanismi.

Partendo da un approccio storico arriva ai giorni nostri con un linguaggio semplice, accessibile a tutti.

Utilizza facili esempi permettendo al lettore di identificarsi senza sensi di colpa nelle figure descritte.

È una vera e propria riabilitazione di coloro che “consapevoli dell’imperfezione di ogni cosa, del perenne scarto tra la realtà e l’ideale” hanno una forte sensibilità di fronte “a piccoli lampi di bellezza e di bontà.”

Due dipinti meravigliosi ci aiutano a sentire l’afflato maliconico.

Due Madonne col bambino, una realizzata da Giovanni Bellini, l’altra da Sandro Botticelli, ci aiuano a comprendere che la malinconia è una consapevolezza forte di ciò che ci aspetta.

I capitoli brevi trattano varie tematiche, dalla stilizzazione dell’infanzia, alla solitudine universale, alla misericordia e alla poesia.

Il viaggio o un panorama, il rifiuto del compromesso, “la forza di resistere alle illusioni e alle bugie e di affrontare fatti spiacevoli di ogni genere.”

Un libro utilissimo per conoscersi e accettarsi, per non farsi rinchiudere dentro schemi inflessibili che ci considerano malati.

Bellissimo e molto commovente.

“Senza sbarre” Cosima Buccoliero Serena Uccello Einaudi Editore

 

 

“Quando una persona entra in cella, qualunque sia stata la sua vita precedente, è una persona disperata.

Si trova inevitabilmente in una situazione di bisogno, così mi chiedo innanzitutto cosa posso fare per permetterle di rimettersi in piedi.

Mi preoccupo per lo più dei bisogni primari.

Mi colpisce l’insensatezza dello smacco, come la vita possa diventare assurda e come l’insensatezza possa generare ingiustizia.”

Cosima Buccoliero sta per lasciare la direzione della Casa di Reclusione di Milano Bollate.

L’aspetta un nuovo incarico ma per chiudere questa esperienza ha bisogno di raccontare.

La sua voce è sincera, commossa, accorata.

È stata custode dei giorni di vite spezzate, ha ascoltato, scelto, individuato progetti di reinserimento.

Ha saputo coniugare il dentro con il fuori insegnando ai figli quanto sia importante superare i pregiudizi,

“che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi. Che non è bianco o nero. Ma che esiste il grigio, e che il bianco può diventare nero e viceversa.”

Insieme ad una squadra di collaboratori ha costruito un modello alternativo di carcere, un progetto che potrà essere imitato.

Il suo primo impegno è stato quello di esserci, di abbandonare la comodità di una scrivania e di imparare a condividere le problematiche, le solitudini, le disperazioni del singolo.

Non basta provvedere alle urgenze, è necessario dare senso al tempo, proporre attività che siano formative professionalmente e culturalmente.

Bisogna pensare a spazi che siano aperti pur essendo chiusi.

Rompere l’isolamento, far circolare idee.

“Senza sbarre”, pubblicato da Einaudi Editore, non è solo esperienza di una donna che crede nel suo lavoro.

È sperimentazione, ricerca, attuazione della Costituzione.

È dare l’occasione ai carcerati di non essere numeri ma persone.

Osservare i comportamenti, comprendere che cucinare in cella significa riprodurre quel privato affettivo che manca.

Invitare ad accettare un impegno, a scegliere di partecipare.

“Dedicare tempo a un detenuto vuol dire conoscere lui, certamente, ma pure la sua famiglia, la sua rete di amicizie, sapere decifrare il suo mondo.

E allora si ha una mappa.”

Tanti esempi, scorci che parlano al nostro cuore.

Attraversare le porte e sentirsi straniato, assente.

Esprimere la propria creatività cercando di difenderla come bene prezioso.

“Fatichiamo a capire, fatichiamo a rispondere, abbiamo bisogno di strumenti che stentiamo a riconoscere.

E non è neanche solo una questione di mancanza di educatori.

È proprio che ci troviamo a maneggiare un alfabeto sconosciuto.”

L’autrice ci regala alcune lettere di questo alfabeto, lo fa mettendo a nudo le criticità di un sistema, le difficoltà legate alla mancanza di personale, gli episodi significativi, gli errori e le vittorie.

L’emergenza Covid, la distanza della città che non è parte integrante di un percorso che riguarda tutti: un saggio illuminante che si legge come un romanzo.

Un grazie va anche alla giornalista Serena Uccello e all’editore che ci hanno permesso di capire che dovremo imparare insieme “nuovi linguaggi in un nuovo contesto.”

 

 

“Ma tutti gli altri giorni no” Giancarlo e Massimiliano Governi Nutrimenti

 

 

“Il motivo per cui una scintillante mattinata di fine ottobre del 2020 ti ho chiesto di iniziare una conversazione intima, un viaggio della memoria, con me, non lo so nemmeno io.”

Un padre e un figlio costruiscono un dialogo serrato confrontando vissuti differenti.

Due generazioni a confronto permettono di comprendere il percorso culturale di entrambi.

Dovrebbe essere una intervista ma i toni sono conviviali, personali ma sempre guidati da una rigorosa e scientifica impostazione giornalistica.

Attraverso i racconti di Giancarlo Governi, tra i fondatori di Rai Due, conosciamo le dinamiche televisive che nell’evoluzione costante ci hanno portato all’oggi.

Nella semplicità delle risposte si intravede in filigrana l’umiltà dell’uomo che giorno dopo giorno ha costruito la sua carriera partendo dal basso.

Massimiliano è uno degli scrittori più creativi nel panorama italiano, i suoi libri contengono riflessioni sull’essere, sanno deviare verso la visione e il sogno.

“Ma tutti gli altri giorni no”, pubblicato da Nutrimenti, può essere definito un saggio di costume.

A me piace pensare ad un viaggio mano nella mano verso la meta della reciproca comprensione.

Non è casuale che nelle prime pagine si parte con una comune passione: il fumetto.

Pur nell’approccio e nelle preferenze differenti ad attrarre entrambi c’è la nuova tecnica comunicativa.

Questa attrazione è costante sia che si parli di libri, di programmi televisivi, di teatro.

È l’arte che in tutte le sue forme che viene assaporata.

Tanti i personaggi noti e meno noti, gli aneddoti, i ricordi.

“La televisione, quell’aggeggio che ci avrebbe portato il mondo in casa, che avrebbe fatto l’unità linguistica d’Italia, che avrebbe abbattuto i confini e che avrebbe trasformato, nel bene e nel male, l’universo mondo in un villaggio globale.”

La seconda parte del testo ha un imprinting più soggettivo, in parte per gli argomenti trattati.

Il futuro dell’umanità, la concezione della morte, il senso di colpa, l’infanzia diventano tasselli di una affabulazione che si stringe sempre più verso un nucleo centrale.

Quel nucleo è l’amore filiale, forte, resistente a qualunque bufera.

 

“Dove sono?” Bruno Latour Einaudi Editore Stile Libero

 

“La nostra sventura sta nel fatto che siamo confinati, senza avere, in senso proprio una casa nostra.

Ma è appunto ciò che permette di sfuggire alle trappole identitarie.

Grazie al confinamento finalmente respiriamo!”

In tanti ci siamo chiesti se il forzato lockdown dovuto al Covid avrebbe provocato un cambiamento.

Lo spazio ristretto ci avrebbe fatto ripensare al nostro modo sconsiderato di rapportarci all’ambiente?

Avremmo superato l’asfittico convincimento di essere invincibili?

Avremmo rivisto in maniera critica il nostro approccio alla soggettività?

Bruno Latour,  “uno dei più importanti filosofi e intellettuali del pianeta”, indica più percorsi alternativi.

Lo fa invitandoci a ragionare in maniera critica, uscendo da individualismi sterili, abbandonando la visione di un universo che possiamo modellare e governare.

Il primo passo è complesso ma necessario.

Dovremo tentare di fare un doppio salto mortale.

Uscire dalle prigioni dei nostri corpi e subire una metamorfosi.

Viene evocata una delle figure maggiormente simboliche della letteratura mondiale.

“Al risveglio mi ritrovo a patire i tormenti del personaggio della Metamorfosi di Kafka che durante il sonno si è trasformato in un insetto.”

Lo spaesamento nel non riconoscersi e nel non essere riconosciuto: è quello che è capitato anche a noi.

“Come abituarsi?

Brancolando, come sempre.”

Mi piace molto l’interpretazione dell’autore che in questo improvviso cambiamento vede la nuova occasione.

Basta leggere il racconto di Kafka al contrario e imparare da Gregor a uscire dal confinamento mentale e psicologico.

“Dove sono”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Simona Mambrini, può essere letto come un saggio ambientalista.

Un ambientalismo che osserva e studia l’individuo politico e quello biologico, non si ferma a descrivere i danni causati dall’uomo.

Ne legge le motivazioni legate all’economia del consumo e alla politica delle barriere ideologiche, religiose e geografiche.

“Imparare a percorrere la zona critica non significa tornare indietro verso il quaggiù di un tempo né verso il mondo materiale da cui i Moderni volevano ricavare il massimo profitto, per poi disprezzarlo e fuggire altrove.”

“Non è più possibile fuggire” è una frase forte che bisogna pronunciare con convinzione.

Un testo illuminante che prevede soluzioni e non si chiude in visioni apocalittiche.

Forte è la speranza di “abitare quaggiù” in un’altra forma.

“Smetterla di avanzare verso l’infinito e imparare ad indietreggiare, a fare un passo di lato davanti al finito.

È un altro modo per emanciparsi.

Una forma di brancolamento.

Curiosamente, di ridiventare capaci di reagire.”

Una lezione di civiltà e di rinnovamento, ne abbiamo bisogno.

 

 

 

“L’arte queer del fallimento” Jack Halberstam minimum fax

 

“Il sogno di un modo di vivere alternativo è spesso confuso con un pensiero utopico e quindi sminuito in quanto ingenuo, semplicistico, e come palese fraintendimento della natura del potere della modernità.”

Si rifiutano aprioristicamente forme di sapere “dove giustizia e ingiustizia occupino spazi diversi”, dopo è possibile rifiutare il modello capitalistico.

Parole come condivisione, cooperazione, uguaglianza vengono accantonate perché poco significative, pericolose perché frantumano la visione di un mondo che ruota intorno alla competizione.

Riflessioni che sono state oscurate dal pensiero dominante, confinandole “nei territori senza regole del fallimento, della sconfitta e dell’indecenza.”

Leggere “L’arte queer del fallimento”, pubblicato da minimum fax e tradotto da Goffredo Polizzi, significa tornare a respirare.

Sapere che le idee che hanno affollato le menti di pensatori liberi finalmente sono suffragate da una struttura solida.

Ci può essere un modo altro di concepire l’esistere all’interno della comunità.

Jack Halberstam, direttore dell’Institute for Rosearch on Women, Gender e Sexuality della Columbia University, non propone asfittiche teorie.

Parte dall’osservazione e attraverso un’analisi lucidissima costruisce una serie di ragionamenti.

Il linguaggio sciolto ricco di esempi e di riferimenti culturali rende molto piacevole il testo.

Non un saggio statico ma una continua fioritura di tematiche, dal cinema alla letteratura, alla quotidianità, alla fotografia.

Bellissimo lo spazio dedicato ai film di animazione e alla relazione tra interfaccia mediatica e soggetto.

“I cartoni animati Disney si sono troppo spesso trasformati in un medium borghese, piegandosi ai doveri educativi e formativi, hanno cominciato a prendere la forma di favole moraleggianti, con personaggi caratterizzati in modo normativo rispetto al genere e alle gerarchie di classe.”

Evidente tentativo di mortificare la creatività.

Sarebbe utile “deviare” dai soliti e obsoleti percorsi.

Decostruire la macchina ingloba informazione ed imparare a percorrere sentieri meno noti.

Ribaltare la visione di fallimento come schematismo che ci vuole fuori dai giochi e vivere immergendosi in nuove occasioni di conoscenza.

Siamo invitati a rifiutare “i regimi economici razzisti, il patriarcato, la sub cultura della sottomissione femminile.

Spettacolare la mappa genealogica di “un femminismo controintuitivo.”

È tempo di accettare la finitezza.

Allora coraggio:

“Abbracciamo l’assurdità, la sciocchezza, la scemenza senza rimedio.

Anziché opporre resistenza alla fine, ai limiti, celebriamo inevitabili e fantastici fallimenti, godiamoceli tutti, teniamoceli stretti.”

Da leggere per ricordare che bisogna riscrivere il futuro con spirito libero provando a costruire alleanze dissimili.

Viva la diversità come ricchezza!!!

 

“Carte d’amore” Antonio Prete Bollati Boringhieri

 

“Dire dell’amore è attraversare un paese che non ha confini.

Osservare un cielo che si apre in un altro cielo.

C’è qualcosa, nella parola amore, che è sempre al di là del suono che la dice.”

In questo spazio dalle infinite tonalità ci conduce Antonio Prete.

Rende singolare ef individuale l’esperienza dell’innamoramento, partendo dalla lingua del desiderio.

“Raccontare il desiderio è sostare nel paese sconfinato dell’altro.”

“Andare verso”: è questo il cammino che dovremo percorrere.

A farci compagnia la letteratura che da sempre ha saputo stigmatizzare e rappresentare questo complesso e misterioso sentimento.

Il nostro viaggio prevede più tappe e in ognuna, racchiusa in un capitolo, dovremo fermarci, ascoltare, percepire il nostro battito cardiaco.

“Carte d’amore”, pubblicato da Bollati Boringhieri, è l’antologia dove le anime si incontrano.

Esprimono e si scambiano interazioni, narrano e rendono vivo e palpitante l’inconoscibile.

“Versi d’amore e prose di romanzi ..chiedono di prendere la scena.”

La prima figura che incontreremo è “l’apparizione.”

Vivremo l’incontro con stupore e con un senso di ebbrezza.

Guido Cavalcanti ci farà assaporare la tempesta interiore, Leopardi il turbamento e “l’inquietudine indistinta”.

Seguono il segreto e il silenzio, il bisogno di preservare l’immagine del soggetto amato.

Ogni epoca ha un suo sentire e un suo esprimere l’emozione e leggendo si ha la sensazione di attraversare il Tempo.

Nel nostro incedere ci sarà posto per la tenerezza, la seduzione, la sublimazione dell’assenza.

“Lo svanire e il perdersi dell’io fuori da se stesso, il senso di una gelida opacità del sentire si fanno sgomento, domanda nello sgomento, percezione di una presenza che svuota mentre penetra.”

Le parole fanno da cornice ai nostri stati d’animo, rendono ciò che abbiamo sentito e non siamo riusciti a tradurre in verbo.

Questo libro bellissimo ci insegna un alfabeto nuovo, un approccio culturale alla relazione.

Socrate, Apuleio, Enea, Pirandello, Mann: “un mare nelle cui onde traluce un’azzurrità divina, primigenia e purissima.”

Un testo prezioso per la qualità dei riferimenti culturali, le associazioni, la poesia, l’evocazione del primo bacio, il dolce canto della vita.

Un pensiero che è ulteriore occasione di riflessione:

“Avventurarsi nel paese del corpo: il desiderio del viaggiatore.”

A vele spiegate alla ricerca di quel porto che da sempre cercavamo.

“Lo stretto sentiero del profondo nord” Bashõ Einaudi Editore

 

“I mesi e i giorni sono eterni viandanti, e così gli anni, che vanno e vengono, sono viaggiatori.”

Leggendo “Lo stretto sentiero del profondo nord”, pubblicato da Einaudi Editore, tradotto e curato da Chandra Candiani e Asuka Ozumi, si resta abbagliati.

Un’opera sublime frutto di cinque anni di lavoro considerata il capolavoro di Bashõ.

Un viaggio non solo nella poesia, la geografia di un’anima sempre alla ricerca del quid che sfugge alla comprensione.

La purezza dell’haiku è accompagnata da una prosa cristallina che sa narrare luoghi ed emozioni.

Ci si immerge in una dimensione altra, perdendo il contatto con la quotidianità.

Si sente una folata di spiritualità mai forzata, qualcosa che nasce e cresce e si estende come un albero che ha finalmente trovato la luce.

È contemplazione e meditazione, rivisitazione delle tradizioni, inno alla bellezza.

Tutto muta e si trasforma e questa metamorfosi ci coinvolge.

Facciamo parte di una materia in continua evoluzione e il passo si fa spedito, non si sente la stanchezza.

La leggerezza della parola, l’accostamento di immagine e visione, la grazia di una figura che appare come un mito irraggiungibile.

L’inflessibile osservazione di sè, la passione per la Natura che è viva e partecipe, gli insegnamenti del Maestro, il bisogno di andare, le inquietudini, il canto delle risaie: impossibile descrivere l’atmosfera magica di questo meraviglioso libro.

“Gli uomini del mondo

Non notano i fiori

Di castagno sulla gronda”.

L’attualità del verso stordisce e commuove, è come se una voce facesse spazio ad una nuova consapevolezza.

Si attraversano fiumi, si entra nelle grotte, si visitano santuari e monumenti.

Il Giappone è la concatenazione di geometrie interiori, lo stupore e il pianto, la maestosa architettura della mente.

Neve, pioggia, la luce della luna, i tardivi fiori di ciliegio, la frescura del mare: scorci sempre accompagnati da profonde riflessioni.

“Tempo di scrivere

Sul ventaglio poi stracciato

Strappo d’addio.”

Non siamo pronti a lasciar andare queste pagine così intense.

Continueranno a farci compagnia quando il cuore sentirà l’urgenza di trovare risposte.

 

“Le signore della scrittura” Sandra Petrignani La Tartaruga

 

“Durare.

Dieci scrittrici dalla lunga vita alle spalle, vita che si estende per quasi un intero secolo.

Dà le vertigini.

E insieme, persino nella nostra epoca irriverente, piega al rispetto.

Durare è già un merito.

Durare e scrivere, un altro.

Specie se a scrivere è una donna.”

Ho scelto un assaggio dell’introduzione all’edizione del 1984 di “Le signore della scrittura.”

Un libro che già allora fu incredibile scoperta, oggi a distanza di una quarantina d’anni torna in libreria grazie alla casa editrice La Tartaruga.

Si notano alcune integrazioni ma il testo mantiene nel contenuto il progetto iniziale.

Un montaggio di interviste pubblicate su “Il Messaggero” che hanno il sapore di amichevoli chiacchierate.

Nell’eleganza delle domande emerge la competenza giornalistica di Sandra Petrignani.

Leggera si muove nel dialogo con una sensibilità commovente nel rispetto delle interlocutrici.

I luoghi degli incontri sono scorci di esistenze, raffinate descrizioni di ambienti in sintonia con i personaggi che si raccontano.

La casa ai Parioli di Maria Bellonci, atmosfera d’altri tempi, “corridoi come labirinti” mentre le parole sono misurate.

“Il potere letterario non è temibile.

E comunque non decido niente di letterario da sola, ma insieme a molti altri.”

Una frase che contiene il segno distintivo del Premio Strega.

Una casa in campagna con panorama sui laghi e la compagnia di Fausta Cialente, amante della sincerità, innamorata dell’Egitto.

I ricordi di Natalia Ginzburg, il tormento di Elsa Morante, la lucida analisi della società di Anna Maria Ortese, la passione per la scrittura di Lalla Romano.

Donne che hanno lasciato un segno indelebile nella Cultura del nostro Paese e abbiamo il dovere di difenderne la memoria.

Ricordarle, rileggere i loro scritti, riproporre il loro messaggio.

Questo splendido saggio può essere una guida preziosa anche per le giovani generazioni.

Leggerlo significa comprendere da dove veniamo e certamente dove dobbiamo andare.

Tra le tante una frase:

“Vivere con passione e raccontare la vita con distacco.”