“La scomparsa dei riti” Byung Chul Han Nottetempo Edizioni

“I riti sono azioni simboliche.

Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.

Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità.

A costituire i riti è la percezione simbolica.”

Il mondo sta perdendo i suoi simboli, il tempo non ha più stabilità, le emozioni vengono consumate.

Il grave rischio è l’incapacità di confrontarsi con gli altri e di costruire bolle narcisistiche.

“La scomparsa dei riti”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, va letto con attenzione perché regista il profondo malessere della società.

Mette a fuoco aspetti di una socialità repressa, incapace di ripetere e quindi di sperimentare le azioni e i pensieri.

“Il nuovo si appiattisce rapidamente diventando routine, è una merce che si consuma e riaccende il bisogno di nuovo.”

Questo ossessivo consumismo interessa non solo gli oggetti ma anche e soprattutto le persone, creando uno scollamento dell’ affettività.

Si destabilizza il rapporto tra azione e corporeità, tutto assume la forma inconsistente di nuvola passeggera.

La rete favorisce e aggrava la “politica impulsiva” allontando il ragionamento e la mediazione.

Il baccano delle eccessive informazioni delocalizza l’Io, lo trasforma in oggetto che produce.

“La costruzione della propria identità non può tuttavia limitarsi al sè, ma deve svolgersi sullo sfondo di un orizzonte di significato sociale capace di conferirgli una rilevanza che vada oltre il proprio sè.”

L’analisi di Byung Chul Han è diretta, pervasiva, convincente.

Interessante il riferimento al non luogo, alla disintegrazione della passione.

La scrittura procede con un ritmo accessibile a tutti, offre spunti culturali e certamente invita a trovare strade alternative dove c’è ancora posto per il soggetto.

“Elogio della gentilezza” Adam Phillips e Barbara Taylor Ponte Alle Grazie

“È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta e ogni attacco contro di lei è un attacco contro le nostre speranze.”

Lo psicanalista Adam Phillips e la storica Barbara Taylor in “Elogio della gentilezza”, pubblicato da Ponte Alle Grazie e tradotto da Marcello Monaldi, spiegano perché “la gentilezza d’animo è diventata un nostro piacere proibitivo.”

L’analisi storica e filosofica si avvale delle citazioni di autorevoli autori.

Seneca, Marco Aurelio, Alistotele, Rousseau, Freud: un caleidoscopio culturale accompagnato dalle riflessioni degli autori.

Una rivisitazione molto curata partendo dalle fonti in un percorso accessibile a tutti.

Interessante è la etimologia delle parole che crea un ponte tra la lingua e il pensiero.

Dall’età vittoriana ai tempi nostri seguendo un percorso che invita ad interrogarsi.

“Le domande che ci dobbiamo fare sono dunque sempre le stesse:

Chi vogliamo respingere?

Chi vogliamo continuare a tenerci stretto?

Di quali sentimenti vogliamo fare a meno, di quali vogliamo godere?”

Perché farsi carico delle debolezze altrui è diventato “un segno di debolezza”?

La nostra società emargina e classifica come perdenti coloro che si dedicano agli altri.

La responsabilità di questa nuova e tragica mancanza di disponibilità dipende da tutti noi che viviamo il sentimento con un oscillante senso di ambiguità.

Facciamo resistenza mettendo a tacere gli impulsi positivi.

“È segno di amorevolezza prendere gli individui per quello che sono e non per come vorremmo che fossero; è segno di amorevolezza prendersi cura delle persone così come si presentano.”

Purtroppo invece prevale la competizione che dividendo gli individui in perdenti e vincenti produce effetti catastrofici e genera nemici.

Altro sintomo molto diffuso dei nostri tempi è la ricerca di capri espiatori alla infelicità.

L’aspetto pedagogico del testo apre nuove prospettive nella relazione genitori figli.

Forse bisognerebbe rieducarci, partendo dai bambini e insieme a loro provare a costruire modelli solidali perchè “l’affetto è qualcosa di cui abbiamo bisogno”.

 

 

“Stai zitta” Michela Murgia Einaudi Editore

“Una donna che parla in contraddittorio 《provoca》.

Il resto può passare, ma l’atto di esprimere opinioni diversive va sempre contestato.

Sei cantante e dici la tua sui migranti?

Continua a cantare e stai zitta.

Sei scrittrice e fai un commento su come il governo gestisce l’emergenza pandemica?

Scrivi i tuoi libri e per il resto stai zitta.

Fai l’attrice e rilasci una dichiarazione sulle scelte collettive per fermare il cambiamento climatico?

Eri molto molto meglio quando facevi i film e stavi zitta.”

Propongo un esperimento.

Iniziate a leggere “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”, pubblicato da Einaudi Editore, in compagnia di un quadernino.

Ad a ogni capitolo segnate la frase che vi ha convinto e quella che rappresenta la realtà.

È importante liberarsi dai pregiudizi ed ascoltare.

“La donna che non vuole irritare l’uomo con cui si sta confrontando deve agognare di avere spesso torto o almeno di non avere sempre ragione.

Specialmente quando ha ragione.”

Una delle cause del silenzio è legata alla condiscendenza della donna?

Michela Murgia analizza con lucidità e una buona dose di umorismo l’assenza delle figure femminili nei ruoli di potere.

Dai giornali, alle televisioni, alla politica poca rappresentanza come se nessuna sia esperta.

La cosa più grave che questa assenza non viene percepita, è “la normalità”.

Non bastano le quote rosa?

Signori, ci dispiace, non cerchiamo una parità numerica ma vorremmo “una rappresentazione del pensiero.”

Viene negata l’identità sociale, la competenza, la creatività espressiva.

Nella sfera privata o si è mamme o si vive il peso di una colpa.

“Come in tutti i sistemi di potere coercitivi, il patriarcato non tollera il dissenso e ha metodi violenti per combatterlo.”

Se negli anni settanta si erano aperti nuovi orizzonti oggi si assiste ad una regressione sociale.

Certamente la politica sovranista e aggressiva ha le sue responsabilità insieme ad una mancanza di solidarietà tra donne.

E se provassimo a rifiutare i modelli che ci impongono?

Pronti a rileggere le vostre osservazioni?

Le parole della scrittrice vi hanno convinto e hanno rafforzato le vostre condivisione: il libro è stato illuminante.

Non vi siete sentiti coinvolti? Anche in questo caso la lettura è stata utile perché vi ha permesso di conoscere una visione alternativa alla vostra.

Per quanto mi riguarda mi sono sentita rappresentata, ho respirato un’aria di confronto e un approccio morale ed etico che mi appartengono.

“Penelope alla peste” Veronica Passeri Castelvecchi Editore

“Penelope alla peste”, pubblicato da Castelvecchi Editore, raccoglie le storie di 14 donne durante la pandemia.

Ognuna ricama il suo racconto, lo rende prezioso offrendo una narrazione molto onesta.

“Le persone sono abituate a vedere la guerra, i terremoti, lo tsunami in televisione, sono abituate alla spettacolarizzazione dei disastri.

Ma poi basta spegnere la tv e non esiste più niente.”

Nelle riflessioni di Barbara si sottolinea la dicotomia tra realtà e finzione, l’incapacità di comprendere che il virus era entrato nelle nostre città.

La difficoltà della didattica a distanza, la paura di non rivedere i nonni, la concitazione nei reparti covid, il bisogno di “raccontare per alleggerire il carico” sono segni di uno stravolgimento totale.

Le certezze sono state sostituite dallo spaesamento, il tempo si è allungato mostrando le conflittualità familiari.

“La guerra aveva la sua galleria di figure e i suoi colori.

Questo virus, invece, non si vede.

Si sa che aleggia nell’aria e che ci ha strappato alle nostre vite.

È un nemico subdolo.”

È la distanza, l’isolamento, l’assenza di abbracci a rendere surreale l’atmosfera mentre le sirene spaccano il cuore.

Veronica Passeri scrive un testo empatico ed ha la capacità di trasformare un’analisi sociologica in una rappresentazione teatrale.

Siamo noi i protagonisti, ci muoviamo tra le parole cercando il segno di una speranza.

La testimonianza dell’ostetrica Cinzia, i sogni della giovane Andrea, la competenza di Sara nel dedicarsi agli ultimi: tracce di un’umanità che non si lascia piegare dalla paura del contagio.

Un collage da leggere per attraversare il buio e provare a trovare la forza per andare avanti.

 

 

 

 

“Il mondo visto dalle parole” Giuseppe Antonelli Solferino Editore

“Le parole sono pietre.

Pietre che rotolano nel tempo e intanto s’impastano di storia, trattenendo un poco di ogni epoca.

E molto della nostra vita: perché tutti viviamo una vita tra le parole.

Parole d’amore e d’odio, parole di lavoro; parole dette, scritte, lette, ascoltate, sentite e dimenticate, parole sbagliate.

Ci sono parole che per ognuno di noi hanno un valore speciale. Da cui la memoria sprigiona in forma di pura emozione, si fa sentimento attraverso i sensi; porta con sé un suo sapore, un suo odore o colore, una superficie levigata o ruvida, una strana consistenza tridimensionale.”

Imparare a percepire il vocabolario come fosse un racconto, quello presente e quello passato.

Sentire l’emozione nello scoprire una parola nuova.

Sorridere ricordando un fonema poco usato.

Comprendere la relazione tra etimo e mito.

Scoprire che Leopardi odiava gli arcaismi, che “computer” è nato nella prima metà del Seicento per indicare una persona incaricata di fare calcoli.

“Il mondo visto dalle parole”, pubblicato da Solferino, è una miniera di sorprese.

È l’approccio alla linguistica come scoperta che ci aiuterà a comprendere.

È la storia dei popoli che con il linguaggio hanno espresso le loro diversità.

È suono che arriva come un invito ad aprire il cuore al lessico.

Diviso in capitoli il saggio può essere consultato seguendo un proprio percorso.

Interessante è la riflessione sulla relazione tra era digitale e ritorno alla scrittura, l’integrazione con altre forme espressive, la destrutturazione del testo.

“Un tempo c’era il testo lineare, elaborato, che portava traccia della sua storia di ripensamenti.

Oggi, superata la chiocciola (che simbolicamente legava l’identità digitale ad un indirizzo-casa), il segno dei tempi è diventato l’hashtag, che apre le porte alla discussione – condivisione di uno specifico tema.”

Si rischia di avere un alfabeto discontinuo, frammentario, senza connessioni con la realtà.

Che dire dei correttori automati delle nostre tastiere?

Giuseppe Antonelli si fa compagno di avventure in un viaggio dove impareremo tanto.

Significato, origine in un fantastico gioco che non conosce frontiere.

“Per tornare a incidere sulla realtà, bisogna pensare idee nuove e trovare le parole giuste.

Le parole giuste per farsi ascoltare.

Per provare, in un’epoca in cui l’odio sembra diventato l’unico dio, a suscitare passioni positive.”

Un testo prezioso che aiuta a vivere il cambiamento della lingua, ad accettare la perdita di tante certezze, a sperimentare la nuova mappa del mondo in cui viviamo.

“L’abisso di Edipo” Giulio Guidorizzi il Mulino

“Edipo è un uomo che tra rabbie e angosce ha però il coraggio di svelare il suo segreto fino in fondo.

Così cade dentro il suo personale abisso; non ha la scaltrezza di Ulisse, non sa (o non vuole) evitare la sua Cariddi né uccidere il suo Ciclope”.

“L’abisso di Edipo”, pubblicato da il Mulino, intrattiene il lettore invitandolo a porsi domande esistenziali necessarie.

Partendo dalle vicende dell’eroe mostra quanto sia fragile ogni certezza quando “le cose prendono il loro corso, come non si può arrestare la corrente di un fiume che precipita in una cascata.”

Sofocle racconta l’indicibile, affronta la dicotomia tra destino e libertà.

Individua la doppia identità dell’essere umano: “il principe e il trovatello, il re e il capro espiatorio, il prescelto e il reietto, il solutore di enigmi e colui che non seppe capire chi era.”

Giulio Guidorizzi nel mito trova tracce “della materia fiammeggiante dell’anima, un magma di passioni, impulsi e istinti inesorabili.”

Mette in luce un cammino che nell’interpretazione del testo riesce ad analizzare odio, rabbia, furore.

Cerca di comprendere le ragioni del “raptus di disperazione”.

“La colpa è un problema di un individuo, la contaminazione di tutti.”

Da soggettiva la storia diventa collettiva ed è forse questo il segno dell’espiazione.

La rilettura della figura di Giocasta è commovente, insolita.

“Colei che cerca di sopire e nascondere, di rassicurare, una donna pronta a subire tutto per conservare la pace.”

L’autore sa scegliere i brani che meglio di qualunque commento tracciano il sentire dei personaggi.

Gli spendidi dipinti e il testo della tragedia concludono un’avventura che lascia disorientati.

È la vertigine della Verità che destruttura il senso di impotenza.

È la luce della Rivelazione che rischiara la notte.

È la rapsodia di voci antiche che ancora hanno tanto da insegnare.

 

“La società senza dolore” Byung – Chul Han Einaudi Stile Libero

 

“La società senza dolore Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, ci costringerà a pensare!

Una lucidissima analisi politica mostra come e perché la società neoliberista abbia privato “il dolore di qualsiasi possibilità di espressione.”

La negazione della sofferenza porta alla passività, all’incapacità di reagire.

Automi in una “democrazia palliativa”, impariamo a nascondere il malessere.

Crediamo che il disagio sia un evento privato e questa visione distorta genera una drammatica mancanza di reattività.

“Il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da nascondere o da eliminare in nome dell’ottimizzazione.”

L’abuso di psicofarmaci è segno di una privatizzazione delle sensazioni creando l’azzeramento dello spirito critico.

Isolarsi significa escludere l’Altro, confinarsi all’interno del proprio Io che si ingigantisce.

“La stanchezza dell’Io è sintomo del soggetto di prestazione narcisistico e sfibrato.

Essa isola gli esseri umani invece di riunirli in un Noi.”

Nel disimparare “l’arte di patire il dolore” perdiamo il contatto con la parte profonda del sè e la capacità di narrarla.

La Cultura si appiattisce in una rappresentazione astratta e asettica, incapace di interpretare il volto della contemporaneità.

Byung – Chul Han percorre le teorie filosofiche e psicologiche, ne spiega le connessioni e le diversità.

Invita a riflettere sulla differenza tra azione e sopravvivenza, sulla mancanza di comunione e di fantasia figlie da uno spietato neoliberismo.

“Il baccano comunicativo perpetua l’inferno dell’Uguale.

Impedisce che avvenga qualcosa di veramente Altro, del tutto incomparabile, mai visto prima.

L’inferno dell’Uguale è una zona di benessere palliativo.”

Ogni capitolo ha un titolo e scandisce un percorso ontologico ed etico: pagine ricche di riferimenti e di occasioni di riflessione.

Interessante l’interpretazione sociologica della pandemia vissuta come isteria della sopravvivenza.

Da leggere per imparare ad accettare le nostre fragilità e urlarle al mondo.

“Il coraggio delle donne” Dacia Maraini Chiara Valentini il Mulino

“Il coraggio delle donne”, pubblicato da il Mulino, permette di riflettere sul ruolo della figura femminile attraverso un viaggio nel tempo.

Dalle battaglie per i diritti civili, alla formazione di gruppi femministi al nostro presente.

Il dialogo tra Dacia Maraini e Chiara Valentini ha il pregio di mettere a confronto idee e percorsi differenti.

Il ricordo degli anni 70 è uno degli spartiacque e finalmente identifica un approccio collettivo e una visione politica.

Non concordo con la visione della Maraini quando afferma che “il femminismo viaggiava parallelo rispetto ai nuovi movimenti marxisti che chiedevano un rinnovamento totale della società italiana.”

Le donne hanno dovuto affermarsi e lottare anche in ambienti culturalmente e politicamente “rivoluzionari”.

Spero che in tanti avranno l’opportunità di leggere il saggio perché quella fase storica merita approfondimento.

Le conquiste femminili sono state lente, sofferte e non sempre accompagnate dallo sguardo benevolo di compagni e mariti.

Ancora oggi c’è una disparità incolmabile in famiglia, al lavoro, in società.

Le due autrici non si fermano ai dati statistici ma cercano di comprendere il perverso meccanismo che non prevede l’affermazione di una identità di genere.

È vero che “quella delle donne è stata l’unica rivoluzione non fallita del XX secolo”, come ha affermato lo storico Eric Hodsbawm?

“Ora siamo in un momento molto grave, con questo virus sbucato dal nulla con timidezza e quasi dal nulla, tanto da non essere preso troppo sul serio, è che poi, piano piano, si è insinuato nella vita di tutti noi, al punto che è diventato difficile parlare d’altro.”

Ed è proprio in questa fase che sono aumentate le violenze domestiche e purtroppo anche i femminicidi.

Ritornare a parlare di diritti negati ha un valore doppio in questo periodo buio.

Uscire dalle stratificazioni mediatiche, affermare le proprie specificità, rintracciare nella rilettura dei classici quella visione maschilista che continua a generare vittime e padroni.

La seconda parte del saggio è dedicata alle donne coraggiose.

Ipazia, Olympe de Gouges, “ghigliottinata il 3 novembre 1793, nel pieno del Terrore, per aver pubblicato la sua famosa Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, Vibia, vissuta tra il II e il III secolo d. Cr. che ha il coraggio di proclamare la propria fede.

Alcune delle icone poco conosciute sono esempi per le nuove generazioni.

Leggere le loro storie significa imparare a riprendere un cammino che forse avevamo interrotto.

 

 

“Il mestiere di leggere” Rogelio Guedea Graphe.it

“Leggere è dare alla memoria la possibilità di vivere due volte.”

“Il mestiere di leggere”, pubblicato da Graphe.it., è una biblioteca da visitare senza fretta.

Tanti i suggerimenti e le citazioni, le connessioni e le disgressioni.

Ci si appassiona alle curiosità e ai piccoli aneddoti.

Incontriamo Octavio Paz mentre, piccolissimo, nella biblioteca del nonno Ireneo, scopre i classici spagnoli e francesi.

Ernesto Sábato ci ricorda che anche noi siamo il libro che qualcuno legge.

Lichtenberg ci invita a proibire “Il catalogo dei libri proibiti.”

Carlos Fuentes regala un inno commovente al libro.

“Il libro ci dice che la nostra vita è un repertorio di possibilità che trasformano il desiderio in esperienza e l’esperienza in destino.

Il libro ci dice che esiste l’altro, che esistono gli altri, che la nostra personalità non si esaurisce in se stessa ma si esprime dell’obbligo morale di prestare attenzione al prossimo, che non è mai troppo vicino.

Il libro è l’educazione dei sensi attraverso il linguaggio.

Il libro è l’amicizia tangibile, olfattiva, tattile, visiva, che apre le porte della nostra casa all’amore che ci unisce al mondo, perchè possiamo condividere il verbo del mondo.

Cosa significa leggere?

Quali emozioni scatena?

Si può leggere per imposizione?

Rogelio Guedea, poeta, saggista, narratore e traduttore messicano,  compone un’elegia e al contempo ironizza sulla figura dello scrittore troppo preso da se.

Il saggio nasce come un viaggio nella memoria, è la miscellanea delle esperienze di un autore che ha speso la sua esistenza spinto dal desiderio di conoscere, confrontare, sottolineare un brano.

Testimonianza di un amore profondo e viscerale, offre un’interpretazione della lettura non più passiva ma attiva.

Ricerca dell’ambiguità, del senso e del non senso, del conflitto tra fantasia e realtà.

Non bisogna dimenticare mai che:

“Il fine ultimo della lettura è risvegliare.”

 

 

 

“Naviga le tue stelle” Jesmyn Ward NNEditore

“A mia nonna materna, Dorothy

La prima narratrice della mia vita.

Nata avvolta in una membrana consacrata

Ai sogni premonitori, vede al di là di noi

Senza smettere mai di guardarci.

Da sempre tiene unita la famiglia:

Per noi si è fatta strada nell’oceano più buio

E tra le montagne più selvagge.

La amerò sempre

In questo mondo e nel prossimo.”

La dedica di “Naviga le tue stelle”, pubblicato da NN e tradotto da Alessio Forgione, è preludio di una forte emozione che accompagnerà il lettore.

Un memoriale per chi non ha approdi sicuri.

Una guida per chi non crede più nei sogni.

Il racconto di un’esistenza che ha lottato, sudato, patito.

La storia di una comunità “povera, rurale e prevalentemente nera.”

In una famiglia che è stata costretta a sopravvivere accontentandosi di lavori umili Jesmyn Ward comprende che l’istruzione è la sua salvezza.

“Facevo il possibile per entrare in una buona università, la via di uscita dal futuro limitato che sentivo stringermi il collo, che minacciava di soffocarmi.”

È giovane e non sa che il salto sociale non è così automatico.

Non ci sono carte vincenti o santi in paradiso.

La strada è lunga, difficile con tratti scivolosi.

Il dolore può arrivare improvviso e recidere con una lama sottile gli affetti più cari.

Può scorticare la pelle, invadere il cuore.

Bisogna rialzarsi e fare piccoli passi.

“Lessi di più, per due anni e mezzo, lessi e, alla fine, scrissi e revisionai un racconto.”

La passione per la scrittura non basta.

Bisogna lavorare sodo, con passione e determinazione.

Basta leggere i romanzi della scrittrice per comprendere quanto la parola sia cercata, modellata, studiata.

Il testo breve, pronunciato alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Tulane University, è un messaggio e un invito al coraggio.

“Persevera, lavora sodo, affronta il rifiuto, e supera gli ostacoli fino a che non incontri un guardiano che ti aprirà una porta.”

Le pagine colorate, i disegni di Gina Triplett e la dolcezza dell’autrice regalano una speranza che difficilmente si spegnerà.

È il fuoco interiore di una donna che ha creduto in se stessa e non è poco.