“Sette case vuote” Samanta Schweblin SUR

 

Il titolo “Sette case vuote” evoca una mancanza che ritroviamo nei racconti pubblicati da SUR e tradotti da Maria Nicola.

Qualcosa di impalpabile, indefinito che non è legato al luogo.

È una condizione esistenziale, un’aritmia dell’anima.

Può presentarsi come dissociazione del pensiero, gestualità eccessiva, indicibile mancanza di senso.

Tutto è rarefatto, narrato come fosse un sogno ad occhi aperti.

Forte è lo spaesamento e la quotidianità è un filo spezzato.

La relazione genitori figli non è addomesticata dalla normalità ma mostra una distanza siderale, descrive universi inconciliabili dove ognuno ha un suo spazio privato irraggiungibile.

“È un breve momento di illuminazione; se chiudo il rubinetto per prendere nota, le parole scompaiono.”

La difficoltà di comunicare diventa un campo minato dove c’è posto solo per la follia.

Samanta Schweblin nella perfezione di una scrittura empatica offre il paradigma di un disorientamento psicologico.

L’ impossibilità di accettare la morte di un figlio, le stranezze di due anziani, la nevrotica compilazione di liste sono tutti segni di un vuoto da riempire.

Ed ecco che l’abitazione non è mai salvifica.

Diventa isola dove possono abitare indisturbati i nostri demoni.

“Questo è il mio modo di camminare, penso.

Questo è il mio palazzo.

Questa è la chiave del portone.

Questo è il pulsante dell’ascensore che mi porterà al mio piano.

Le porte si chiudono.

Quando le porte si riaprono le luci del corridoio tornano a sfarfallare.”

Nella sintassi stringata si compie l’arcano di una letteratura provocatoria, attualissima, foriera di uno stato alterato.

Non sono necessarie scene visionarie o maldestri tentativi di edulcorata la realtà.

La vita è frammento difficile da ricomporre e la nudità diventa il bisogno di riappropriarsi del corpo, di sentirsi interi.

Prova brillante dove ognuno potrà trovare le fantasie distorte che non ha il coraggio di svelare.

 

“Sette case vuote” Samanta Schweblin SUR

 

Il titolo “Sette case vuote” evoca una mancanza che ritroviamo nei racconti pubblicati da SUR e tradotti da Maria Nicola.

Qualcosa di impalpabile, indefinito che non è legato al luogo.

È una condizione esistenziale, un’aritmia dell’anima.

Può presentarsi come dissociazione del pensiero, gestualità eccessiva, indicibile mancanza di senso.

Tutto è rarefatto, narrato come fosse un sogno ad occhi aperti.

Forte è lo spaesamento e la quotidianità è un filo spezzato.

La relazione genitori figli non è addomesticata dalla normalità ma mostra una distanza siderale, descrive universi inconciliabili dove ognuno ha un suo spazio privato irraggiungibile.

“È un breve momento di illuminazione; se chiudo il rubinetto per prendere nota, le parole scompaiono.”

La difficoltà di comunicare diventa un campo minato dove c’è posto solo per la follia.

Samanta Schweblin nella perfezione di una scrittura empatica offre il paradigma di un disorientamento psicologico.

L’ impossibilità di accettare la morte di un figlio, le stranezze di due anziani, la nevrotica compilazione di liste sono tutti segni di un vuoto da riempire.

Ed ecco che l’abitazione non è mai salvifico.

Diventa isola dove possono abitare indisturbati i nostri demoni.

“Questo è il mio modo di camminare, penso.

Questo è il mio palazzo.

Questa è la chiave del portone.

Questo è il pulsante dell’ascensore che mi porterà al mio piano.

Le porte si chiudono.

Quando le porte si riaprono le luci del corridoio tornano a sfarfallare.”

Nella sintassi stringata si compie l’arcano di una letteratura provocatoria, attualissima, foriera di uno stato alterato.

Non sono necessarie scene visionarie o maldestri tentativi di edulcorata la realtà.

La vita è frammento difficile da ricomporre e la nudità diventa il bisogno di riappropriarsi del corpo, di sentirsi interi.

Prova brillante dove ognuno potrà trovare le fantasie distorte che non ha il coraggio di svelare.

 

 

“Distanza di sicurezza” Samanta Schweblin SUR

In “Distanza di sicurezza” l’inverosimile ha caratteri netti, invasivi, taglienti.

Palesa un universo alternativo dove credenze popolari e fantasticherie riescono a confondersi.

Due madri, due ragazzini e una trasmigrazione di anime è occasione per perforare i pilastri del realismo.

Il lettore viene investito da una trama che costruisce una serie di labirinti.

Ognuno fa accedere ad una prospettiva diversa, una fantasia, un guizzo visionario.

“Osservare aiuta a ricordare.”

È come se nel gioco di specchi tra immaginazione e realtà sia necessario fare i conti con la memoria.

Una memoria recente fatta di gesti normali, chiusa all’interno di luoghi ben precisi.

Un costume, una tazza, una piscina, un’auto sono segni tangibili di figure che fanno parte dell’esistente.

Sono loro a dipanare il mistero, a trasformare la maternità in un incastro non sempre facile da gestire.

“Siamo vicinissimi a tutto, al centro di tutto.”

Sprofondiamo in questa incandescenza che cresce senza dare tregua.

È la follia travestita da normalità?

È la paura di perdere il contatto con i figli?

È il desiderio di abbandonarsi al sogno mentre il tempo scorre troppo veloce?

Samanta Schweblin, finalista al Man Booker International Prize mostra i fantasmi del nostro tempo, li deforma, li modella usando una prosa che si sbriciola in tanti frammenti.

Ci concede il piacere di ascoltare e toccare il proibito.

Il nemico si accosta ma non ne abbiamo timore.

Sappiamo che la vera letteratura svela gli enigmi e toglie ogni maschera, anche la più temuta.