“Il ghetto interiore” Santiago H. Amigorena Neri Pozza

“Vicente Rosenberg era arrivato in Argentina nel mese di aprile del 1929 con pochissimi soldi in tasca e una lettera di raccomandazione di suo zio per la Banca di Polonia a Buenos Aires.”

Una scelta che non nasconde solo la necessità di trovare nuovi spazi.

Ha intuito che quella che credeva la sua terra lo sta respingendo affibbiandogli il marchio di ebreo.

Cerca di cancellare il passato e prova a vivere felice con la moglie e tre figli.

Ha amici, un lavoro, entusiasmo e progetti.

“Aveva saputo che nel settembre 1939 i tedeschi avevano invaso la Polonia.”

Cerca di restare ai margini di un evento che non sente più suo.

Ma le notizie tragiche incalzano e nell’animo del protagonista si succedono tanti cambiamenti.

“Il ghetto interiore”, pubblicato da Neri Pozza, attraverso la storia di un uomo, racconta uno dei più tragici eventi che hanno macchiato di sangue il Novecento.

“Il muro che i tedeschi avevano appena costruito a Varsavia per segregare gli ebrei aveva delimitato un’area di poco più di tre chilometri quadrati nella quale dovevano vivere oltre quattrocentomila persone.”

Santiago H. Amigorena mostra il conflitto di chi sente di aver abbandonato la sua famiglia prendendo le distanze da radici che altri gli hanno imposto.

Ci permette di riflettere sul senso di appartenenza, sulla follia del regime nazista, sull’annullamento dell’identità.

Vicente non trova più parole per comunicare, sente l’abisso di un dolore che lo lacera e si abbandona tra le braccia della disperazione.

“Vedeva solo, ovunque, un vuoto inutile, oppure neve, altrettando inutile.”

Possiamo rinchiudere l’altro in una casella?

Stigmatizzare l’essere umano, impedirgli di essere cittadino del mondo?

Un romanzo storico di grande impatto emotivo.

Una rivisitazione della shoah attraverso una ricostruzione impeccabile.

Il libro ci interroga e ci costringe ad entrare nella mente del personaggio.

Sentire come colpa l’incapacità di fermare il massacro, essere intrappolato in una dimensione di resa interiore.

Il lirismo che permea le pagine sublima il nostro bisogno di comprendere “le tante cose senza un perchè.

“I nazisti si erano impegnati a far sí che nulla avesse un perchè e ci erano riusciti.”

Sarà possibile provare a trasformare il dolore in rimozione?

Ci piace pensare insieme all’autore che quel terribile passato vive in ognuno di noi perchè ricordare è un dovere.

 

 

Citazioni tratte da “Il ghetto interiore” Santiago H. Amigorena Neri Pozza

 

 

 

Da qualche tempo faceva fatica a partecipare a quelle interminabili conversazioni che, partendo dal loro passato o dalle loro famiglie, li conducevano sempre sullo sdrucciolevole terreno politico degli sviluppi della situazione in Europa.

 

Che disperazione per una madre non avere notizie di suo figlio!».

 

Rosita e Vicente erano molto diversi, ma in una cosa si assomigliavano tantissimo: un’incerta fragilità, pallida e silenziosa, che tradiva il fatto di essere stati molto amati da piccoli.

 

Come mai a volte parliamo di noi stessi con la certezza di essere un’unica cosa, semplice, fissa, immutabile, una cosa che possiamo conoscere e definire con un’unica parola?”.

 

Allontanarsi da sua madre, nel 1928, era stato un tale sollievo – essere lontano da lei, oggi, era una tale tortura.

 

I nazisti non gli avevano dimostrato che a definirlo era un’unica cosa: essere ebreo.

 

Una delle cose piú terribili dell’antisemitismo è non permettere a certi uomini e certe donne di smettere di pensarsi come ebrei, è confinarli al di là del loro volere in quell’identità, è decidere, definitivamente, chi sono.

 

Nel 1941 essere ebreo era diventata una definizione di sé che escludeva tutte le altre, un’identità unica: quella che classificava milioni di esseri umani, e che doveva, anche, annientarli.

 

E camminava, e pensava, e di nuovo tutte le parole gli diventavano insopportabili.

 

il crudo orrore di certi fatti permette sempre, in un primo tempo, di ignorarli.