Incipit scelto da @CasaLettori: “Una infanzia laconica” Santiago H. Amigorena Neri Pozza Editore

In breve

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Titolo: “Una infanzia laconica” 

Autore: Santiago H. Amigorena

Casa Editrice:  Neri Pozza 

Collana:  Bloom

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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“Una infanzia laconica”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Margherita Botto, è un viaggio nell’anima per ritrovare le proprie origini

“L’abuelo Vicente, il cui cognome non avrei mai saputo se glielo avesse attribuito E.T.A. Hoffmann con un intento puramente poetico o un qualunque altro burocrate tedesco per semplice insolenza verso la nobiltà austriaca, portava spesso un cappello.

Nei primi anni Venti, quando passeggiava per le strade della sua Łódź natale confidando gli ultimi episodi delle interminabili liti con il padre all’orecchio, che molti anni dopo sarebbe stato uno dei piú apprezzati al mondo, dell’amico di famiglia Arthur Rubinstein, nella vana speranza che intervenisse in suo favore, gli capitò sott’occhio chissà come un supplemento del quotidiano La Nación che celebrava i meriti di un giovane paese latino-americano.

Smise subito di preoccuparsi di suo padre, si fece prestare dall’ancor giovane pianista i soldi per il biglietto e partí all’istante.

Arrivato in Argentina, poiché decisamente si circondava solo di celebrità, l’abuelo Vicente visse nella stessa pensione di Witold Gombrowicz, suo compatriota e perfetto coetaneo, e lo frequentò quando quest’ultimo vendeva cravatte in calle Florida, ad appena pochi metri di distanza da un altro venditore ambulante, Aristotelis Onassis.

Anche mio nonno avrebbe conosciuto, come il greco, rovesci finanziari – da bambine, a seconda degli anni, le sue tre figlie andavano in sinagoga per la festa di Rosh haShana vestite come principesse (abiti di tulle bianco, scarpe nuove, nastri di seta selvaggia) o per mendicare vestite di stracci − rovesci finanziari di minore portata, certo, ma che rischiarono di avere sulla mia esistenza un’influenza ben piú grande di quelli di Onassis. Tuttavia non sarei nato a Punta del Este.

Quei rovesci finanziari, gli unici eventi significativi nell’esistenza dell’abuelo Vicente, avrebbero determinato il luogo mitico della mia nascita senza però cambiarne, come il destino non fa mai per gli eroi, il luogo reale.

Perché possiate capire tutto ciò che di grottesco si cela nel mio attaccamento a Punta del Este, mi scuso di dover tornare indietro di alcuni anni, risalendo il tempo al di là dei miei ricordi, convocando gli echi di quelle memorie esterne e volontarie che so essere menzognere.

Il demone del gioco possedeva da sempre l’abuelo Vicente, ma fu singolarmente potenziato durante la Seconda guerra mondiale.

Negli anni Quaranta Buenos Aires fioriva, l’opulenza e l’euforia di trovarsi lontano dal campo di battaglia prolungavano le notti umide e moltiplicavano le possibilità di raffinatezza e di lussuria.

Depravazione, lascivia, piaceri si accalcavano agli angoli delle strade buie. La maggior parte degli argentini pagava quei piaceri a caro prezzo: scambiavano la notte per il giorno e il giorno per la notte senza pensare minimamente a ciò che preoccupava i due terzi dell’umanità.

Fino alla fine della guerra, e nonostante le lettere di sua madre, Gustava Goldvag, che gli raccontavano la vita nel ghetto, il nonno continuò a credere che ci fosse ancora speranza, che avrebbe trovato il modo di far venire in Argentina tutta la famiglia, che sarebbe stato il loro salvatore, che gli oscuri motivi delle liti con suo padre che lo avevano spinto ad andarsene dalla Polonia sarebbero svaniti con un colpo di bacchetta magica.

Da buon ebreo, perpetuò quella caratteristica che oggi è considerata una tara, quella qualità che come tante altre va perdendosi da quando uno Stato riunisce quel popolo costituzionalmente disperso: l’ottimismo.

Ai tavoli di poker in fumosi caffè del quartiere di Once, ogni sera, a mezzanotte, ritrovava altri tre polacchi e un tale che vendeva dritte sulle corse, e cosí trascorsero le ore occulte della Seconda guerra mondiale a giocare a carte, una notte dopo l’altra, mentre la domenica era riservata all’ippodromo di San Isidro e alle sue corse di cavalli nostalgiche di un geniale fantino, viejo y peludo.”

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“Il ghetto interiore” Santiago H. Amigorena Neri Pozza

“Vicente Rosenberg era arrivato in Argentina nel mese di aprile del 1929 con pochissimi soldi in tasca e una lettera di raccomandazione di suo zio per la Banca di Polonia a Buenos Aires.”

Una scelta che non nasconde solo la necessità di trovare nuovi spazi.

Ha intuito che quella che credeva la sua terra lo sta respingendo affibbiandogli il marchio di ebreo.

Cerca di cancellare il passato e prova a vivere felice con la moglie e tre figli.

Ha amici, un lavoro, entusiasmo e progetti.

“Aveva saputo che nel settembre 1939 i tedeschi avevano invaso la Polonia.”

Cerca di restare ai margini di un evento che non sente più suo.

Ma le notizie tragiche incalzano e nell’animo del protagonista si succedono tanti cambiamenti.

“Il ghetto interiore”, pubblicato da Neri Pozza, attraverso la storia di un uomo, racconta uno dei più tragici eventi che hanno macchiato di sangue il Novecento.

“Il muro che i tedeschi avevano appena costruito a Varsavia per segregare gli ebrei aveva delimitato un’area di poco più di tre chilometri quadrati nella quale dovevano vivere oltre quattrocentomila persone.”

Santiago H. Amigorena mostra il conflitto di chi sente di aver abbandonato la sua famiglia prendendo le distanze da radici che altri gli hanno imposto.

Ci permette di riflettere sul senso di appartenenza, sulla follia del regime nazista, sull’annullamento dell’identità.

Vicente non trova più parole per comunicare, sente l’abisso di un dolore che lo lacera e si abbandona tra le braccia della disperazione.

“Vedeva solo, ovunque, un vuoto inutile, oppure neve, altrettando inutile.”

Possiamo rinchiudere l’altro in una casella?

Stigmatizzare l’essere umano, impedirgli di essere cittadino del mondo?

Un romanzo storico di grande impatto emotivo.

Una rivisitazione della shoah attraverso una ricostruzione impeccabile.

Il libro ci interroga e ci costringe ad entrare nella mente del personaggio.

Sentire come colpa l’incapacità di fermare il massacro, essere intrappolato in una dimensione di resa interiore.

Il lirismo che permea le pagine sublima il nostro bisogno di comprendere “le tante cose senza un perchè.

“I nazisti si erano impegnati a far sí che nulla avesse un perchè e ci erano riusciti.”

Sarà possibile provare a trasformare il dolore in rimozione?

Ci piace pensare insieme all’autore che quel terribile passato vive in ognuno di noi perchè ricordare è un dovere.

 

 

Citazioni tratte da “Il ghetto interiore” Santiago H. Amigorena Neri Pozza

 

 

 

Da qualche tempo faceva fatica a partecipare a quelle interminabili conversazioni che, partendo dal loro passato o dalle loro famiglie, li conducevano sempre sullo sdrucciolevole terreno politico degli sviluppi della situazione in Europa.

 

Che disperazione per una madre non avere notizie di suo figlio!».

 

Rosita e Vicente erano molto diversi, ma in una cosa si assomigliavano tantissimo: un’incerta fragilità, pallida e silenziosa, che tradiva il fatto di essere stati molto amati da piccoli.

 

Come mai a volte parliamo di noi stessi con la certezza di essere un’unica cosa, semplice, fissa, immutabile, una cosa che possiamo conoscere e definire con un’unica parola?”.

 

Allontanarsi da sua madre, nel 1928, era stato un tale sollievo – essere lontano da lei, oggi, era una tale tortura.

 

I nazisti non gli avevano dimostrato che a definirlo era un’unica cosa: essere ebreo.

 

Una delle cose piú terribili dell’antisemitismo è non permettere a certi uomini e certe donne di smettere di pensarsi come ebrei, è confinarli al di là del loro volere in quell’identità, è decidere, definitivamente, chi sono.

 

Nel 1941 essere ebreo era diventata una definizione di sé che escludeva tutte le altre, un’identità unica: quella che classificava milioni di esseri umani, e che doveva, anche, annientarli.

 

E camminava, e pensava, e di nuovo tutte le parole gli diventavano insopportabili.

 

il crudo orrore di certi fatti permette sempre, in un primo tempo, di ignorarli.