“Se avessi due vite” Abbigail N. Rosewood Edizioni e/o

 

Sembra impossibile che Abbigail N. Rosewood con “Se avessi due vite”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto dall’inglese da Silvia Castoldi, sia al suo esordio narrativo.

Certamente l’esperienza alla Columbia University, dove ha conseguito una MFA in scrittura creativa ha tracciato le basi per la costruzione di sintassi, linguaggio e stile impeccabili.

Ma c’è dell’altro, la sua non è solo tecnica perfetta, già sufficiente a rendere il romanzo un grande affresco storico e culturale.

La scrittrice scavando nel nucleo profondo della propria intimità regala una testimonianza forte e sentita.

Vissuta in Vietnam fino ai dodici anni, ambienta la prima parte del romanzo nella sua terra d’origine.

Solo in trasparenza riesce a mostrare le crepe di un sistema che affossa le libertà individuali.

Questa raffinatezza permette al lettore di non essere vittima di preconcetti.

Si pone come attento osservatore e non si perde nulla delle atmosfere descritte.

L’analisi politica verrà in seguito e sarà lucidissima e affilata.

“Mia madre aveva lasciato la nostra casa di prima nel 1993, e viveva al campo da quattro anni quando ebbi la possibilità di raggiungerla.

Al mio arrivo ne avevo sette.”

Dell’accampamento militare sappiamo poco, intuiamo che è luogo segreto dove si radunano i dissidenti al regime.

L’incontro madre figlia è già romanzo a sè.

Una donna e una bambina ferme sulla soglia di “un edificio trascurato”.

Poche parole a segnare una distanza difficile da colmare ed una convivenza spigolosa e difficile.

Quella figura altera, “polverosa, bella, trascurata”, è rappresentazione di un femminile che si ribella ai codici imposti dalla società in cui vive.

È una studiosa e sa che potrà fare molto per la Nazione.

La nostra protagonista avrà due compagni che segneranno profondamente il suo destino.

Un soldato che si occuperà di lei con devozione ed una ragazzina che in quello spazio desolato passa il suo tempo.

Nasce qualcosa che è più profondo di un’amicizia.

È complicità e condivisione e questi due forti sentimenti avranno conseguenze che apriranno ferite insanabili.

Entrambe vivranno una violenza sul corpo che le renderà vittime simili.

C’è una identificazione nell’altra, il desiderio di possesso, la volontà di essere “una”.

Quando le condizioni nel campo diventano insostenibili, la piccola viene allontanata.

Un viaggio clandestino in America, luogo dalle mille promesse.

La ritroviamo giovane incapace di adattarsi alla sua condizione di esule.

Bellissima la riflessione sulla ricerca di identità, sempre straniera, estranea, distante.

L’incontro con Lilah e il marito Jon fa subire alla narrazione una rotazione prospettica.

Nella relazione di questo trio si annida il senso profondo del messaggio.

Ci si commuove e si resta basiti di fronte ad una trama che nella sua complessità sa esprimere un nuovo modo di essere madri.

Ci sono frasi che inchiodano alla pagina, lasciano senza parole, entrano nelle viscere.

Si vive la relazione tra ricordo e dimenticanza, perdita e ritrovamento, smarrimento e certezza, vita e morte.

Bellissimo, intenso, lirico, promosso a pieni voti.