“Il mago di Riga” Giorgio Fontana Sellerio Editore

 

“La storia degli scacchi era una grotta di volti sopravvissuti alle disgrazie, alla solitudine,  al buon senso e alle necessità del quotidiano per restare aggrappati lì, a un tavolo da gioco, intenti a sopraffarsi l’un l’altro.”

Cosa rappresenta quel tavolo da gioco?

Quali sentimenti si annidano negli animi degli sfidanti?

E soprattutto che senso dare alla parola “gioco”?

A queste e a tante altre domande risponde “Il mago di Riga”, pubblicato da Sellerio Editore.

La storia di Michail Miša Tal’ è solo un pretesto proprio perchè la vera letteratura deve saper uscire dalle esistenze dei singoli e diventare universale.

Il personaggio scelto è considerato un mito, giovanissimo Campione del mondo, osannato come un eroe.

Giorgio Fontana registra le ultime tappe di un percorso e ci restituisce l’Uomo.

Il grande pregio dello scrittore è quello di destrutturare la fantasia popolare, eliminare le false e ipocrite mitologie.

A lui da sempre interessa l’essere umano con i suoi conflitti, le debolezze, i moti interiori.

“A cinquantacinque anni sembrava un ottantenne abbandonato a se stesso, scheletrico com’era, quasi annegato nella giacca troppo grande, con quei lanosi ciuffi di capelli grigi ai lati della calvizie, le guance cave e mal rasate.”

Un corpo che ha ceduto incremente mentre la mente riesce a mantenere la lucidità.

Ogni pedina diventa un esperimento, una giocosa fantasia.

È questo il potere della scacchiera: trasformare la realtà in qualcosa di magico.

L’incontro con il proprio doppio, quello che sconfigge il potere dominante, irride i potenti, crea artifici.

“Dopo essersi insediato, il potere aveva imposto ovunque gli scacchi per la loro natura dialettica, per plasmare carattere e forza di volontà nel popolo sovietico, per esibire superiorità davanti all’Occidente; eppure non aveva compreso che niente può togliere al gioco il suo vero fine: giocare, e pertanto sovvertire l’ordine delle cose.”

La grande beffa viene narrata con dinamismo, è una spinta rivoluzionaria che parte dal basso.

È la resistenza che si esprime nella libertà di espressione.

È una mossa imprevista, un calcolo che altri non conoscono.

È frutto dell’intelligenza, è “una selva fertile di opportunità”.

Il romanzo vira con impeto e si fa testo politico, nel senso più puro del termine.

Già queste conclusioni basterebbero a classificare il testo come un canovaccio libertario.

Ma conoscendo la potenza narrativa di Giorgio Fontana sappiamo che bisogna scavare a fondo tra le pagine.

In poche battute emerge l’affresco di un’epoca, il ritratto della storia degli scacchi, la memoria dell’infanzia.

Al mondo reale si contrappone la creatività, il disordine vitale, il “regno popolato da sovrani e cavalieri”.

I bar e le strade, gli amici e i concorrenti, la madre e le camere d’albergo.

Girandole di giorni scomparsi, odore di reminiscenze quella parete che nessuno può valicare.

Signori, fate attenzione, tra possibile e impossibile si è aperto un varco.

Pronti ad intraprendere il viaggio?

Fidatevi: “lo spirito è più forte della materia.”

 

“Una giuria di sole donne” Susan Glaspell Sellerio Editore

 

 

Susan Glaspell ha vinto il Premio Pulitzer per il teatro nel 1931: premessa necessaria per comprendere a fondo “Una giuria di sole donne”, pubblicato da Sellerio Editore e tradotto Roberto Serrai.

Riesce a concentrare in un racconto la perfezione del noir.

Pennellate essenziali dove ogni dettaglio è significativo.

Una casa che già dall’esterno trasmette un’infinita tristezza.

L’interno con pochi mobili malridotti conferma uno stato di abbandono che rispecchia un malessere profondo.

È stato ucciso un uomo, soffocato da una corda.

Nessun segno di effrazione e l’unica responsabile sembra la moglie.

Il pubblico ministero e lo sceriffo cercano un movente.

Presenti nel luogo del delitto due donne.

Saranno loro a capire la dinamica dell’evento luttuoso osservando con sguardo compassionevole cosa è stata l’esistenza dell’accusata.

Minnie “era una ragazza piena di vita e cantava nel coro.”

Cosa ha provocato il cambiamento?

Perchè tanta sciatteria nella gestione della vita familiare?

Cosa l’ha spinta a chiudersi in sè stessa?

Piccole tracce portano alla verità, quella verità che è sfuggita all’occhio meno vigile degli uomini.

In un finale aperto che commuove si impara tanto.

Il romanzo fu pubblicato nel 1917 e letto oggi può essere definito un testo rivoluzionario.

Rompe gli schemi del poliziesco, introduce figure femminili che saranno le vere investigativi.

Mostra con grande intelligenza, precorrendo i tempi, le diversità di genere.

Non usa proclami ma costruisce una struttura psicologica interessante.

Immedesimarsi in Minnie significa dare un nome alla sofferenza e alla solitudine, alla mancanza di comprensione, al silenzio che oscura la mente.

Bellissima la prefazione di Alicia Giménez Bartlett.

“Non conoscevo questo racconto di Susan Glaspell.

Sono rimasta stupefatta leggendolo.

È un documento sociologico importante per comprendere la questione femminile nella storia recente.

E al tempo stesso si tratta di una narrazione scritta con straordinaria finezza.”

La speranza è che l’editore stampi altre opere di questa autrice che con piglio fiero e leggerezza di stile ci insegna cosa significa la complicità femminile.

Per conoscerne la vita molto approfondito è il ritratto proposto da Gianfranca Balestra.

Un’esperienza letteraria di grande valore culturale, una lezione per tutte noi.

 

“L’arte di bruciare” Sarah Hall Sellerio Editore

 

“Una vita è come una perlina d’acqua sulla superficie nera, così fragile, così forte, il suo mondo incredibilmente compatto.”

“L’arte di bruciare”, pubblicato da Sellerio Editore e tradotto da Federica Aceto, attraversa il lettore e con la potenza di infinite scariche elettriche lo avvolge in una coltre di fuoco.

È il fuoco della passione per l’arte che è creazione attraverso la distruzione.

Della comunione di due corpi che bramano il possesso, si uniscono e diventano uno.

Della memoria di un’infanzia carica di responsabilità.

Della follia di un virus che spalanca le sue fauci maledette e non concede tregua.

Di un fiume “lento e opaco”, di fabbriche abbandonate e “grovigli di detriti.”

Del Giappone con le sue tecniche antiche.

Di giorni che scorrono frenetici e di ore lente e soffocanti.

Di Naomi, costretta a reinventarsi dopo aver subito un danno cerebrale.

Di una bambina che si adatta alla malattia della madre.

Di una donna che si aggrappa al ricordo, di frasi e gesti quotidiani.

Di Halit che sa mescolare la sua cultura di immigrato.

Sarah Hall scrive una storia travolgente, fluida e calda, appasionante e sensuale.

Fa parlare i corpi nel momento dell’estasi, compone immagini dove il desiderio è comunione.

Scandaglia il dolore, ne fa un altare.

Trova parole per raccontare l’isolamento e la pandemia trasformando l’esperienza collettiva in simulacro di un prima da cui ripartire.

Onora coloro che non ci sono più, racconta lo spaesamento dei sopravvissuti.

Offre una interpretazione dell’opera artistica che nella grandezza riesce a trovare l’Infinito.

Scompone la malattia in attimi nei quali si fa i conti con le proprie fragilità.

Invoca la vita e ce ne mostra la preziosa e misteriosa carica di possibilità.

Celebra la tempesta e la quiete.

Si ritrova e ci indica la strada.

Un gioiello narrativo, una nuvola poetica, un guizzo introspettivo, un dono per chi ama la parola scritta.

“La strategia dell’opossum” Roberto Alajmo Sellerio Editore

 

 

“La strategia dell’opossum”, pubblicato da Sellerio Editore, ha il ritmo di una commedia divertente ambientata a Partanna, piccolo borgo in provincia di Palermo.

Chi conosce la verve creativa di Roberto Alajmo sa che la sua Sicilia ha la particolarità di essere antropologicamente vera.

Viene studiata la struttura della società, il non detto, le tradizioni, i rituali.

Ad essere smontata è l’idea di famiglia che nell’isola è primo e principale luogo di culto.

A questa si è fedeli, costi quel che costi.

Si parte proprio da questo assunto centrale che vede come protagonista Giovà Di Dio.

Eterno bambino nonostante i cinquant’anni, incapace di muoversi con autonomia, guidato dalla mamma Antonietta.

Donna che riesce a rappresentare bene i ruoli all’interno della famiglia.

È lei a reggere i fili, a scegliere per tutti, a decidere cosa e come e perchè.

Un femminismo larvato?

Non illudetevi, la signora sa quando deve fare un passo indietro dando spazio agli uomini.

È un gioco strano dove niente è come sembra.

La bravura dello scrittore sta proprio nel saper destreggiare le ambiguità della cultura siciliana.

In questa nuova storia il matrimonio di Mariella, gemella di Giovà,  scatenerà una serie di eventi a cascata.

Il teatrino degli obblighi sociali è descritto con una punta di sarcasmo.

Vi avviso: sono previste inarrestabili risate

Ed anche quando il romanzo assume i colori del noir non si può fare a meno di ridere.

È l’arte di Alajmo quello di sdrammatizzare quello che per il siciliano è sacro e intoccabile.

Saltano tutti i miti e pure i mafiosi diventano maschere buffe.

Lo stereotipo reso innocuo dalla satira mostra il suo volto di inaffidabilità, si polverizza dimostrando che è nemico di cartapesta.

La trama ha una consistenza malleabile e come cera che può assumere più forme.

Tra il Bene e il Male si situano gli ignavi, coloro che preferiscono non vedere, non sentire, non capire.

Ancora una volta il testo non ci delude, invita a riflettere e a scegliere da che parte stare.

Dimostra che sorridere aiuta a prendere la giusta distanza dalla complessità della vita.

E soprattutto ha il coraggio di ridicolizzare il potere mafioso.

Brillante esercizio di più stili, illuminante viaggio nelle periferie di una metropoli che non sempre luccica.

Spesso i suoi gioielli sono solo patacche.

 

 

“Madame Vitti” Marco Cosentino Domenico Dodaro Sellerio Editore

 

 

“Madame Vitti”, pubblicato da Sellerio Editore, è la storia di una donna intraprendente e coraggiosa.

Maria ha lasciato, insieme alla famiglia, Gallinaro, un paese in provincia di Frosinone.

Si è unita ai tanti che cercano fortuna in Francia e il lungo viaggio a piedi è premessa di una scalata ripida.

Bellissima Parigi accoglie i migranti offrendosi con le sue lusinghe.

Siamo in pieno Ottocento e i fermenti culturali attraggono la giovane protagonista.

Si propone come modella e non ha incertezze nel farsi ritrarre nuda.

Comprende che il suo corpo è al servizio dell’arte e con una libertà mentale insita nella sua natura supera ogni pregiudizio.

Sa che per uscire dalla schiavitù della povertà sempre in agguato deve saltare il fosso della sua condizione, utilizzare l’intelligenza.

Riesce ad aprire un’Accademia per sole donne, unica in una città dove tante sono le scuole frequentate da uomini.

Il romanzo è un intrigante viaggio nel mondo della Cultura, in quel polo da dove nasceranno nuovi stili e progetti.

Il lettore è immerso in una dimensione dove ogni incontro è così documentato da apparire vero.

Si respira aria di cambiamento, di confronto, di crescita.

Ogni artista fa parte di questo splendido affresco.

“Un giorno ci saranno donne che verranno ricordate per quello che sono, senza riferirsi a loro per via di un marito, o di un padre.

E quando succederà…”

Le parole di Rilke prefigurano un tempo a venire ma quella rivoluzione è già in atto grazie ad una figura speciale.

Ha lottato, ha difeso i suoi progetti, ha rinunciato a parte di sè.

Ha conosciuto amore e disamore, ha trasformato ogni giorno in esperienza.

Non ha tradito le sue radici italiane, ha conservato la purezza, ha azzerato in parte le disparità di genere: un’eroina da non dimenticare.

Marco Cosentino e Domenico Dodaro ci hanno regalato il passato glorioso e ci hanno insegnato che:

“Nessuno invecchia mai, se non si guarda allo specchio.

Il mondo intorno rimane giovane e desiderabile, anche se non ti vuole più.”

Restano i sogni realizzati, le orme di ciò che hai costruito, la forza di volontà.

 

“La fuga di Anna” Mattia Corrente Sellerio Editore

 

 

“Da quando sei scomparsa inizio a dimenticare.

In ogni ricordo di noi ci sono soltanto io.

Tu non ci sei più.

Parto.

Guardami, Anna.

Un vecchio con una valigia che parte, con la speranza di ritrovarti.”

Severino con l’innocenza di un bambino che non ha capito, inizia una peregrinazione alla ricerca della moglie con la quale ha condiviso l’esistenza.

È stanco e anziano ma ha un conto in sospeso con sè stesso.

Perché Anna è scomparsa e dove ha trovato pace?

Un viaggio della memoria nei luoghi dove hanno passato i giorni.

Una foto in tasca e la speranza di riportare a casa la sua donna.

L’ha amata come gioiello prezioso e mentre i ricordi prendono il sopravvento è sempre più netta la percezione che gli è sfuggita la verità.

Ripercorre i paesi, visita le case dove hanno vissuto, interroga amici e conoscenti.

Mantiene il portamento eretto mentre tracce del passato che non ha saputo interpretare galleggiano nell’afa siciliana.

L’esordio narrativo di Mattia Corrente è fulminante, mostra competenza linguistica e un reticolo narrativo eccellente.

Sviluppa la narrazione su più costrutti creando una maglia letteraria di altissima qualità.

Lentamente svela il vissuto di Anna, la ferita insanabile per la scomparsa del padre, il desiderio spasmodico di ribellarsi al ruolo assegnatole.

Il bisogno di libertà viene castrato dal matrimonio e dalla quotidianità.

Non la conosceremo, sembra in ombra ma è figura centrale.

Accetta e subisce una condizione che le sta stretta perché “la libertà è pericolosa, non cambia le cose solo per te ma pure per gli altri.”

L’autore ci regala una donna divisa, splendida nel suo dualismo.

Non sa chi vuole essere ma sente una spinta interiore che a fatica riesce a contenere.

Libertaria senza saperlo, pronta a mettere in discussione gli archetipi femminili compresa la maternità.

“La fuga di Anna”, pubblicato da Sellerio Editore, incrocia più storie con un dinamismo stilistico straordinario.

Nelle pagine ha spazio il padre e la misteriosa fuga da sè stesso.

È come se padre e figlia seguissero una unica traiettoria senza mai incontrarsi.

Penso che lo scrittore abbia voluto sottolineare diverse personalità, entrambe dimezzate.

In un finale che ha il sapore di un noir si squarcia il cielo delle parole non dette e finalmente si è liberi di essere come si vuole.

Un invito a rivedere il nostro concetto di identità e di libero arbitrio.

Occasione per visitare quella Sicilia meravigliosa e magica dove i colori compongono infinite e possibili trame.

 

“La compagna Natalia” Antonia Spaliviero Sellerio Editore

 

“Vuol dire che siamo soli nell’Universo e quel che io provo chiudendo gli occhi e frugando in me stessa, altro non è….

Non è nient’altro che, come si dice?

….. Solo una banale emozione?

Ormoni e neuroni che lottano?

Davvero siamo solo chimica?”

Difficile crescere e dare un senso alle percezioni che trasformano il corpo.

Diventare adulti alla fine degli anni sessanta mentre la periferia torinese è una statica presenza, sorda ai richiami del cambiamento.

Porsi domande e sapere che la famiglia non è pronta a coniugare risposte.

Confrontarsi con una scuola tecnica distante dai bisogni più intimi dei suoi adolescenti.

Leggendo “La compagna Natalia”, pubblicato da Sellerio Editore, ci si chiede quali similitudini con il nostro presente.

Cambiano i tempi storici e politici, resta l’infinita solitudine di una generazione smarrita.

Nella scrittura piana di Antonia Spaliviero la semplicità delle frasi nasconde un percorso emotivo molto complesso.

La protagonista ha una purezza d’animo che viene frantumata da venti nuovi che arrivano dall’esterno.

Sarà la compagna di classe, Natalia, a scuotere la sua tranquillità e a costringerla ad interrogarsi.

La religione e il rapporto con Dio, la letteratura e la relazione con la storia, il comunismo ed il fascismo, l’amicizia non sempre facile, i primi turbamenti affettivi.

Una canzone e i miti che iniziano a sfaldarsi, Dio e Marx: categorie di alfabeti differenti che bisogna interpretare.

La scoperta della beat generation, Kerouac e la dissoluta visione del mondo, Dylan Thomas e Il piccolo Principe: la letteratura finalmente viva e palpitante, compagna di avventure mentali.

“Certi pensieri, per quanto si faccia, non hanno parole.

È il silenzio che contempla loro, e bisogna saper tacere.”

C’è il silenzio di sospensione quando il dolore strappa e lacera e devasta.

C’è il canto che vuole raccontare libertà e uguaglianza.

C’è la poesia del ricordo e la tenerezza dei primi baci.

La narrazione di una nuova era si intreccia alla compattezza di un viaggio verso quello che non c’è più.

“Mi piace e ci riesco: guardare gli adulti, e vedere i bambini che erano.

Alcuni adulti non perdono mai i tratti della loro infanzia, alcuni bambini non li hanno.”

Resta la dolcezza di una prosa che sa testimoniare l’energia vitale e la gioia di condividere emozioni.

“Gli invisibili” Pajtim Statovci Sellerio Editore

 

Mi piacerebbe trovare un unico aggettivo per descrivere la bellezza di “Gli invisibili”, pubblicato da Sellerio Editore e tradotto Nicola Rainò.

Vincitore del Finlandia Prize, riesce a raccontare la Storia e il suo potere sulle esistenze.

Ambientato a Pristina, in Kosovo, a metà degli anni Novanta, ha la lucidità di un reportage, la voce intensa e profonda della poesia, il ritmo scandito da diversi piani narrativi.

Due uomini: Arsim albanese, Miloš serbo.

Il primo è sposato con Ajshe per convenzione.

Un elemento che inciderà molto nelle scelte e nello sviluppo della trama.

La figura femmile ha un suo spessore e non è certamente una comparsa.

Un bar e l’incontro casuale di anime che si attraggono.

Non servono parole per una relazione impossibile e proibita.

“Io penso quanto enormemente, miracolosamente bello sia quell’uomo,

le iridi come un cielo che minaccia temporale,

la barba in ordine che si intona ai capelli rossicci ben curati,

la schiena alta come quella di un destriero

e il viso ben proporzionato e attraente,

ed io che non so quanto tempo sia passato dalla sua risposta, quanto tempo sia rimasto a fissare lui.”

Dovrebbero essere nemici ma il sentimento che li unisce cancella le distanze, è sublime, assoluto.

La delicatezza di Pajtim Statovci nel parlare di amore è sconvolgente e ogni frase è una lirica anche nei momenti più tragici e difficili.

Anche la guerra in alcuni passaggi sembra un sogno lontano.

Ma le spire devastanti di un conflitto folle non danno tregua, soffocano le speranze, tradiscono le aspettative.

Lo scrittore riesce a mostrare quanto sia difficile mantenere l’equilibrio, cosa si perde e quali pensieri violentano il presente.

Il tessuto narrativo è ricco di cambiamenti stilistici e si ha la sensazione di assistere alla tragedia sempre attuale che infligge al popolo terribili pene.

In alcuni passaggi si ha la sensazione di entrare nel testo, sentire sulla pelle l’esilio, conoscere il vuoto di una prigione o l’ossessione di un manicomio.

Elementi che creano una tensione sempre più forte e il cuore batte mentre gli episodi sempre più spasmodici e veloci arrivano come lampi.

Un libro sul superamento della vergogna e della paura, sulla scrittura come esperimento liberatorio, sul senso della speranza e della disperazione.

“Se tutti avessero quel che desiderano,

esisterebbe poi una parola per esprimerlo, il desiderio?”

E forse “la felicità è sapere che non esiste.”

Un finale inaspettato conferma la grandezza di un autore poliedrico e magmatico.

Complimenti!

 

 

“Dizionario del bibliomane” Antonio Castronuovo Sellerio Editore

 

Vi propongo un gioco.

Leggendo “Dizionario del bibliomane”, pubblicato da Sellerio Editore, segnate su un quaderno i personaggi nei quali vi riconoscete.

Ne scoprirete delle belle e la cosa interessante che emergerà sarà una conoscenza del vostro Io più nascosto.

Dalla relazione che intrattenete con il libro riuscirete a far luce sui lati oscuri del vostro carattere.

Ma andiamo per gradi, vi anticipo che tentare una recensione di codesta meraviglia non è una passeggiata.

Tanto ci sarebbe da dire e infiniti i percorsi culturali da attraversare.

È un saggio intelligente, di quelli che vi faranno compagnia a lungo.

Che consulterete con la gioia di sapere che altri vivono il vostro stesso ardore.

In questo tempo in cui la parola scritta è diventata arrogante e prevaricatrice, accusatoria e violenta, trovare un’opera che fa intravedere un mondo articolato e critico è una grande conquista.

Troverete brani di autori noti e meno noti, aneddoti divertenti, riflessioni colte.

Un concentrato intenso della storia della letteratura mondiale ed ogni capitolo è già uno scrigno prezioso.

Conoscerete il notaio Antoine Marie Henri Boulard, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento, che accumulò dai seicentomila agli ottocentomila volumi.

Vi chiederete perchè Jacques Turgot “fece decorare il suo studio con scaffali finti e libri finti.”

Strana l’abitudine della fotografa americana Viviane Thérèse Maier che collocava i libri con il dorso rivolto verso il muro, impedendo ai visitatori di leggerne i titoli.

Stranezze, tic, manie in un viaggio curioso e divertente.

Antonio Castronuovo è geniale e adotta un metodo intrigante.

Suddivide le pagine in capitoli seguendo l’ordine alfabetico ed ogni lettera ha un titolo originale.

Librai, editori, antiquari, semplici appassionati: ci sono tutti ad arricchire questa passeggiata.

Sentirete l’odore meraviglioso della carta, apprezzerete edizioni rare e certamente vorrete trovare i testi che cita l’autore.

Da regalare anche e soprattutto a chi non ama leggere.

Vedrete che scatterà la scintilla.

Statene certi, è un esperimento che ho verificato.

Buon viaggio, amici.

 

“Chi ha ucciso Sarah? Andrej Longo Sellerio Editore

 

Pronti a partire?

Vi avviso: sarà un viaggio ricco di sorprese e non servono bagagli.

Basta trovare posto nel treno di un noir costruito con intelligenza e acume.

Ad accompagnarci e a farci da Cicerone Andrej Longo, un maestro nella realizzazione di una trama fitta di colpi di scena.

Andiamo a Napoli, amici.

Scopriremo l’anima oscura di una città bellissima e complessa.

Ne apprezzeremo gli scorci paesaggistici, entreremo dei palazzi dei ricchi, sentiremo il brivido del Male.

Una giovane di buona famiglia, Sarah Lo Russo, “tranquilla, educata, sempre gentile con chi incontrava”, trovata morta nello stabile di un androne.

Inizia così l’avventura di “Chi ha ucciso Sarah?”, pubblicato da Sellerio Editore.

Un gioco perfetto nell’incastro di ogni dettaglio in un crescendo di tensione.

Le indagini vengono svolte da una squadra che vi piacerà.

A dirigere il caso il commissario Santagata, sempre vestito di nero, uomo complesso e preciso nel mettere insieme gli indizi.

Delizioso nella sua innocenza l’agente Acanfora, un cuore sensibile, verace napoletano.

Non può mancare il bresciano Cipriani, che mal si adatta alle abitudini e ai vizietti del sud.

“Il mare era una tavola.

Dal finestrino guardavo i riflessi del sole sopra all’acqua.

Pareva tale e quale a quando si rompe il termometro per la febbre, che esce il mercurio e fa tante palline argentate.

E le palline saltellavano sull’acqua.”

Una scrittura visiva e allusiva, arricchita dal suono meraviglioso del dialetto.

Un controcanto, quello di un popolo antico.

Posillipo e la Sanità, due quartieri, due storie differenti.

Lo scrittore riesce ad inquadrare entrambe le facce di uno stesso luogo, mostrando le contraddizioni e i disagi delle periferie, riuscendo a raccontare la diversità inconciliabile tra ricchezza e povertà.

“Dentro a questi profumi di sugo e bucato che fanno stare tranquilli, si trovano commerci che uno manco se li può sognare.

Basta infilarsi in qualche vicolo lì attorno, in un portone buio che odora di umido, e là ci stanno mani che in un secondo si scambiano denari, bustine di hashish o roba da buttarsi dentro alle vene.”

La sintesi perfetta di una realtà, lo sguardo attento di chi vuole comprendere e certamente essere motore di un cambiamento.

Lasciatemelo dire, il romanzo è istruttivo, bello, intenso, esplosivo in un finale che non ipotizzavamo.

Quando arriviamo al capolinea ci dispiace lasciare i personaggi ma sia certi di riincontrarli e questa consapevolezza ci rende felici.