“Solo un ragazzo” Elena Varvello Einaudi Editore

“Il tempo si fermò, sospeso per un attimo, poi si piegò all’indietro, verso l’estate del 1989: giornate interminabili, un’afa appiccicosa, tagli di azzurro nel cielo biancastro.”

Elena Varvello, docente alla scuola Holden, dimostra che la scrittura è perfezione, magistrale intaglio di parole, ricamo prezioso, suono che si fa musica.

Conosce l’intersecarsi di eventi che pur percorrendo strade differenti si incontrano tracciando un unico disegno.

Un paesaggio, il rumore di un temporale, lo scalpiccio di passi sulla neve, una capanna traballante: segni del respiro della vita.

Vita contorta, complicata che in “Solo un ragazzo, pubblicato da Einaudi, diventa bisogno collettivo di interpretare questo tempo pazzo.

Sara e il dolore sordo di madre, un grumo di rabbia e disperazione, un guscio svuotato e abbandonato al vento.

Pietro e il silenzio di un padre che non ha saputo cogliere in tempo il disagio del suo ragazzo.

Vittoria, ventun anni bruciati come sterpaglie e il sesso, frenetico, provocatorio, urlo mai ascoltato.

Amelia e Angela segnate entrambe, una luce l’altra ombra, gocce d’inchiostro su fogli scivolosi.

E lui, con il cappuccio a coprirgli il volto, il tormento di un’adolescenza solitaria e i pensieri, catene che stringono e costringono.

Quella voce che lo spinge in un vortice di apparente, incomprensibile ribellione.

Può diventare ombra o stella, assenza e presenza, calamita di una trama che lascia senza fiato.

Nel rimbalzare da un personaggio all’altro, nella scelta delle pause, nell’equilibrio tra presente e passato il lettore è rapito in un’estasi poetica che evolve, si allarga, dilaga e si fa storia palpitante.

“Un’unghia sottilissima di sole graffiò le nuvole tanto ostinatamente da bucarle.”

Graffio che arriva sulla pelle, trafigge e apre ferite mentre si prova a “cercare i pezzi che sono sparsi in giro, provare a riattaccarli”, accettare di essere frantumati.

Un invito a lasciarsi avviluppare dalla trama, a sentire anche un solo sussurro che invoca aiuto.

“Più tardi l’orizzonte s’infiammò: rimase lì sospeso, come se il mondo intero stesse elevando un canto che valeva la pena di ascoltare.”

Continua a risuonare una domanda: chi sei?

E nelle risposte frettolose, negli sguardi appannati dall’incertezza, nei lunghi silenzi rivediamo noi stessi giovani e spaventati.

Cogliamo il timore dei nostri figli, nipoti, alunni.

La scrittrice ci aiuta a capire e forse anche a perdonarci e a perdonare.