“Dimmi che non può finire” Simona Sparaco Einaudi Stile Libero

 

“Dimmi che non può finire”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una storia di rinascita e di speranza.

Nello sviluppo della trama assistiamo ad un graduale cambiamento emotivo della protagonista.

Amanda vive con la madre che dopo la fuga del padre non è riuscita ad uscire dal vortice di anaffettività e disinteresse.

“Il rapporto con mia madre era una mina vagante inesplosa sotto il pavimento della cucina, la mia vita sociale era pari a quella del senzatetto che dormiva sui gradini del supermercato, e proprio prima di Natale il parrucchiere degli studi televisivi, che tutti chiamavano artista, mi aveva fatto un taglio che persino le apprendiste cinesi di Piazza Vittorio avrebbero saputo realizzare meglio.”

La giovane nasconde un segreto che disorienta l’esistenza.

Presagi di fallimenti, sconfitte, delusioni affidate ai numeri.

Simona Sparaco con questa ingegnosa invenzione entra nell’universo matematico con spavanda genuinità.

Trasferisce la paura della perdita a un trasfert, dimostrando quanto la psiche abbia necessità di costruire alibi pur di celare il vuoto interiore.

“Il 10: la perfezione, che contiene la globalità dei principi universali.

Letto in chiave isoterica, indica il cambiamento che permette all’iniziato di evolvere e di elevarsi spiritualmente.”

La scrittrice destruttura la figura femminile e ne mostra con infinita umanità i solchi dolorosi di ciò che non si accetta.

Introducendo nella trama un bambino e il suo papà forza il gioco di un destino già scritto.

Sovverte quel senso di mistero che in ognuno di noi può assumere connotati frenanti.

Libera il suo personaggio da una pericolosa deriva e nel farlo offre al lettore sentieri da percorrere.

Basta un attimo, un gesto d’amore, una carezza, una parola che arriva al cuore.

“Potevo imparare a guardarmi con i loro occhi, e lasciare la mia tana una volta per tutte.

Ero pronta a incendiare la notte e anche il giorno.”

Credere con fermezza che si può invertire il pensiero finalmente pronti ad affidarsi e a fidarsi della gioia.

 

 

 

“I delitti della Salina” Francesco Abate Einaudi Editore Stile Libero

“Le piramidi di salgemma si accesero di rosa.

Anche quella mattina di fine agosto concesse ai quarzi di riflettere la luce del sole appena sorto sulle vasche dell’immensa salina, che si infiammò di rosso e ocra.”

Nell’intreccio di colori che infiammano il paesaggio Francesco Abate costruisce un preludio che anticipa una trama dai tanti rivoli.

“I delitti della Salina”, pur avendo tutte le caratteristiche di un noir, riesce ad essere romanzo storiografico, viaggio culturale, testo introspettivo.

Ambientato nella Sardegna dei primi del Novecento restituisce l’anima del popolo sardo, le usanze, le credenze, i conflitti di classe.

Clara è l’emblema di un femminile che inizia a far valere i propri diritti.

Personaggio che affascina per il carattere volitivo, la testarda ostinazione a cercare la verità.

“Lentamente sentì sciogliersi il groppo in gola e il peso allo stomaco, spuntati come gramigna tra l’isolamento sociale, la gogna e la censura degli anni passati, ma soprattutto dei mesi appena trascorsi.

L’unica giornalista donna della Sardegna era finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche  di scarso valore per aver osato far venire a galla la verità.”

In poche righe si delinea il passato del personaggio con un raffinato sguardo introspettivo.

Nella società borghese dove il pregiudizio è di casa ha difficoltà a farsi accettare perché di sangue misto.

Non arretra, non sceglie le retrovie, da giornalista sa che bisogna essere voce degli eventi.

La scomparsa dei “piciocus de crobi”, bambini che vivono ai margini, sfruttati e privati dell’innocenza la spinge ad indagare.

Al suo fianco l’amico d’infanzia Ugo Fassberger, il tenente dei carabinieri Rodolfo Saporito e Sarrana, sigaraia rivoluzionaria, la signora Tedde, proprietaria di una casa di tolleranza.

È nell’unione delle diversità che può nascere un percorso di vera ricerca.

L’autore non si limita ad un’analisi sociologica ma riesce a far vivere le atmosfere all’interno del Bagno Penale, della Manifattura dei tabacchi e delle saline.

Al centro della narrazione c’è sempre l’essere umano e si percepisce la solidarietà, il rispetto e l’umanità dello scrittore.

Le sue parole, come nelle precedenti prove letterarie, diffondono il calore empatico, sottolineano la sofferenza degli ultimi, sanno immaginare il riscatto.

Cagliari è una cartolina d’altri tempi ma leggendo tra le righe si nota il sottile connubio con il presente.

Pregio del libro è la realizzazione di una sorta di ponte storico, un’immagine che dal passato riverbera le sue ombre e luci all’attualità.

La certezza che conforta è che continuerà la narrazione di questo originale poliziesco.

Ci aspettano altri pezzi di un puzzle intrigante, altre rivelazione e forse chissà qualche amore sbocciato per caso.

Alla prossima puntata che aspettiamo con ansia.

 

 

“La pattuglia dei bambini” Deepa Anappara Einaudi Editore Stile Libero

“La pattuglia dei bambini”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una stella nel firmamento letterario internazionale.

Deepa Anappara ha un esordio che travolge il lettore.

Difficile sintetizzare i tanti stati d’animo che riesce a scatenare.

La narrazione è affidata al piccolo Jai e la spontaneità è una cascata di acqua limpida in un mondo offuscato da elucubrazioni mentali.

“Noi viviamo in un basti, e casa nostra ha una sola stanza.

Papa ripete sempre che in questa stanza c’è tutto quello che ci serve per essere felici.

Parla di me e Didi e Ma, non della tv, che invece è la cosa migliore che abbiamo.”

Quando sparisce il primo bambino il nostro protagonista insieme agli amici Pari e Faiz si improvvisa investigatore.

Sembra un gioco di ragazzini, la spensierata ricostruzione di un puzzle.

Ma con un ritmo che diventa crescente le scomparse continuano ad aumentare.

L’indifferenza della polizia mostra lo scollamento tra comunità e potere, tra prevaricazione e sofferenza.

“Voglio scoprire cosa stanno facendo i poliziotti.

Gli sbirri alla tv hanno come motto «Servire e Proteggere» ma quelli che vedo in giro al Bhoot Bazaar fanno tutto il contrario.

Infastidiscono i bottegai, si ingozzano senza pagare dai venditori ambulanti, e a quelli che sono in ritardo con l’hafta fanno scegliere tra un manganello su per il didietro o una visita dei bulldozer.”

Il realismo nelle descrizioni accurate descrive l’India che preferiamo non conoscere.

Il lavoro precario nelle case dei ricchi, la difficoltà a provvedere ai bisogni primari, lo smog che copre ogni cosa e pizzica gli occhi.

Padri alcolizzati, madri costrette ad accuparsi poco dei figli, scuola che non sa comprendere il linguaggio fantasioso dei ragazzini.

L’autrice entra nei vicoli bui, tratteggia personaggi che sembrano usciti da favole paurose, sottolinea la conflittualità tra indi e musulmani.

“È troppo pericoloso sposare un musulmano se sei indú.

Al telegiornale ho visto delle foto piene di sangue di gente ammazzata perché aveva sposato qualcuno di religione o casta diversa.

E poi Faiz è piú basso di Pari, non starebbero bene insieme.”

Una scrittura visiva, immediata, carica di vibrazioni.

Un viaggio di formazione in un ambiente che nega i diritti dell’infanzia.

Un noir che incede verso un unico, enorme interrogativo.

Chi sono i cattivi e chi i buoni?

Si scoprirà la verità o restano solo dubbi?

“Io non ho paura di niente, dico, ed è un’altra bugia.

Ho paura delle ruspe, degli esami, dei djinn che forse esistono davvero, e dei ceffoni di Ma.”

La sincerità innocente che emoziona e rende omaggio alle tante piccole vittime che non hanno avuto giustizia, ai genitori straziati, ad un paese che deve fare un lungo cammino per risorgere.

 

 

 

 

 

 

“Ragazza” Edna O’Brien Einaudi Editore Stile Libero

“Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo.

Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli.

Le viscere, un pantano.

Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola. L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione.

Noi abbiamo paura ma ci crediamo.

Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa.”

Le notizie del rapimento di studentesse nigeriane arrivano in Occidente come eventi lontani, echi di storture che non ci appartengono.

Altre voci coprono la vergogna dell’impassibile e desolante indifferenza.

Edna O’Brien ci scuote e ci costringe ad ascoltare,  capire, cercare le ragioni di tanta follia.

“Ragazza”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, nasce dai viaggi della scrittrice in Nigeria.

Una conoscenza diretta, un dialogo con le vittime di Boko Haram.

La visita nei campi profughi, le testimonianze dei volontari, i volti devastati dalla paura, i campi incendiati, il dolore delle madri.

Il romanzo è una denuncia, il bisogno di squarciare il velo del silenzio.

Maryam è simbolo di tutte coloro che non ci sono più, dimenticate, disperse come inutili corpi violati.

Il campo di addestramento dei miliziani è luogo di orrore e di prevaricazione.

È la fine della civiltà,  sangue innocente che sgorga lasciando scie di indicibile sofferenza.

La foresta con l’intricato e perverso labirinto di rami intrappola la ragione, mostra la ferocia di una ideologia intrisa di odio.

“Subito le nostre camicie bianche, le uniformi della scuola e i foulard si dissolsero in incorporei fiocchi di cenere grigia che restavano sospesi un istante prima di essere risucchiati in alto, alla ricerca di un varco tra le spire di filo spinato. Io li seguii con l’immaginazione, pensando stupidamente che i fiocchi di cenere ci avrebbero fatto da messaggeri.”

Gli stupri, la caparbia arroganza dei carnefici, la sopraffazione fisica e psicologica vengono narrati con un ritmo lieve.

È  intreccio tra Bene e Male, tra conoscenza e ignoranza, libertà e schiavitù.

E la liberazione della protagonista insieme alla sua bambina è ipotesi di riscatto, fiducia in un futuro normale.

Ancora sono tanti gli intoppi, le nuvole nere, il terrore di chi non può accettare “la donna della foresta”.

“Il Paese che avevo lasciato non esisteva piú, case date alle fiamme con le persone che dormivano dentro, contadini non piú in grado di coltivare la loro terra, gente che scappava da un deserto famelico all’altro, devastazione.”

Il romanzo mostra le conflittualità di un popolo che vive nel terrore, incapace di abbracciare e consolare.

È la reazione umana a qualcosa che è troppo grande, terribilmente ingiusto.

Ancora una volta torna il tema della maternità e nei mille rivoli di un amore complicato ci perdiamo e le nostre lacrime diventano preghiere.

Vorremmo essere noi pronte ad accudire, difendere, proteggere.

Urlare la nostra rabbia, concedere pietà.

Edna O’Brien ha compiuto un miracolo: ci ha permesso di aprire gli occhi, di capire che solo dalla condivisione della Verità potrà nascere un mondo nuovo.

Nelle descrizioni, nei dialoghi, nella sequenzialità degli eventi c’è lo stile di un’autrice che non perde mai di vista il lettore.

A lui affida una testimonianza forte con la certezza che le sue parole entrino nel cuore e nella carne.

Siano stimolo a credere, nonostante tutto, alla possibilità di salvezza.

E forse torneranno “spole di luce”, aloni di speranza e sguardi d’amore.

 

Incipit “Ragazza” Edna O’Brien Einaudi Stile Libero

 

“Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo.

Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli. Le viscere, un pantano. Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola.

L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione. Noi abbiamo paura ma ci crediamo.

Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa. Sentendo Allāhu Akbar, Allāhu Akbar, capimmo al volo.

Avevano rubato le divise dei nostri soldati per eludere la sorveglianza.

Ci tempestarono di domande: Dov’è la scuola maschile, Dove tengono il cemento, Dove sono i magazzini. Quando rispondemmo che non lo sapevamo, persero la testa. Poi eccone arrivare altri di corsa dicendo che nei capannoni non avevano trovato pezzi di ricambio né benzina, e allora apriti cielo.”

“Amare tutto” Letizia Pezzali Einaudi Editore Stile Libero

Si può “Amare tutto”?

Cancellare la patina oscura di relazioni traballanti e liberarare il desiderio.

Essere non solo madre.

Accettare il corpo, riscoprendo i messaggi che lancia.

Superare traumi infantili, rielaborandone le ferite.

Accogliere senza timore un fugace sguardo, una stretta, una confessione.

Rinascere lentamente certando di mettere a tacere la colpa.

Essere testimone di misteriosi segnali, piccole premonizioni e rendere possibile l’impossibile.

Letizia Pezzali nel romanzo pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero non a caso come esergo sceglie le parole di Edgar Allan Poe.

“Ma ci amavamo d’un amore ch’era più che amore.”

In Lucia coglie la preziosa filigrana di una femminilità che finalmente si espande, abbraccia ed esplora il sentimento.

Una figura in apparenza fragile, oppressa da convenzioni borghesi che la costringono a mostrarsi felice, nel corso della narrazione diventa farfalla.

Una metamorfosi che ha il gusto di una rinascita.

L’incontro con Francesca scatena pulsioni, diventa chiave di acceso ad un privato a lungo censurato.

Ma sarà Massimo e il suo odore di maschio a far crollare “le certezze che aveva costruito”.

“Il mondo perse forma e divenne un miscuglio di tinte.”

L’autrice incede sicura nella realizzazione di un costrutto narrativo solido, arricchito da più voci.

Anche la collina è pronta ad accogliere la fioritura di una storia.

Nelle sfumature e nel dettaglio di un luogo c’è il profondo bisogno della cura.

Scrittura che si concede, delinea un personaggio, una reazione, un guizzo immaginifico.

Parola che sa essere incandescente, provocatoria e invitante.

Alcova per il lettore, spazio in cui le regole si frantumano e rimodulano una libertà ideativa e introspettiva.

Sentirsi se stessi, “avvertire con precisione i confini del corpo, dell’identità, dell’attrazione e della repulsione.”

Sommare e sottrarre, sperimentare e creare sintonia con chi legge.

Una prova letteraria che ha il coraggio di mostrare le crepe di una società e di una cultura che non sanno più rappresentare il dissenso, la rabbia, l’esclusione.

Agenda Letteraria tratta da “Amare tutto” Letizia Pezzali Einaudi Editore

 

 

“Si sentiva come un paese fatto da due file di case ai lati della strada provinciale.

Era cresciuta in una cittadina circondata da un paesaggio di risaie. Un mondo uniforme. D’inverno la nebbia, in primavera l’acqua delle coltivazioni, appena fuori dal centro abitato. Quando le risaie erano allagate i confini fra i campi disegnavano i margini di tanti piccoli specchi.

Da bambina le piaceva immaginare il mare, guardava le risaie e diceva alla nonna: «Sembra il mare, però a quadretti».

La nonna, che conosceva quell’acqua perché ci aveva lavorato dentro da ragazza, rispondeva: «Ma no, fa schifo, è un pantano».

Lucia sapeva che aveva ragione, sapeva di dire cose infantili e privilegiate, la nonna aveva le dita ruvide, Lucia era destinata a un futuro di mani morbide.

Però guardava quel territorio e le piaceva, a differenza del mare non le trasmetteva una sensazione di felicità piena, era una felicità incompleta, forse corrotta. Il tipo che preferiva. Sulle superfici piatte e riflettenti, dove nasceva il riso, l’occhio si perdeva in tutte le direzioni, le emozioni germogliavano e deperivano senza sosta, la vita si mescolava alla morte.

Le risaie erano un luogo di calma apparente e di dolore.

Amare tutto” Letizia Pezzali Einaudi Editore

“Il dono di Antonia” Alessandra Sarchi Einaudi Editore Stile Libero

“Da dove si iniziava a diventare madre?”

“Il dono di Antonia”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è corpo che si fa casa, è carne che sa trasformarsi e donarsi.

Miracolo della vita, poesia del concedersi senza riserve.

Volo acrobatico tra desiderio e paura.

Segreto custudito per ventisei anni che si svela lentamente, come un puzzle da ricomporre.

“Il passato muore o si perde; mai del tutto a dire il vero, ma certo si deforma e rimpicciolisce, se il presente smette di dedicargli un culto assiduo.”

Il presente è una figlia che sta affondando nel pantano dell’anoressia, un filo che sta per spezzarsi.

È il sapore della colpa di non trovare le parole, di non saper stringere e proteggere e difendere la tua creatura.

È la fuga come negazione di un gesto di sublime amicizia.

Accanto alla protagonista le figure femminili siamo tutte noi.

Ancora una volta Alessandra Sarchi riesce a regalarci la materia tangibile del nostro essere donne.

L’azzardo di innamorarsi, i fantasmi della giovinezza, la scelta della maternità.

“Placare l’ansia, assicurarsi di aver fatto il proprio dovere.

Non sembrava mai abbastanza.”

Il dubbio che assale e fa traballare le certezze, il vuoto impalpabile che strazia le membra.

Romanzo generoso, lieve come una foglia che svolazza.

Voce pacata ricca di melodie che inumidiscono gli occhi.

“Scomponi la madre.

Toglile il corpo.

Le braccia in cui rifugiarti per essere stretta e compresa.”.

Resta “l’idea di madre” e da questa ripartire non per combatterla ma per ritrovare il calore di un grembo, la benedizione di una mano che ti carezza.

Perdonare, accettare, esplorare insieme non dimenticando che “i figli sono di chi li cresce, di chi li educa e di chi li rende autonomi.”

Un testo da meditare provando a cercare equilibri, nuove energie, voglia di specchiarsi senza timore negli occhi di chi ci ha generato.

“Una cadillac rosso fuoco” Joe R. Lansdale Einaudi Stile Libero

Intreccio perfetto con tanti colpi di scena.

Diretto, implacabile, generoso di dettagli.

Le caratteristiche del noir ci sono tutte.

Il climax  va accelerando mentre la tensione narrativa continua ad aumentare.

“Una cadillac rosso fuoco”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, è un film che procede incalzando il lettore.

Ed Edwards è un venditore di macchine usate, abituato a sopravvivere.

La routine di un uomo qualunque, in una città del Sud.

Un fulmine incendia il suo equilibrio fragile.

È la signora Craig: “bionda, di un biondo a buon mercato, con sopracciglia arcuate e labbra di quelle capaci di convincere un uomo, e forse anche qualche donna, a qualunque cosa.”

Mente raffinatissima, manipolatrice e molto sensuale riesce a coinvolgere il nostro protagonista in avventure rocambolesche.

Può un uomo perdere completamente la bussola per una donna?

Può essere disposto ad uccidere?

Una commedia dai toni accesi?

Non è lo stile di ” Joe R. Lansdale, maestro nell’introdurre nelle sue trame precisi messaggi.

Questa sua capacità trasforma ogni suo libro in uno specchio del tempo in cui viviamo.

Il riflesso non deformato dell’America e del suo sogno.

Lo status di chi ha raggiunto il vertice, possiede e quindi è.

“Una Cadillac dà sempre l’impressione che chi la guida faccia la bella vita, e allora la gente ti rispetta.

Magari la notte dormi in un cartone coperto da un asciugamano, ma se hai un’auto del genere, ti guardano in un modo particolare.”

Lo scrittore dimostra che tutto è possibile pur di raggiungere l’obiettivo.

Uscire dalla casta degli invisibili, cancellare tutte le macchie del passato come un padre nero e ricominciare.

Provare a sintetizzare la trama significherebbe fare un torto alla creatività del testo, anche perchè c’è molto altro nella narrazione.

C’è il sorriso e il pianto, la tenerezza per la sorella, la pietà per la madre alcolizzata.

I ripensamenti e la necessità di essere duri, inflessibili, cattivi.

I rivoli dolorosi della guerra in Corea, la prepotenza della polizia, le immagini di paesaggi illuminati dalla luna.

E l’essere umano in tutta la sua complessità, pronto a fare il gesto eroico, forse l’unico.

Quello che lo redime dando un senso profondo, intimo, emozionante ad una storia che certamente non vi farà annoiare.

 

 

“La lista degli stronzi” John Niven Einaudi Editore Stile Libero

Sessant’anni.

Tre mogli e due figli.

Ex giornalista.

“In tutta la sua vita non aveva mai avuto problemi con la legge.

Eppure era arrivato il momento.

Stava morendo.

In fretta.

Adesso era ufficiale.”

Frank Brill prima di concludere l’esistenza deve pareggiare i conti con il destino.

Andare fino in fondo, trovare il coraggio di uccidere i responsabili delle morti di Pippa, Adam, Olivia.

È impossibile fermarsi quando si inizia a leggere “La lista degli stronzi”, pubblicato da Einaudi nella Collana Stile Libero.

Un romanzo adrenalinico, una spietata analisi della politica americana, un vortice che cresce senza pause o tentennamenti.

“Cinque nomi.

Un insieme di privato e politico, per quanto anche il politico restasse pur sempre molto privato.”

Un piano perfetto costruito con freddezza e lucidità.

John Niven sceglie come ambientazione il 2026, Trump è stato sostituito dalla figlia Ivanka ma continua a muovere le fila di un teatrino grottesco.

Bigotta, violenta, avvelenata dall’odio: è questa l’America che l’autore ci mostra.

Lo fa raccontando stragi nelle scuole, abuso di potere dei poliziotti, abolizione dei diritti.

La storia drammatica del protagonista raccoglie le esperienze di tanti uomini e donne che non hanno potuto reagire.

È la voce forte della vendetta che non è privata ma collettiva.

È la rabbia di un popolo sempre più limitato nelle libertà primarie.

“Quel posto era diventato un teatro di guerra e per un attimo, i sostenitori di Trump avevano avuto la sensazione di poter fare qualsiasi cosa.

Non fermarsi più, scaraventarsi fuori dal parcheggio, invadere la città, attraversare il Paese, ragionando solo a botte e insulti, distruggendo ogni opposizione.”

Un affresco che ha il ritmo del poliziesco pur mantendo una grandissima umanità.

C’è il dolore della perdita, il rimorso per le scelte passate, lo spaesamento di fronte alla brutalità.

I carnefici vestono i panni di cittadini al di sopra di ogni sospetto e nel testo è forte la necessità di mostrarne i volti deformati.

La traduzione di Marco Rossari regala una scrittura impeccabile, dove pure la punteggiatura ha un suo perchè.

Veloci i dialoghi, accelerati i gesti, reali i personaggi.

Un atto di accusa che porta a riflettere sul ruolo dell’individuo all’interno della società, sulla colpa che non può essere generica ma deve svelare nomi, cognomi e responsabilità.