“I cani del nulla” Emanuele Trevi Einaudi Stile Libero

 

Lasciarsi trasportare dal flusso di pensieri di Emanuele Trevi significa liberarsi da ogni categoria mentale, da rigori stilistici, da pregiudizi letterari.

“I cani del nulla”, pubblicato da Einaudi Stile Libero ,colma le nostre lacune culturali, apre orizzonti dove la poesia è materia viva.

È azione, travaglio, interpretazione, contestazione.

È osservazione critica, tagliente autocritica, commovente ricerca di un percorso non inquinato dalla normalità.

La traccia può essere un verso di D’Annunzio:

“Ogni uomo nella culla

Succia e sbava il suo dito

Ogni uomo seppellito

È il cane del suo nulla.”

Appropriarsi di quel nulla ha un valore simbolico e filosofico.

Vivere la propria inadeguatezza, sentirne le spire che avvolgono.

“Come al termine di ogni giornata, nuova confusione si era sommata alla confusione di sempre.

Lo spessore dell’inconsapevolezza che si indurisce di giorno in giorno.”

In questo limbo Gina con le sue movenze e il suo codice canino ha qualcosa da insegnare.

L’animale e l’uomo in un gioco di affettività differenti possono essere guida verso una strategia del sentimento.

Tutto diventa lineare, palpabile, misurato.

Scompaiono le inutili cianfrusaglie che affollano il quotidiano, si torna all’Origine.

“Il Pensiero sta entrando in migliaia di stanze simili alla nostra.

È un contagio, un implacabile e benefico virus del dopocena.

Entra, il Pensiero, e si accovaccia sul bordo dei divani, sui tappeti, sui tavolini da salotto ingombri di periodici illustrati…

Deposita sul suolo grumi di concetti, palline di opinioni.”

È il Pensiero libero o la schiavitù di un modo di pensare collettivo?

Non mancano le allitterazioni e le digressioni linguistiche, i dialoghi divertenti e i monologhi intriganti.

C’è la melodia del fonema e la stonatura di canzoni tutte uguali.

C’è l’esistenza che si fa presenza.

Splendida la prefazione di Sandro Veronesi che suggerisco di leggere come ultima tappa di questa meravigliosa avventura.

Un testo che dimostra che la vera narrativa è malleabile, fluida, viva.

 

 

“Panico” James Ellroy Einaudi Stile Libero

 

Chi conosce James Ellroy sa che la sua scrittura è esplosiva, volutamente disarmonica.

Il noir è pretesto per raccontare la sua America con una voce imparziale.

Domina il colore nero simbolo di una terra inquinata dalla colpa.

In “Panico”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Alfredo Colitto, si assiste ad una evoluzione tematica.

A Freddy, ex poliziotto, investigatore privato, tocca il compito di trasformare il testo in una lunga confessione.

“Ho trascorso ventotto anni in questo buco infernale.

Ora mi dicono che scrivendo le memorie delle mie disavventure potrei uscirne.”

Il ruolo catartico della parola diventa filo conduttore di un testo che si confronta con il Male attraverso una dimensione spirituale.

Nel caos di una città perversa che senso ha “uscire dal purgatorio”?

Quali prezzi da pagare rielaborando il passato?

La trama è fitta di personaggi e di colpi di scena, il ritmo è accelerato come se il tempo a disposizione stesse per scadere.

Sentiamo l’ansia del narratore, il desiderio di uscire dal vortice di un’esistenza bruciata.

“Confidential è stato un precursore dell’infantile Internet.

I nostri pettegolezzi erano reali e ripugnanti.

I blogger attuali e le loro maldicenze?

Pagliacci pidocchiosi, tutti quanti.

Noi stupravamo gli studios, rovinavamo i pezzi grossi.

Ferivamo con ardore, all’ingrosso.

Stimolavamo il lato voyeuristico dell’America, rendendola dipendente da quella merce di merda”.

L’attacco non solo ad un certo tipo di giornalismo scandalistico è evidente.

Viene messo in luce il tragico bisogno di entrare di soppiatto nelle vite altrui.

Carpirne i segreti e le falle, stare a guardare e forse sentirsi migliori.

“Sono consumato dalla sincerità e distrutto dai ricordi.”

Giochi linguistici,  trovate divertenti, ricatti e intercettazioni, uomini e donne dello spettacolo: non manca niente in questo monumentale affresco che può essere tranquillamente coniugato anche al presente.

Mentre le pagine si divorano con la bramosia di chi vuole arrivare alla rivelazione finale ci si accorge che forse è nel titolo il vero senso del testo.

E ci siamo tutti, coinvolti e impauriti, pronti a cercare un’assoluzione che ci restituirà ai nostri giorni sempre uguali.

Opera geniale incastonata in una rappresentazione teatrale, epocale, lucida e peccaminosa.

Attenzione: “C’è il Peccato e il Perdono”

Ci sarà una terza via?

Certamente, la troverete dispersa tra le pagine di un genio della letteratura internazionale.

 

 

 

“Filosofia della casa” Emanuele Coccia Einaudi Stile Libero

 

 

“Abitare non significa essere circondato da qualcosa né occupare una certa porzione dello spazio terrestre.

Significa intrecciare una relazione talmente intensa con certe cose e con certe persone da rendere la felicità e il nostro respiro inseparabili.

Una casa è un’intensità che cambia il nostro modo d’essere e quello di tutto ciò che fa parte del suo cerchio magico.”

Leggendo l’introduzione di “Filosofia della casa Lo spazio domestico e la felicità”, pubblicato da Einaudi nella Collana Stile Libero, si resta folgorati dall’ideazione di una “immaginaria biografia cartografica”.

Una correlazione tra filosofia e città che vede Crotone scelta da Pitagora per realizzare la sua scuola, Atene dove “Platone fondò la sua Accademia e Aristotele fondò il suo Liceo.”

Luoghi che non abitiamo veramente, scrigni dei desideri insoddisfatti, palcoscenici a cielo aperto.

L’affermazione è forte e ci disorienta.

Incuriositi seguiamo il percorso mentale di Emanuele Coccia e ne restiamo affascinati.

Iniziamo a chiederci cosa rappresenti per noi lo spazio abitativo, come lo viviamo, che relazione intratteniamo.

Non è casuale il fatto che la filosofia non si sia occupata dello spazio domestico relegandolo ad angolo privato dove si sviluppano e maturano “torti, oppressioni, ingiustizie e ineguaglianze”.

Partendo dal trasloco l’autore mostra il nostro bisogno di manipolare ciò che ci circonda per trovare la via di un’ipotetica felicità.

Le esperienze personali sono tasselli importanti di un puzzle affettivo dove anche gli oggetti hanno un ruolo importante.

Trasformiamo le stanze come vorremmo trasformare noi stessi.

“Da sempre parliamo della casa come lo spazio del privato, di quello che ci separa e ci individualizza, eppure ogni casa è in realtà anche questo: una tecnica materiale e psichica che usiamo per intrecciare la nostra vita e il nostro destino con quello altrui.”

Geniale il paragone tra casa e scrittura: entrambe rappresentano l’aggiunta di uno spazio tempo diverso.

E in questa alteritá, in questa aggiunta siamo solo dei “migranti planetari, turisti della psichedelia altrui.”

Le accelerazioni tecnologiche, biologiche, climatiche ci trasformano in esploratori di un nuovo pianeta.

È tempo di metterci in viaggio, imparare a pensare come riscrivere la geografia del mondo.

Ne saremo capaci?

Lo scrittore è un prezioso compagno di avventura, seguiamolo.

“Il tempo di un lento” Giuliano Sangiorgi Einaudi Stile Libero

 

“Era come mangiare una nuvola piena di pioggia e non vedere l’ora che scoppiasse un temporale, per dissetarsi di lei.

Era l’inizio di una vita nuova.

Prima di quel bacio, Luca non era mai nato.”

Nascere con l’amore mentre si disperde nel vento l’innocenza dell’infanzia.

I giochi, le risate tra amici, le paure del buio sono lontane sembianze di un Io irriconoscibile.

“Il tempo di un lento”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è il rito di passaggio, l’iniziazione, il viaggio verso l’adolescenza.

È  conquista di una nuova identità, gli occhi di una ragazzina, il profumo del desiderio, l’ebbrezza di baci rubati.

Abbraccio di un lento che avvolge due corpi.

Fuga in un giorno d’inverno di due anime che non sanno ancora modulare i sentimenti.

Un treno che corre veloce verso un futuro pieno di luce.

Il boato e lo schianto, il buio e la fine di un sogno.

È l’America e la musica che è compagna di vita.

Redenzione e tormento dell’uomo che deve cancellare il passato.

Giuliano Sangiorgi trasforma la prosa nella magia delle note, inventa una lingua che penetra ogni fibra.

Scompone la narrazione in un prima e in un dopo e in questo gioco prospettico scrive più storie ed ognuna contiene la bozza di un nuovo inizio.

Cambia la scenografia, il tempo accelera ed un padre ed un figlio ritrovano trame interrotte.

Le parole si annodano in tele lucenti, fluiscono come fossero canti che arrivano da luoghi incantati.

L’emozione non è un vezzo artistico, è tangibile segno che la scrittura può essere libertà di espressione.

Incanto di un verso che si incunea tra le pagine.

Presente che diventa speranza.

Fuoco mai spento di un ricordo lontano.

Lacrima che libera la pena e purifica il cuore.

Amore nelle sue forme più estreme e più pure.

Messaggio lanciato a coloro che leggeranno.

E nel silenzio di una notte infinita basta chiudere gli occhi, risentire le voci e provare a custodire i frammenti di luce che l’autore regala.

“Cercami negli occhi

Di chi per strada incontrerai.

Sono nei riflessi,

Fatto in mille pezzi.

Prendine abbastanza

Per rifarne uno per te

Senza i miei difetti

Senza tutti i miei vizi.”

Sentire la sincerità di un racconto che è cresciuto lentamente, è diventato arbusto ed è pronto ad accoglierci.

 

 

“Campo di battaglia” Jérôme Colin Einaudi Stile Libero

 

Il bambino che hai carezzato, abbracciato, coccolato è stato sostituito da un adolescente ribelle.

Vorresti trovare le parole per spezzare la sua ribellione, ricordargli che vuoi proteggerlo, aiutarlo a non precipitare.

Fermare la sua corsa verso il futuro, rassicurarlo e stringerlo forte.

Entrare nei suoi pensieri confusi, raccontargli di te ragazzino.

Alla donna che ami da vent’anni vorresti dare le certezze di una storia solida e felice.

Il protagonista di “Campo di battaglia”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Simona Mambrini è la perfetta rappresentazione della famiglia contemporanea.

Una commedia divertente che smonta l’idea utopica di perfezione.

Il nucleo familiare come fucina di cambiamento, come spazio dinamico di confronto e scontro.

Ogni personaggio sente il disagio di un tempo che offre poco spazio alla creatività, offrendo modelli educativi statici, ritmi quotidiani scanditi da obblighi.

Mentre il paese è scosso da attentati terroristici il privato prova a rannicchiarsi  chiudendosi in sè stesso.

Non ci sono maestri o educatori, il silenzio penetra nelle mura e fa dilagare il senso profondo della solitudine.

Jérôme Colin scrive una storia bellissima, briosa, ironica e mai cinica.

Nei dialoghi veloci, nei monologhi introspettivi, nella ricerca di soluzioni c’è la passione di chi non si ferma solo ad osservare.

Vuole capire se esiste un dialogo alternativo tra padri e figli, se si può recuperare la fiducia e la stima.

Alla coppia che sta per disintegrarsi offre una possibilità di rinascita, indicando strade che tornano a convergere.

Uno sguardo sociale acuto, la ricostruzione di tragici episodi che insanguinano le strade: film dalle mille sfumature che convergono nel momento in cui si cresce insieme.

Imparare a “saper scegliere le battaglie giuste. Non sbagliare mai nemico” e ricordare che “il domani non è una certezza, al massimo un’eventualità.”

 

 

“L’uomo del porto” Cristina Cassar Scalia Einaudi Stile Libero

“La mattinata prometteva bene.

Il sole s’era appena affacciato all’orizzonte e la pietra lavica dei palazzi e delle strade di Catania iniziava ad assorbire il calore dei primi raggi.

Il profilo del Duomo si slanciava su un cielo limpido che più azzurro non poteva essere, e che contrastava con il grigio e bianco della cupola.”

Ogni romanzo di Cristina Cassar Scalia ci fa conoscere nuovi e poco noti angoli e scorci della città catanese.

Riesce a cogliere la luce di un crocevia, il mistero di una grotta sotterranea.

Passeggiamo rapiti da tanta bellezza e i noir si trasformano in viaggi nell’anima della metropoli.

“L’uomo del porto”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, ha un intreccio molto articolato e convincente.

Per scoprire l’omicida di Vincenzo La Barbera, stimato professore di filosofia, il vicequestore Vanina Guarrasi segue diverse piste.

Ogni ipotesi sembra portare alla conclusione del caso ma niente è mai come appare.

Troppi specchi che deviano la prospettiva e rendono ancora più intrigante la struttura narrativa.

Vanina è un personaggio che si ama subito non solo per le sue qualità di detective.

È una donna che sa tenere la bada i fantasmi del passato anche se fanno male.

Sa interrogarsi sull’amore e accetta la sfida del presente con piglio fiero.

Mi piace definirla una combattente che dal dolore ha saputo trarre energia e tenacia.

La scrittrice svela un aspetto della vita di molti magistrati e poliziotti costretti ad essere sotto scorta.

Il senso di impotenza, la costante tensione, la mancanza di autonomia nei movimenti.

Credo che abbia reso giustizia a tanti uomini dello Stato che purtroppo hanno pagato un prezzo troppo alto.

Bellissimo il riferimento agli anni 70 quando l’eroina ha lastricato di morti il nostro Paese.

Si potrebbe scrivere per ore sui pregi del romanzo perchè infinite sono le osservazione su una società egoista e narcisista.

Che dire dei personaggi? Splendidi esempi di un’umanità che conosce ombre e luci.

La leggerezza nell’uso del dialetto è un ulteriore pregio e un regalo alla migliore tradizione letteraria siciliana.

Da leggere per imparare che ci si può spendere per gli altri in nome della gratuità.

 

“La Ragazza A” Abigail Dean Einaudi Stile Libero

Con “La Ragazza A”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Manuela Francescon, si entra nelle lande desolate dell’infanzia negata.

Padre e Madre, figure inquietanti che proveremo a conoscere nel corso della narrazione.

Sarà difficile penetrare nelle loro menti devastate, comprendere la follia, il delirio religioso.

Abigail Dean ci conduce nella casa degli orrori e con una scrittura lancinante ma lucidissima ci fa assaporare il tormento di giovani vite.

Costretti all’isolamento, denutritriti, incatenati come bestie.

Le immagini sono illuminate da una visione imparziale, a tratti giornalistica.

Rarefatti ricordi che vengono alla luce lentamente senza forzature.

Capitoli che ci permettono di conoscere i personaggi di una storia che potrebbe sembrare irreale.

Ma è tragicamente vera e segna il passaggio nella zona grigia della mente.

Cosa può spingere due genitori ad essere tanto crudeli?

Emerge un quadro di abbrutimento e di sconfitte, di degrado culturale che non giustifica nè assolve.

A trovare il coraggio di fuggire è Lex, soprannominata la Ragazza A e la scelta di questo nuovo nome non è casuale.

È l’elemento di rottura, l’origine di una catarsi.

Colei che, inflessibile con sé stessa, prova a ricomporsi.

Frantumata in mille schegge deve trovare la forza di immergersi nel passato.

Rivivere ogni scena, ogni notte, ogni paura.

Sentire sulla pelle i morsi del dolore fisico e psicologico.

Riannodare i rapporti con i fratelli, scoprire chi è stato complice e chi vittima.

Interrogarsi sull’amore e sulla maternità, affrontare una terapia psicologica durissima.

Essere se stessa anche con gli altri, sfidando gli sguardi di pietà.

Definito da “The Guardian” “incendiario”, il romanzo raggiunge gli abissi e le tempeste, spalanca finestre sull’adozione e sulla difficoltà di dimenticare.

Scuote le coscienze, mostra la resistenza che nasce dal bisogno di sopravvivere.

È duro, affilato e onesto.

La rivelazione di un’autrice che sa modellare la sofferenza.

Che ci interroga e si interroga sulle affettività distorte.

Una prova letteraria da leggere lentamente cercando di imparare a perdonare.

“Il senso della vita” Luigi Manconi Vincenzo Paglia Einaudi Stile Libero

 

“Questo libro nasce nei giorni della pandemia, quando inizia a pesare sulle nostre vite, sui nostri pensieri e sulle nostre emozioni una sensazione di smarrimento, con la conseguenza di costringerci ad approfondire temi che fino ad allora ci erano sembrati importanti ma non urgenti.”

Siamo tanto disabituati ad una dialettica costruttiva che “Il senso della vita”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, arriva come sorgente di acqua pura.

Il Covid ha spazzato certezze e riferimenti emozionali.

Ci siamo trovati soli, incapaci di reagire, spiazzati da qualcosa che distruggeva la nostra presunta invincibilità.

L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e il sociologo Luigi Manconi ci aiutano a rispondere a tante domande che ci tormentano.

Un confronto onesto dove ognuno con garbo espone i propri pensieri e in questa alternanza di visioni si sviluppa un quadro di insieme che punta a riscoprire l’umanità perduta.

“Le posizioni restano su alcuni temi lontane, molto lontane e non componibili.

E tuttavia, alla fine del libro, non si oppongono più due certezze: si incontrano, piuttosto, due ricerche.”

Un metodo che dovremmo imparare ad utilizzare anche quando siamo noi stessi gli interlocutori.

È importante chiedersi se, quando torneremo alla normalità, avremo intrapreso un cambiamento culturale, spirituale, collettivo.

Possiamo permetterci la speranza o dobbiamo iniziare a smantellare quell’Io ingombrante che ci ha fatto dimenticare la comunità?

Costruire una nuova consapevolezza di cittadini nel rispetto dell’altro e dell’ambiente, difendere i diritti di tutti, superare quella “malinconia collettiva” che ci impedisce di immaginare il futuro, elaborare il lutto e la sofferenza, edificare una “casa comune”.

È molto utile approfondire la differenza tra fraternità e libertà, tra amore evangelico e amore – agape, riflettere sul ruolo degli anziani, sulla genitorialità biologica e sociale.

“Mi chiedo fino a che punto una società possa restare umana quando non ha più parole sulla morte dei propri cari, dei piccoli, degli Innocenti, come neanche sulla esistenza di chi resta.

La vita umana va accompagnata sempre, dal suo sorgere nel seno materno e lungo tutto l’arco degli anni, sino al momento della morte.”

Un testo da leggere e rileggere nella certezza che dalla diversità nasce un mondo nuovo.

 

“Sotto la cenere” Camilla Grebe Einaudi Stile Libero

“Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,

L’abisso mi ha avvolto,

L’alga si è avvinta al mio capo.

Sono sceso alle radici dei monti,

La terra ha chiuso le sue spranghe

Dietro a me per sempre.”

Le parole del profeta Giona sono il controcanto che in ogni capitolo offrono una lettura simbolica ed iconica di “Sotto la cenere”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Gabriella Diverio.

Voce profonda che modula con toni intensi la relazione tra Dio e l’uomo.

Un poliziesco insolito ambientato in Scandinavia nella trama articolata sa dosare azione e pensiero.

Le tinte cupe sono alleggerite da una costante e vigile osservazione dei dettagli.

Un’organizzazione criminale muove i suoi artigli come un felino che attende per attaccare le sue prede.

Alla violenza si contrappone il bisogno di capire le radici del Male, senza perdere di vista la pietas per le vittime.

Vincitrice del Glass Key Award 2020, Camilla Grebe sa studiare i suoi personaggi.

Manfred, Pernilla, Samuel si alternano diventando di volta in volta narratori.

Storie ed età differenti che intrecciandosi fanno affiorare tanta umanità.

Entrambi hanno un passato che grava influenzando il presente ed è interessante assistere al percorso che dovranno affrontare per trovare la luce.

Le figure secondarie rafforzano la struttura narrativa e mostrano la capacità di reagire, di trovare forza e coraggio.

Non tutto è come appare e nelle evoluzioni del racconto l’autrice sa comporre nuovi e inaspettati sviluppi.

La vita è una scala impervia e non offre scorciatoie.

Un messaggio forte che arriva come un invito ad essere determinati, a coniugare ragione e sentimento.

Commuove l’amore delle madri e come un fuoco rischiara le tenebre di un tempo senza valori.

Da leggere come una favola contemporanea che sa regalare sincere emozioni.

 

“Il gioco della notte” Camilla Läckberg Einaudi Stile Libero

Una scrittura folgorante, adrenalinica.

Scenografia perfetta dove ogni particolare, gesto, frase aumenta il climax.

Dialoghi essenziali dove non conta ciò che si dice ma quanto è intenso e tragico l’intervallo tra una parola e l’altra.

Riflessioni silenziose che arrivano come grandine.

“Il gioco della notte”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Catia De Marco, ha suggestioni teatrali accompagnate da un linguaggio libero da schemi fonetici.

I suoni, le luci, i tratti somatici dei personaggi costruiscono una struttura che modifica continuamente i toni musicali.

Bisogna solo ascoltare ed osservare mentre la trama ci porta dove difficilmente entriamo.

Per timore, paura, ritrosia preferiamo non addentrarci nell’universo labirintico dei giovani.

Camilla Läckberg ci concede il privilegio di varcare la soglia di pensieri intimi, taglienti, dolorosi.

Quattro ragazzi e la notte di Capodanno che deve essere riempita da rituali anancastici.

Non c’è innocenza perchè è stata frantumata da eventi che bisogna celare anche agli amici più cari.

L’attrazione fisica è pericoloso salto nell’ignoto, rischio di perdere l’integrità dell’anima.

Max, Liv, Anton e Martina hanno il terrore di somigliare ai genitori.

Ne conoscono i vizi, i segreti, il perbenismo vuoto di valori.

“Non fanno altro che usare gli altri come specchi in cui rimirarsi.

Parlano dei loro successi ma in realtà non dicono niente.

Raccontano delle loro aziende, delle loro macchine, dei viaggi che hanno fatto e di un sacco di cose senza senso.”

Il realismo della descrizione smaschera una società cinica e spregiudicata.

Continuare a subire o reagire?

Prima di scegliere uno dei due percorsi bisogna liberarsi da troppi pesi.

La scrittrice cambia registro e affida ai ragazzi un compito difficile.

Una sfida che ha come parametro di riferimento il coraggio di giudicare.

E nella notte delle notti mentre il cielo si illumina di lampi festosi si gretolano le menzogne, si piange, si ride, ci si abbraccia.

È tempo di abbandonare l’adolescenza e lo strappo deve essere totale.

Tragico e bellissimo, malinconico e tenero, spericolato ed esplosivo, il testo è occasione di un esperimento.

Leggerlo nelle scuole superiori, invitare gli studenti a commentare, discutere, mettersi in gioco.

Aprire una finestra di dialogo e provare a non chiuderla più.