“All we are saying” John Lennon Yoko Ono Einaudi Editore Stile Libero

 

“All we are saying”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è un testamento spirituale, un cammino di luce.

L’intervista di David Sheff a John Lennon e a Yoko Ono è un atto d’amore che commuove profondamente.

“Lui e Yoko furono gentili, divertenti, appassionati, fieramente impenitenti, e del tutto aperti.”

Nessuna finzione, solo le voci sincere, spontanee e coraggiose.

Non vengono negati i momenti bui, le cadute, gli errori.

In ogni pagina troviamo un uomo e una donna con le loro passioni, i loro sogni.

Non più due icone ma figure in carne ed ossa, pronte a mettersi in gioco, a ricominciare.

Un amore infinito che sa ricomporsi dopo una lunga separazione.

La voglia di stare insieme, progettare, costruire nuovi moduli linguistici.

“Non riuscivo a superare la convinzione che non c’era… non c’era motivo di stare al mondo se non per esaudire i sogni degli altri, che fossero sogni legati ai contratti oppure i sogni del pubblico, o anche per esaudire i miei sogni e le mie illusioni riguardo a quello che credevo avrei dovuto essere e che, in retrospettiva, si è rivelato diverso da quello che io sono.”

La tematica dell’essere e dell’apparire è costantemente presente e può essere letta come critica alla società o come monito.

Riscoprirsi, riprendere possesso di se stessi, lasciare fuori le luci accecanti del palcoscenico.

Viene chiarito il rapporto con i Beatles e con la musica, la ricerca di una maturità personale.

La tenerezza con il figlio, la capacità di trasformare i pensieri negativi in qualcosa di positivo.

Colpisce molto la figura di Yoko per la sua determinazione a costruire una coppia che non sia sbilanciata ma paritaria.

Il libro è certamente anche l’impegno a voler rivoluzionare il mondo e questo viaggio deve essere una guida.

“Le cose si trasformano.”

Non cambia la passione per la musica, l’affetto per la band, il ricordo dell’infanzia.

Tanti aneddoti, scorci del quotidiano non sempre facile.

Suggerisco di scrivere in un quaderno le tante riflessioni per non disperdere ciò che di prezioso regala il testo: un autentico percorso e non un semplice susseguirsi di aforismi.

“Il loro appello è semplice e al contempo complesso: conosci te stesso e impara a pensare con la tua testa.

Fai per gli altri quello che sei in grado di fare.”

 

 

“Supereroi” Paolo Genovese Einaudi Editore Stile Libero

“Tutto quello che ci accade potremmo disegnarlo.

Tutto.

Possiamo disegnare tutto.

Quello che non possiamo disegnare è il tempo.

E tutti gli attimi che mette in fila.”

Paolo Genovese riesce a scomporre proprio il tempo.

Lo manipola, ne estrae scampoli di ore, crea una struttura perpendicolare.

Decide quando il prima deve mescolarsi al dopo.

Tecnica rischiosa che riesce a gestire con abilità di prestigiatore.

“Supereroi”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, non è la solita storia d’amore.

È la vertigine nella scelta dell’altro, il timore di perdere parte di sè.

Abbandono e resistenza in una altalena dove Anna e Marco sembrano meteore cadute sulla terra.

È quell’inquietudine che non ha tregua, l’incertezza che provoca domande a renderli speciali.

Nei fumetti della protagonista c’è il tentativo di esorcizzare la paura di un finale.

E l’ironia che libera dalla mediocrità del quotidiano.

E la voglia di incatenare un pezzo di realtà.

“L’ispirazione non esiste, non è che una scusa.

Il processo creativo porta a mettersi in gioco, a rivelarsi, a svuotare l’anima”.

Una frase che lega la creatività con l’amore ed è questa una delle grandi lezioni del romanzo.

Ci saranno i silenzi, quei silenzi come bolle di niente e di tutto.

I tentennamenti e un appartamento da coabitare.

Gli amici con le loro vite complicate.

Le risate, gli abbracci, il ragionamento e il caos.

Mancano i sogni perché sono inghiottiti dal presente, una lunga, interminabile strada.

Ma la ruota del caso gira e non si ferma.

Accelera in un abbaglio che scuote il lettore.

I superpoteri diventano stelle che provano a spegnere il rimpianto.

Pagine piene di pathos in un’accelerazione nel finale.

La scrittura afferma con forza che la verità non ha bisogno di orpelli e che tutti potremmo essere supereroi.

Da leggere convinti che “la bellezza e la felicità esistono realmente, basta avere il filtro giusto nell’animo.”

 

 

“L’assemblea degli animali” Filelfo Einaudi Editore Stile Libero

 

“Ma ora gli uomini non guardavano più il cielo.

Avevano alzato sul mondo una nebbia di polveri e fumi e cattivi odori che coprivano il soffio della primavera in arrivo, come già all’equinozio d’autunno i primi refoli dei venti invernali, confondendo tanti uccelli migratori, facendo saltare programmi, ritardando arrivi e partenze e trasformando le rotte verso sud in uno di quei grovigli di autostrade intasate che gli uomini usavano per spostarsi freneticamente da un posto all’altro.”

“L’assemblea degli animali”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una favola contemporanea dai colori tenui.

Ogni pagina è poetica rappresentazione di un mondo che non vuole arrendersi alla distruzione.

Nel luogo segreto dell’incontro ci sono tutte le specie animali e in un rispettoso accordo si confrontano.

“La legge di natura, in occasione delle grandi assemblee, è sospesa: né predatori né prede, né forti né deboli, né grandi né piccoli, così è stato stabilito dal principio, così accadde ai tempi dell’arca.”

Evidenti i riferimenti biblici che anticipano uno sviluppo che nasce dal senso di comunità.

Bisogna porre fine allo sterminio della Natura perpetrato dall’uomo.

Si alternano gli interventi e le possibili soluzioni e sembra di essere entrati in un mondo incantato.

Sfilano camosci, lepri, renne, cammelli mentre gli uccelli inzuppano il cielo di colori e i pesci nelle danze esprimono una sinergia antica.

“Speravamo che l’uomo imparasse che c’è una parentela tra la terra e il cielo, la psiche e la carne, il corpo e lo spirito, e questo universo si regge sui loro legami.

Che la natura è un unico sistema fatto di infinite e meticolose connessioni, e il mondo ha un’unica anima, fatta di tutto ciò di cui noi, come dice il nostro nome, animali, siamo specchio.”

Parole che feriscono come spade conficcate nella carne mentre rivediamo al rallentatore i gesti scellerati che ci hanno trasformato in predatori.

Abbiamo distrutto senza creare, alterato l’ecosistema con l’arroganza dei padroni.

Ci siamo ammalati di dimenticanza ed ora è tempo di svegliare le coscienze intorpidite.

La punizione vuole essere occasione di riscatto e Filelfo nel descrivere l’epidemia che si abbatte sulla terra riesce a regalare un quadro indimenticale.

Quel silenzio raggelante e il vuoto delle strade e la paura di qualcosa che non sappiamo governare.

Lo scrittore veste i panni del narratore e lascia a noi il compito di decifrare gli spunti letterari e i risvolti psicologici.

Nella scelta della metamorfosi c’è forse la ricerca di unione tra “anima esterna e anima interiore.”

“In ogni metamorfosi è sempre il desiderio che si esprime, è l’unione amorosa che si manifesta.”

Un testo che apre uno squarcio nelle nostre coscienze e ci regala la speranza di invertire le rotte della sciagura che ha investito il pianeta.

Siamo noi, se riusciremo a sentire nuovamente armonia, a costruire un’arca che ci salverà.

“La vasca del Führer” Serena Dandini Einaudi Editore Stile Libero

Serena Dandini regala una storia che resta nella mente del lettore come un manifesto di libertà.

Nel ricostruire l’esistenza di Lee Miller attraversa i fermenti letterari e culturali del Novecento.

“La vasca del Führer”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, nasce da una accurata ricerca bibliografica.

C’è la passione della scrittrice che vive nel romanzo, segue i percorsi geografici e interiori della protagonista.

Confronta con lucidità la nostra epoca con quel passato vibrante di creatività.

“Oggi siamo bombardati da una miriade di immagini.

Ci piovono addosso da ogni mezzo di comunicazione, siamo assuefatti a qualsiasi novità o stranezza che vorrebbe accalappiare la nostra pigra attenzione: provano ad attirarci con filtri, fotomontaggi e trucchetti vari, ma è sempre più difficile che qualcosa ci colpisca davvero o addirittura ci faccia pensare.”

Mostra quanto la sperimentazione di tecniche artistiche abbia rimodulato schemi rigidi, realizzando un approccio rivoluzionario dei saperi.

Il testo viene costruito su paralleli temporari e in questa comunione di tempi ogni dettaglio viene illuminato e svelato.

Chi è veramente Lee?

Cosa si nasconde dietro la bellezza conturbante?

“Sembravo un angelo, fuori.

Mi vedevano così.

Ero un demonio, invece, dentro.

Ho conosciuto tutto il dolore del mondo fin da bambina.”

Uno stupro in giovanissima età è ferita lacerante e certamente causa scatenante di tante scelte.

Donna che trasgredisce ogni imposizione difendendo con forza la propria personalità.

Il rapporto fortissimo col padre, la complicità con Man Ray, la “convulsa vita amorosa tempestata da cuori spezzati e gelosie feroci”, l’esperienza di modella per Vogue: ogni pagina apre scenari inaspettati.

Si esplora il meraviglioso mondo della fotografia e del movimento surrealista.

Si incontrano Picasso, Breton, Ernst e sembra di vivere nei salotti parigini, di assistere alle animate conversazioni.

Ci si commuove leggendo le poesie di Paul Éluard, osservando le fotografie che “tracciano una mappa amorosa delle complicate trame sentimentali e delle ardite geometrie del desiderio che hanno animato i protagonisti di quegli anni.”

Si assiste sbigottiti alle follie del nazismo che incenerisce le libertà individuali.

Insieme alla fotografa si entra nel campo di Dachau e si subisce una metamorfosi.

“Il cimitero di Dachau le ha inghiottito tutte le forze.

Una parte consistente della sua anima è rimasta sepolta laggiù, e quel che resta è imprigionato in una bolla vuota priva di senso.”

Tutto il male arriva come una grandine che non dà tregua e gli occhi si riempiono di lacrime.

Succede una strana alchimia e quella donna coraggiosa, spavalda, intransigente con se stesso diventa il nostro modello.

Vorremmo dirle grazie per aver fatto la sua grande rivoluzione.

Abbracciarla e condividere il suo tormento interiore.

Stringere quelle mani che hanno immortalato l’inferno.

Dirle che sapremo imitarla nel cercare sempre di interpretare l’attimo presente.

Vorremmo che arrivasse a Serena Dandini la nostra infinita gratitudine per averci dimostrato che esiste una purezza interiore resistente all’oblio

 

 

 

 

 

 

Incipit tratto da “La vasca del Führer” Serena Dandini Einaudi Editore Stile Libero

 

 

 

“Le mattonelle del bagno sono lisce e ghiacciate. Tutto è pulito alla perfezione, come in una camera d’albergo pronta a ricevere l’ennesimo cliente.

Gli asciugamani rigorosamente bianchi, disposti secondo misura negli appositi sostegni, aspettano un nuovo ospite da accudire.

Sono gli stessi che hanno avvolto e protetto il corpo di quell’uomo mostruoso che Lee non riesce nemmeno a nominare.

Solo il monogramma «A. H.» sull’argenteria svela l’identità del proprietario.

Mentre si addentra in quegli interni anonimi, insignificanti, una domanda continua a risuonarle nella testa.

Piú che un interrogativo, un urlo soffocato: perché non c’è nessuna presenza del male che ha abitato quelle stanze?

Una sobria dignità borghese trasuda da ogni dettaglio. Com’è possibile che i mobili decorosi, le tende in damasco blu e i tavolini in legno scuro non raccontino nulla dell’essere diabolico che per tanto tempo ha vissuto indisturbato fra quelle mura?”

“Harvey” Emma Cline Einaudi Editore Stile Libero

“Esaminò le eventualità, cercando di valutare le prove in un senso e nell’altro.

Ma non c’erano alternative: era convinto, in tutta sincerità, che l’avrebbero prosciolto.

Come poteva essere diversamente?

Era l’America, quella.

Forse c’era stato un momento, un giorno, due, in cui tutto era cominciato, in cui aveva creduto che fosse arrivata, eccola lí, la fine della strada.”

Emma Cline mantiene un tono enigmatico, svela non i fatti ma i pensieri del suo personaggio.

“Harvey”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, racconta quell’America che si sente intoccabile.

Partendo dalle vicende giudiziarie del produttore cinematografico Harvey Weinstein, accusato di molestie sessuali, rielabora la realtà costruendo una satira molto raffinata.

“L’America era un paese per bene, davvero, di persone che rispettavano chi lavorava, chi si era fatto da solo.

Sicuramente più di quanto rispettassero gli avvocati che andavano raccattando clienti sui luoghi degli incidenti, sfigati alla disperata ricerca di un’uscita d’emergenza da qualunque cimitero professionale si ritrovassero a bazzicare.”

Il protagonista rappresenta un “tipo sociologico” e nell’osservarlo troviamo tratti di uomini di potere noti.

L’indifferenza e la certezza di essere nel giusto ridicolizzano un modo di stare al mondo.

Sentirsi in pericolo ingiustamente accusato per atti e gesti “normali: è questa visione che mette a nudo l’arroganza umana.

Sullo sfondo si muovono marionette pronte a inchinarsi e anche l’incontro con la figlia è la sceneggiata di un rapporto inesistente.

“Rinunciare del tutto alla vanità era impossibile.”

Mostrarsi debole, infiacchito, stanco sarebbe la sconfitta.

Ed ecco che mentre passano le ore prima del processo bisogna pensare a nuovi progetti.

L’autrice si diverte ad inventare un diversivo narrativo che serve a dimostrare quanto sia facile costruire castelli in aria.

Racconta la contemporaneità attraverso i dettagli di un’esistenza in bilico convinta che “gli altri pensavano che quanto era successo azzerasse i conti, che lui avrebbe dimenticato quello che gli dovevano e fatto ripartire il cronometro.”

Il romanzo è pretesto per una forte denuncia sociale e non servono proclami o voci urlate.

Un sarcastico commento su una cultura di massa che stordisce con “ore e ore di televisione.”

Una commedia divertente che fa riflettere sullo scollamento tra essere e non essere, tra immagine costruita e realtà.

Quali connessione con “Le ragazze”?

La scrittura perfetta, veloce e uno sguardo profondo, acuto, impietoso sulla natura umana.

 

 

 

 

 

“Dimmi che non può finire” Simona Sparaco Einaudi Stile Libero

 

“Dimmi che non può finire”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una storia di rinascita e di speranza.

Nello sviluppo della trama assistiamo ad un graduale cambiamento emotivo della protagonista.

Amanda vive con la madre che dopo la fuga del padre non è riuscita ad uscire dal vortice di anaffettività e disinteresse.

“Il rapporto con mia madre era una mina vagante inesplosa sotto il pavimento della cucina, la mia vita sociale era pari a quella del senzatetto che dormiva sui gradini del supermercato, e proprio prima di Natale il parrucchiere degli studi televisivi, che tutti chiamavano artista, mi aveva fatto un taglio che persino le apprendiste cinesi di Piazza Vittorio avrebbero saputo realizzare meglio.”

La giovane nasconde un segreto che disorienta l’esistenza.

Presagi di fallimenti, sconfitte, delusioni affidate ai numeri.

Simona Sparaco con questa ingegnosa invenzione entra nell’universo matematico con spavanda genuinità.

Trasferisce la paura della perdita a un trasfert, dimostrando quanto la psiche abbia necessità di costruire alibi pur di celare il vuoto interiore.

“Il 10: la perfezione, che contiene la globalità dei principi universali.

Letto in chiave isoterica, indica il cambiamento che permette all’iniziato di evolvere e di elevarsi spiritualmente.”

La scrittrice destruttura la figura femminile e ne mostra con infinita umanità i solchi dolorosi di ciò che non si accetta.

Introducendo nella trama un bambino e il suo papà forza il gioco di un destino già scritto.

Sovverte quel senso di mistero che in ognuno di noi può assumere connotati frenanti.

Libera il suo personaggio da una pericolosa deriva e nel farlo offre al lettore sentieri da percorrere.

Basta un attimo, un gesto d’amore, una carezza, una parola che arriva al cuore.

“Potevo imparare a guardarmi con i loro occhi, e lasciare la mia tana una volta per tutte.

Ero pronta a incendiare la notte e anche il giorno.”

Credere con fermezza che si può invertire il pensiero finalmente pronti ad affidarsi e a fidarsi della gioia.

 

 

 

“I delitti della Salina” Francesco Abate Einaudi Editore Stile Libero

“Le piramidi di salgemma si accesero di rosa.

Anche quella mattina di fine agosto concesse ai quarzi di riflettere la luce del sole appena sorto sulle vasche dell’immensa salina, che si infiammò di rosso e ocra.”

Nell’intreccio di colori che infiammano il paesaggio Francesco Abate costruisce un preludio che anticipa una trama dai tanti rivoli.

“I delitti della Salina”, pur avendo tutte le caratteristiche di un noir, riesce ad essere romanzo storiografico, viaggio culturale, testo introspettivo.

Ambientato nella Sardegna dei primi del Novecento restituisce l’anima del popolo sardo, le usanze, le credenze, i conflitti di classe.

Clara è l’emblema di un femminile che inizia a far valere i propri diritti.

Personaggio che affascina per il carattere volitivo, la testarda ostinazione a cercare la verità.

“Lentamente sentì sciogliersi il groppo in gola e il peso allo stomaco, spuntati come gramigna tra l’isolamento sociale, la gogna e la censura degli anni passati, ma soprattutto dei mesi appena trascorsi.

L’unica giornalista donna della Sardegna era finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche  di scarso valore per aver osato far venire a galla la verità.”

In poche righe si delinea il passato del personaggio con un raffinato sguardo introspettivo.

Nella società borghese dove il pregiudizio è di casa ha difficoltà a farsi accettare perché di sangue misto.

Non arretra, non sceglie le retrovie, da giornalista sa che bisogna essere voce degli eventi.

La scomparsa dei “piciocus de crobi”, bambini che vivono ai margini, sfruttati e privati dell’innocenza la spinge ad indagare.

Al suo fianco l’amico d’infanzia Ugo Fassberger, il tenente dei carabinieri Rodolfo Saporito e Sarrana, sigaraia rivoluzionaria, la signora Tedde, proprietaria di una casa di tolleranza.

È nell’unione delle diversità che può nascere un percorso di vera ricerca.

L’autore non si limita ad un’analisi sociologica ma riesce a far vivere le atmosfere all’interno del Bagno Penale, della Manifattura dei tabacchi e delle saline.

Al centro della narrazione c’è sempre l’essere umano e si percepisce la solidarietà, il rispetto e l’umanità dello scrittore.

Le sue parole, come nelle precedenti prove letterarie, diffondono il calore empatico, sottolineano la sofferenza degli ultimi, sanno immaginare il riscatto.

Cagliari è una cartolina d’altri tempi ma leggendo tra le righe si nota il sottile connubio con il presente.

Pregio del libro è la realizzazione di una sorta di ponte storico, un’immagine che dal passato riverbera le sue ombre e luci all’attualità.

La certezza che conforta è che continuerà la narrazione di questo originale poliziesco.

Ci aspettano altri pezzi di un puzzle intrigante, altre rivelazione e forse chissà qualche amore sbocciato per caso.

Alla prossima puntata che aspettiamo con ansia.

 

 

“La pattuglia dei bambini” Deepa Anappara Einaudi Editore Stile Libero

“La pattuglia dei bambini”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una stella nel firmamento letterario internazionale.

Deepa Anappara ha un esordio che travolge il lettore.

Difficile sintetizzare i tanti stati d’animo che riesce a scatenare.

La narrazione è affidata al piccolo Jai e la spontaneità è una cascata di acqua limpida in un mondo offuscato da elucubrazioni mentali.

“Noi viviamo in un basti, e casa nostra ha una sola stanza.

Papa ripete sempre che in questa stanza c’è tutto quello che ci serve per essere felici.

Parla di me e Didi e Ma, non della tv, che invece è la cosa migliore che abbiamo.”

Quando sparisce il primo bambino il nostro protagonista insieme agli amici Pari e Faiz si improvvisa investigatore.

Sembra un gioco di ragazzini, la spensierata ricostruzione di un puzzle.

Ma con un ritmo che diventa crescente le scomparse continuano ad aumentare.

L’indifferenza della polizia mostra lo scollamento tra comunità e potere, tra prevaricazione e sofferenza.

“Voglio scoprire cosa stanno facendo i poliziotti.

Gli sbirri alla tv hanno come motto «Servire e Proteggere» ma quelli che vedo in giro al Bhoot Bazaar fanno tutto il contrario.

Infastidiscono i bottegai, si ingozzano senza pagare dai venditori ambulanti, e a quelli che sono in ritardo con l’hafta fanno scegliere tra un manganello su per il didietro o una visita dei bulldozer.”

Il realismo nelle descrizioni accurate descrive l’India che preferiamo non conoscere.

Il lavoro precario nelle case dei ricchi, la difficoltà a provvedere ai bisogni primari, lo smog che copre ogni cosa e pizzica gli occhi.

Padri alcolizzati, madri costrette ad accuparsi poco dei figli, scuola che non sa comprendere il linguaggio fantasioso dei ragazzini.

L’autrice entra nei vicoli bui, tratteggia personaggi che sembrano usciti da favole paurose, sottolinea la conflittualità tra indi e musulmani.

“È troppo pericoloso sposare un musulmano se sei indú.

Al telegiornale ho visto delle foto piene di sangue di gente ammazzata perché aveva sposato qualcuno di religione o casta diversa.

E poi Faiz è piú basso di Pari, non starebbero bene insieme.”

Una scrittura visiva, immediata, carica di vibrazioni.

Un viaggio di formazione in un ambiente che nega i diritti dell’infanzia.

Un noir che incede verso un unico, enorme interrogativo.

Chi sono i cattivi e chi i buoni?

Si scoprirà la verità o restano solo dubbi?

“Io non ho paura di niente, dico, ed è un’altra bugia.

Ho paura delle ruspe, degli esami, dei djinn che forse esistono davvero, e dei ceffoni di Ma.”

La sincerità innocente che emoziona e rende omaggio alle tante piccole vittime che non hanno avuto giustizia, ai genitori straziati, ad un paese che deve fare un lungo cammino per risorgere.

 

 

 

 

 

 

“Ragazza” Edna O’Brien Einaudi Editore Stile Libero

“Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo.

Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli.

Le viscere, un pantano.

Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola. L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione.

Noi abbiamo paura ma ci crediamo.

Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa.”

Le notizie del rapimento di studentesse nigeriane arrivano in Occidente come eventi lontani, echi di storture che non ci appartengono.

Altre voci coprono la vergogna dell’impassibile e desolante indifferenza.

Edna O’Brien ci scuote e ci costringe ad ascoltare,  capire, cercare le ragioni di tanta follia.

“Ragazza”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, nasce dai viaggi della scrittrice in Nigeria.

Una conoscenza diretta, un dialogo con le vittime di Boko Haram.

La visita nei campi profughi, le testimonianze dei volontari, i volti devastati dalla paura, i campi incendiati, il dolore delle madri.

Il romanzo è una denuncia, il bisogno di squarciare il velo del silenzio.

Maryam è simbolo di tutte coloro che non ci sono più, dimenticate, disperse come inutili corpi violati.

Il campo di addestramento dei miliziani è luogo di orrore e di prevaricazione.

È la fine della civiltà,  sangue innocente che sgorga lasciando scie di indicibile sofferenza.

La foresta con l’intricato e perverso labirinto di rami intrappola la ragione, mostra la ferocia di una ideologia intrisa di odio.

“Subito le nostre camicie bianche, le uniformi della scuola e i foulard si dissolsero in incorporei fiocchi di cenere grigia che restavano sospesi un istante prima di essere risucchiati in alto, alla ricerca di un varco tra le spire di filo spinato. Io li seguii con l’immaginazione, pensando stupidamente che i fiocchi di cenere ci avrebbero fatto da messaggeri.”

Gli stupri, la caparbia arroganza dei carnefici, la sopraffazione fisica e psicologica vengono narrati con un ritmo lieve.

È  intreccio tra Bene e Male, tra conoscenza e ignoranza, libertà e schiavitù.

E la liberazione della protagonista insieme alla sua bambina è ipotesi di riscatto, fiducia in un futuro normale.

Ancora sono tanti gli intoppi, le nuvole nere, il terrore di chi non può accettare “la donna della foresta”.

“Il Paese che avevo lasciato non esisteva piú, case date alle fiamme con le persone che dormivano dentro, contadini non piú in grado di coltivare la loro terra, gente che scappava da un deserto famelico all’altro, devastazione.”

Il romanzo mostra le conflittualità di un popolo che vive nel terrore, incapace di abbracciare e consolare.

È la reazione umana a qualcosa che è troppo grande, terribilmente ingiusto.

Ancora una volta torna il tema della maternità e nei mille rivoli di un amore complicato ci perdiamo e le nostre lacrime diventano preghiere.

Vorremmo essere noi pronte ad accudire, difendere, proteggere.

Urlare la nostra rabbia, concedere pietà.

Edna O’Brien ha compiuto un miracolo: ci ha permesso di aprire gli occhi, di capire che solo dalla condivisione della Verità potrà nascere un mondo nuovo.

Nelle descrizioni, nei dialoghi, nella sequenzialità degli eventi c’è lo stile di un’autrice che non perde mai di vista il lettore.

A lui affida una testimonianza forte con la certezza che le sue parole entrino nel cuore e nella carne.

Siano stimolo a credere, nonostante tutto, alla possibilità di salvezza.

E forse torneranno “spole di luce”, aloni di speranza e sguardi d’amore.