“Il rosmarino non capisce l’inverno” Matteo Bussola Einaudi Editore Stile Libero

 

“A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?

Di non essersi mai davvero prestata ascolto?

Cos’hai pensato tu, la mattina o il pomeriggio o la notte in cui, per la prima volta, lo hai capito?”

Una lettera rivolta a tutte noi, incalzante, poetica, capace di restituirci le tante sfumature del nostro cammino.

La prefazione di una profondità che disorienta è solo l’inizio del percorso che ci propone “Il rosmarino non capisce l’inverno”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero.

Racconti strutturati, perfetti, penetranti.

Lame che penetrano nella carne, mettono a fuoco stati d’animo, regalano esistenze.

Nella gioia, nel dolore, nella malattia, nell’incertezza, negli inciampi, nelle corse, nel respiro affannato, nella tragedia, nella rabbia: una girandola impazzita che mostra l’attimo del ripensamento.

Il momento in cui la giostra si ferma e sei sola con te stessa.

Ti guardi intorno e sai che è il tempo della scelta.

Nella rarefazione delle lancette esistenziali Matteo Bussola riesce a guardare in controluce.

Madre, moglie, figlia, compagna si scrollano di dosso etichette di una catalogazione subita e incedono.

Non sono concessi tentennamenti o ripensamenti perchè la vita non dà tregua.

Quando il passo si fa lento o il rimpianto brucia la gola,  le lacrime sgorgano, il distacco è difficile, è l’umanità che fa capolino.

E questa immensa, meravigliosa dote che ci rende unici e speciali diventa storia.

Raccontarla significa disegnare una cartografia affettiva dove ogni respiro, ogni sgomento, ogni pausa sono necessari.

Accorgersi di avere scalato la montagna sbagliata, saper perdonare e accogliere, sognare un amore forse impossibile, condividere la sofferenza, voltare pagina, scrivere a chi non c’è più, imparare il linguaggio di un cane, accontentarsi di un addio.

Trovare lo spazio per essere se stesse ed accettarsi, essere guerriere e fiere anche quando la rinuncia è l’unica alternativa.

“Andare oltre le apparenze e gli steccati..

Guardare sempre e solo alle persone.”

Il libro aiuta a guardarci allo specchio, a sorridere, piangere, danzare, cantare.

Ad essere vere a qualunque costo e a credere nella scrittura che ci permette di conoscerci e conoscere.

Un testo da leggere spegnendo i pensieri e seguendo il flusso di emozioni che l’autore sa regalarci.

 

 

“La svedese” Giancarlo De Cataldo Einaudi Editore Stile Libero

 

“Sulla strada non c’era il ferreo controllo di una volta, quando quelli della Magliana s’erano presi Roma.

Non erano più i tempi di Romanzo Criminale.

Ora tutti facevano un pò come gli pareva, bastava non pestarsi i piedi.”

Giancarlo De Cataldo può permettersi questa affermazione perché i suoi libri nascono da uno studio approfondito della criminalità organizzata.

L’analisi abbraccia più campi da quello sociologico alle nuove alleanze, dal cambiamento degli interessi mafiosi alle connessioni con i territori.

“La svedese”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, traccia una mappa dettagliata e intrigante che tratteggia i ruoli e le sudditanze, mostrando l’alternanza di capi e il caos di una città come Roma dove troppi aspirano a raggiungere le vette.

Sharon vive alle Torri, ha vent’anni e sogna di evadere da un quartiere che le sta stretto.

È sicura di sè, onesta, intelligente anche se ha frequentato poco le scuole.

Si occupa con pazienza infinita della madre malata, incattivita e poco affettiva.

È il caso o il destino di chi vive nelle periferie degradate a farla entrare nel pericoloso giro dello spaccio.

L’incontro con il Principe, un ricco e geniale aristicratico, le permette di conoscere un altro mondo: quello della Conoscenza.

E lei apprende veloce, si interroga, cerca sul web e contemporaneamente continua a fare la postina della droga.

Perfetta la descrizione della Roma bene dove le luci si spengono e il peccato è solo un passatempo.

La trama, come sempre articolata, gioca su due parallele.

Da un lato gli oscuri traffici di una città peccaminosa e dall’altro l’interessante e inquietante universo mitologico.

Il riferimento a Pigmalione che si innamora della sua statua ha una interpretazione innovativa.

C’è un ribaltamento della visione antropocentrica e nel riscatto del blocco di marmo si concentra un messaggio forte.

Sta al lettore sperimentare cosa si nasconde dietro questa dotta costruzione narrativa.

Altra figura classica è Lamia, “creatura incorporea”, capace di trasformarsi.

In fondo la svedese è incarnazione di questo sdoppiamento ma mutare forma può costare caro.

Altro elemento che colpisce e introduce una riflessione è la definizione di bellezza:

“Esiste un bello oggettivo.

Lo trovi nell’arte, lo trovi nella perfezione delle forme…anche nell’imperfezione, certo, in ciò che ci distorce e ci altera, nei corpi scolpiti dei ragazzi e pure nelle deformità… non è possibile definirla, questa bellezza, si annida dove meno te l’aspetti, a volte ti coglie di sorpresa, ti appare all’improvviso, come usava fare l’antico dio Pan.”

In un tempo frivolo e superficiale questa frase è una lezione di vita.

L’autore ha superato se stesso con una storia che sa intercettare il disagio giovanile, raccontare la pandemia vissuta come limitazione, parlare di droghe con competenza e suggerire che esistono i diamanti grezzi.

Basta cercarli e valorizzarli.

 

 

“Come amare una figlia” Hila Blum Einaudi Editore Stile Libero

 

“Poichè osservavo mia figlia e la sua famiglia a loro insaputa, ero io in realtà a correre un rischio.

La loro vita senza veli splendeva pericolosamente sotto i miei occhi.”

Yoela vuole capire quando e perché il rapporto con la figlia si è frantumato.

Cosa è rimasto del tanto amore, dei giochi, degli abbracci?

Chi o che cosa le ha allontanate?

Un percorso all’indietro doloroso, incessante, senza pause.

La maternità e le paure, il buco nero di un vuoto che tenta di ripresentarsi.

La nascita di Leah è guarigione, terapia, sostegno.

E ogni gesto, ogni parola, ogni risata è conferma che si può ricominciare.

La sua bambina è il centro di gravità, la luce che si irradia sugli altri, la tenerezza per ogni progresso.

I primi amori, le amicizie e lo sguardo di madre mai distante.

Nessuno le ha insegnato a dosare i sentimenti, a farsi bastare anche il poco.

“Sapevo che l’amore materno poteva essere selvaggio e sfrenato, ma non capivo l’amore quotidiano.”

Vincitore del prestigioso premio “Sapir 2021” in Israele, in corso di traduzione in venti paesi, “Come amare una figlia”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Alessandra Shomroni, deve essere letto come lezione di vita.

Cammino da percorrere per interrogarsi sul ruolo di genitori e figli, per comprendere fino a che punto si può essere complici e quando bisogna educare.

Ogni pagina è un tassello di una storia intima, è analisi spietata di errori e colpe.

Sulla colpa si insiste molto con tenacia, con rabbia, con paura.

È come se l’autrice si concedesse delle pause necessarie per attraversare i fatti con lucidità.

In questi spazi di riflessione emergono altri personaggi che si agganciano alla trama e aggiungono pathos alla narrazione.

Nebulosa la relazione con il marito, a tratti limpida, a tratti macchiata dal non detto.

Attraversare il tempo, rivivere momenti, ricollocare le gestualità significa che a una madre non è consentita la resa.

E quella giovane donna che l’ha rinnegata, si è costruita una famiglia, vuole dimenticare il suo prima, va accolta.

Ma prima tutto deve tornare a galla anche ciò che fa male e ferisce.

Hila Blum è una scrittrice incredibile e non solo per la trama che fino alle utime righe tiene incollati al testo.

Sa scrivere, invertire il presente, ricomporre il passato.

Sa parlare della sofferenza interiore, del matrimonio nella sua più cruda dimensione, della mente che ha un suo linguaggio autonomo.

Riesce a regalare i disagi sopiti, l’incapacità di dire le parole giuste, la voglia di continuare a cercare il fuoco spento dell’amore.

Ha il coraggio di dire:

“Non capivo di che materiale fosse fatta mia figlia.

La amavo in maniera insopportabile,  forse impossibile.”

 

 

“La carrozza della Santa” Cristina Cassar Scalia Einaudi Editore Stile Libero

 

“Le coincidenze nelle indagini per omicidio non esistono.”

La bravura di Cristina Cassar Scalia sta nell’incastro perfetto degli eventi che porteranno alla risoluzione del caso poliziesco.

Niente è scontato e anche quando sembra di essere giunti ad una svolta cruciale un nuovo elemento riesce a ribaltare il finale.

Scenario del crimine Catania in un giorno particolare.

È la festa di Sant’Agata e per un voto fatto da ragazzo Vasco Nocera segue le tappe della processione.

È un possidente come tanti che non hanno un mestiere definito.

Viene ritrovato morto in una Carrozza del Senato, all’interno del Municipio.

A dirigere le indagini Vanina Guarrasi insieme alla sua squadra.

C’è continuità nella narrazione e “La carrozza della Santa”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, riesce a farci sentire a casa, in un contesto già vissuto.

Non è facile quando si segue un personaggio riuscire a trovare elementi caratteriali nuovi.

La scrittrice sa attrarre il lettore perché non è scontata sia nella struttura che nella forma.

Sempre meglio si delinea una regione che non è mai uguale a sè stessa.

Le diversità tra Palermo e Catania non sono solo geografiche ma rientrano in un percorso culturale, sociologico e antropologico ben caratterizzato nei romanzi della Cassar Scalia.

Altro elemento interessante è la capacità di entrare nei pensieri remoti dei personaggi, nei ragionamenti, nelle trappole mentali che li incatenano al passato.

“Quanti anni erano che aveva a che fare con cadaveri di ogni genere e provenienza?

Una quindicina, all’incirca.

Eppure ogni volta la reazione era la stessa.

Repulsione, pena, rabbia.

Un miscuglio di sensazioni che all’istante innescavano un meccanismo inarrestabile.

La fretta di capire, di scoprire, di punire.”

Senza perdere l’umanità, il bisogno di capire le ragioni che portano al Male.

Un finale a sorpresa a dimostrazione che, come sempre, in Sicilia niente è come appare e che la Verità, anche a distanza di anni, scatena reazioni non sempre prevedibili.

E l’amore? Solo un indizio, un abbraccio e forse la nostra eroina cede alla passione.

Lo scoprirete insieme ad un’altra pista investigativa che ha i colori oscuri della criminalità organizzata.

 

“Sono mancato all’affetto dei miei cari” Andrea Vitali Einaudi Editore Stile Libero

 

“Ma non è che ero una bestia, solo che la vita è dura e tante volte per certe cose manca il tempo.

Avevo anch’io le mie belle emozioni però non mi sembrava il caso di andare in giro a dirle ai quattro venti.”

“Sono mancato all’affetto dei miei cari”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, insegna che bisogna imparare a conoscere gli altri.

Ascoltarli, percepire i pensieri più intimi, osservare senza esprimere giudizi avventati.

Il protagonista è un uomo tutto d’un pezzo, si è sacrificato giorno dopo giorno e il negozio di ferramenta è il suo regno e la sua conquista.

Tra viti e bulloni si muove con scioltezza, è il suo mondo.

Non si è concesso mai un giorno di vacanza, un momento di spensieratezza per provvedere ai bisogni della famiglia.

Attraverso un lungo monologo ci presenta i suoi cari.

La moglie, sempre pronta a dire l’ultima parola, l’Alice con il sogno di diventare maestrina, l’Alberto poco portato per lo studio e l’Ercolino chiuso in una bolla tutta sua.

Ha il diritto un povero padre di programmare il futuro dei propri figli?

È questa la convinzione del nostro personaggio.

Vissuto in un’epoca in cui al maschio tocca il compito di dirigere e raddrizzare il carattere, prova ad imporre la propria volontà.

Niente libri per la figlia, sarebbero un’inutile perdita di tempo, un avvenire a bottega per il maggiore dei suoi ragazzi e per il piccolo di casa qualcosa in divenire.

Ma le carte del destino sono bizzare e sanno complicare le esistenze.

Andrea Vitali costruisce una struttura narrativa differente dalle precedenti.

Pur mantenendo l’ambientazione provinciale gioca la carta vincente.

Mostra lo scarto generazionale, la frantumazione della famiglia operaia.

Descrive le discrepanze tra ciò che si desidera e ciò che si avvera.

Ma, elemento molto interessante, mette in scena l’ultimo atto del pater familias.

Si è inceppato il sistema che ha retto per secoli, il patriarcato subisce un tracollo, messo all’angolo dalla “modernità.”

Abbiamo occasione di studiare questa inversione di rotta, percepire pagina dopo pagina quello che sta producendo la contemporaneità.

Sarcastico e molto sincero il testo subisce durante la narrazione una lenta ma inesorabile revisione dello stile.

Questi tre giovani vivono il loro tempo senza regole, imposizioni, obbedienze forzate.

Prendono in mano le loro esistenze senza riuscire ad uscire dal circolo vizioso di un certo tipo di educazione.

Li vediamo incerti, confusi, zoppicanti.

Vogliono libertà e si imbattono in una serie di esperienze complicate e assurde.

Grandiosa la capacità dell’autore di cogliere i punti deboli di ognuno azzeccando con poche frasi le dinamiche relazionali.

Eccellente come sempre il contesto in cui si svolge la commedia e non importa se i luoghi siano sfumati.

Li ricosciamo e sorridiamo.

Ma il nostro è un sorriso amaro.

In questa rappresentazione teatrale dei conflitti generazionali tanta è la solitudine.

Qualcosa si smembra ma il nuovo corpo non ha forma, è embrione di una entità che ci sfugge.

Altra scelta geniale è quella di prepararci ad un finale a sorpresa.

Come?

Leggete il libro e lo capirete.

Tante risate e una sottile amarezza mentre il ritmo sembra una danza che muta e si espande.

Si impara tanto e si comprende che il matrimonio è un’impresa complessa.

Capire che non si può governare tutto e godersi l’attimo.

“Elvira” Flavia Amabile Einaudi Editore Stile Libero

 

 

“Elvira”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, restituisce il ricordo di una figura che ha segnato la storia del Cinema.

Completamente avvolta dall’oblio per il suo carattere schivo e per la ferma opposizione al regime fascista non ha conosciuto gli onori della cronaca.

La incontriamo grazie al romanzo della giornalista e scrittrice Flavia Amabile e restiamo folgorati dalla sua personalità determinata.

È il 1901 quando insieme alla famiglia da Sorrento si trasferisce a Napoli.

La madre sarta, il padre commerciante, poche pretese e l’umiltà di chi conosce il sacrificio.

Da questo contesto la nostra eroina impara la perseveranza ma sente agitarsi in petto il fermento che vive la città.

Ad attrarla “la macchina della meraviglia”, le prime proiezioni cinematografiche.

Insieme a Nicola Notari, che presto diventerà suo marito, condivide la stessa passione.

Quando la terza gravidanza arriva a spegnere i suoi sogni, non ha scelta.

Affida la nuova nata alle suore della Madre di Dio.

Affianca il suo uomo nella produzione delle pellicole, ha mille idee e la voglia di non arrendersi.

In lei si concentra il nucleo ardente di una rivoluzione personale, assistiamo alla sua crescita professionale, agli intoppi causati da una società maschilista.

Il personaggio viene tratteggiato con infinita sensibilità e se la scrittura mostra un taglio giornalistico non mancano le pagine cariche di sentimento.

C’è in lei il doloroso sdoppiamento tra ciò che vuole essere e ciò che vogliono che sia.

Anche nei momenti più difficili non cede al sentimentalismo, soffoca la tensione emotiva e va avanti a passo spedito.

Con la prima cinepresa sperimenta la strada, le sue voci, lo sguardo innocente dei bambini.

Vuole raccontare una città che vuole essere progressista ma si perde nella palude del rigore morale.

Il suo primo film racconta di donne schiacciate dal peso del loro ruolo, esprime il rimpianto e forse anche la rabbia.

La Storia diventa una catena che la inchioda, stritola con le sue leggi assurde la creatività e l’energia vitale.

“Pochi mesi sono trascorsi dall’ingresso dell’Italia in guerra, un nuovo anno è appena iniziato, il 1916, e Napoli si sta spegnendo.

Nulla e nessuno viene risparmiato.”

Lo stile coinciso accentua il vuoto di un Paese coinvolto senza essere protagonista delle scelte.

Nella parte finale le domande senza risposta sono tante e sono le stesse che ci poniamo sapendo che solo il tempo ci concederà le risposte.

Impariamo che

“Non ci sono scelte senza rinunce.

Ci sono scelte senza dignità.”

Nell’ultima decisione di Elvira non c’è resa.

Ha bisogno di spazio, di un suo spazio.

A lei dobbiamo riconoscere il coraggio e la capacità di raccontare “vite piene, tormentate, contrastate, ribelli, perdenti.

Libere.”

Da leggere con la certezza che i sogni vanno realizzati, costi quel che costi.

“Il complotto dei Calafati” Francesco Abate Einaudi Editore Stile Libero

 

 

Uno dei tanti pregi di Francesco Abate è quello di essere poliedrico.

Nelle sue opere si uniscono più generi con quella scioltezza di chi sa manipolare la parola.

Le sue narrazioni sanno essere intime e al contempo aperte al sociale.

Le storie non sono chiuse in perimetri stilistici ma vagano con una libertà linguistica che è altra carta vincente.

Il dialetto si intrufola nel testo, ne diventa parte, afferma l’identità di un popolo.

“Il complotto dei Calafati”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, stigmatizza questa appartenenza.

Regala una Terra insolita, misteriosa, esoterica.

Negli anfratti di luoghi inaccessibili esprime una tavolozza di colori e di suoni, nei saloni dei ricchi racconta l’arroganza del potere, nei magazzini fumosi dà voce ai lavoratori.

È una Sardegna dalle mille voci e mi piace pensare che il romanzo sia un corale affresco.

Partendo da un evento realmente accaduto, il terremoto del 1905, l’autore costruisce una scenografia perfetta.

La collocazione dei luoghi, il disegno delle strade, le forme delle case fanno da palcoscenico ideale descritto tanto bene da sembrare reale.

Vengono raccolti fondi per ricostruire ed ecco un altro elemento interessante.

La solidarietà crea aggregazione, sconfigge il paradigma di una società chiusa.

A virare nelle tonalità del noir un fatto di sangue che vede coinvolti i nobili Cabras e l’autista.

Tante le ipotesi su questi omicidi e mentre si intravedono frammenti di verità il lettore è travolto da una scrittura accelerata.

Torna in scena Clara Simon che avevamo già amato in “I delitti della Salina”.

Abate sceglie un personaggio che dovrà lottare per far valere i propri diritti.

Era impensabile in quel tempo per una donna firmare un articolo su un giornale ma la nostra eroina non si arrende.

È una figura speciale marchiata come diversa perché figlia nata da un matrimonio misto.

Queste “limitazioni” accrescono la sua tenacia, la rendono più forte.

Simbolica rappresentazione di un femminismo non di maniera, esempio per tutte noi, pronta a stare dalla parte dei più fragili.

Un finale inaspettato e la certezza che esiste una connessione tra passato e presente.

Tocca a noi trovare le chiavi di accesso.

Ancora una volta lo scrittore riesce a scuotere le nostre coscienze.

Da che parte stiamo?

Sappiamo riconoscere il Male?

Nel tragitto compiuto restano le orme di chi cerca giustizia.

Da leggere per abbattere i pregiudizi e scoprire negli altri quella diversità che li rende unici.

Per ricordare che “la mente umana è indomabile, a volte”

“Le madri non dormono mai” Lorenzo Marone Einaudi Editore Stile Libero

 

“L’unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire com’è fatta una prigione”

Le parole di Italo Calvino scelte come esergo da Lorenzo Marone anticipano la qualità letteraria di “Le madri non dormono mai”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero.

Ambientato in un Icam, istituto a custodia attenuata per detenute madri, nasce dall’esperienza diretta dell’autore.

Si sente che la scrittura è frutto di lunga e prefonda meditazione, è sofferta, vivida, espressiva.

Entriamo in punta di piedi all’interno della struttura carceraria, impariamo i ritmi, sentiamo che questa storia diventerà nostra.

È quel dentro popolato da fantasmi, da incubi, paure.

È il passato che ritorna con il suo carico di errori e di violenze subite.

È la faccia oscurata di quella fetta di umanità che sconta i suoi errori, con rabbia, rassegnazione, impotenza.

È Miriam e l’incapacità di fidarsi e affidarsi.

È Diego che a nove anni conosce già il rifiuto degli altri, l’esclusione e l’isolamento.

È Melina, fragile bambina che cerca “parole belle” per cambiare l’ordine del mondo.

È Amina fuggita dalla Nigeria, vittima di un sistema che la vuole schiava.

È Dragana che non crede “nei pensieri belli.”

Accanto a queste anime devastate si muovono altre figure in cerca di pace.

Miki e il demone del desiderio, Greta e una ferita da risanare, Antonia con la sua voglia di scappare dalla monotonia.

L’infanzia con i suoi tormenti lega insieme queste esistenze spezzate.

Si prova a cambiare, a credere negli altri, a cercare un abbraccio.

Ma c’è il fuori che è mostro pronto a ghermirti.

Napoli con i suoi contrasti, la violenza, l’arroganza e la mancanza di opportunità è realtà che non si può cancellare.

Ci si chiede come abbia potuto lo scrittore regalarci tanta poesia.

Dal dolore vediamo crescere fiori di speranza, luminarie che portano pace.

Ci sono frasi che si ha voglia di ricopiare perché descrivono con genuinità il Bene e il Male.

Raccontano la maternità che non ha bisogno di frasi e gesti, l’amicizia che annulla le distanze, la condivisione di sofferenze antiche.

E anche i silenzi sanno narrare, e le pause, i dialetti, gli sguardi.

C’è la coralità che diventa esperienza, la tragedia che si stempera nella lettera di un bambino che crede nel futuro.

Respiriamo l’amore universale, il desiderio di cambiare il destino, la voglia di ricominciare.

È inclemente a volte la vita ma ci lancia messaggi che non possiamo non interpretare.

Dedicato a “tutti i bambini sfruttati, invisibili, emarginati, schiavi.”

Dedicato a tutti noi che ci crediamo liberi.

La più bella prova letteraria di Lorenzo Marone, commovente, intensa, ritmata.

Complimenti e grazie!

Si impara tanto e si ha la certezza che quel dentro ci appartiene.

 

 

“Anatomia di uno scandalo” Sarah Vaughan Einaudi Editore Stile Libero

 

 

Sarah Vaughan, giornalista politica e giudiziaria, costruisce un legal thriller impeccabile.

Articola la narrazione dando spazio ai personaggi, riuscendo ad entrare nella loro anima.

Scova il punto debole di ognuno e da psicologa dei sentimenti compone una mappa affettiva che segue più itinerari.

Da “Anatomia di uno scandalo”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Carla Palmieri, è stata tratta la serie tv disponibile su Netflix.

Londra è teatro di uno scandalo che coinvolge James Whitehouse, sottosegretario del Ministro.

Intoccabile, brillante, belloccio, sicuro di sè rappresenta la categoria degli invincibili.

Accusato di stupro da una sua segretaria vede crollare il castello di certezze.

Può sembrare strano ma non è lui il protagonista di questa incredibile vicenda.

A salire sul palco alternandosi sono le donne.

La moglie Sophie che non si è accorta del tradimento, convinta che il suo matrimonio sia indistruttibile.

Un amore nato all’università, sopravvissuto a piccoli scossoni, è segno di solidità sociale.

Assistiamo allo smarrimento, all’incredulità in un crescendo di sensazioni sempre meno governabili.

È come se la roccia costruita con fatica si stia sgretolando pezzo dopo pezzo.

Durante il processo avvocata dell’accusa è Kate.

Abbiamo modo di studiare la sua freddezza e quel frammento di debolezza che sa celare agli altri.

La amiamo fin da subito, attratti da una personalità così determinata, a volte cinica.

La giovane violentata potrebbe distogliere la nostra attenzione dal tema principale.

Se è vero che l’autrice riesce a restituirci l’umiliazione della vittima, ciò che si vuole sottolineare è l’arroganza del potere maschile.

Potere che non è solo sessuale, è più complesso perché coinvolge i perversi meccanismi che governano le stanze dei bottoni.

Con una mossa geniale la scrittrice riannoda i fili del passato e ci riporta indietro.

Eccoli i nostri personaggi, ragazzi e ragazze con quella spensierata euforia all’interno del College.

Ed è proprio tra i corridoi del sapere che succede l’irreparabile.

La storia dentro la storia ed una virata del romanzo.

Un altro stupro e la perdita dell’innocenza.

Finalmente comprendiamo cosa significa liberarsi dal senso di una colpa per essere stati violati, per aver creduto nella purezza.

inventarsi una nuova identità e ricominciare.

La vendetta potrebbe essere arma vincente ma esiste la deontologia professionale, esiste il rispetto della Legge.

È la coscienza a guidare i passi di tutti ma sarà facile far prevalere la ragione?

In un finale da capogiro l’ultimo messaggio da non dimenticare.

Non sempre si può insabbiare il peccato e se esplode come una tempesta è tempo di ritrovare pace.

Una scrittura visiva, mai moraleggiante.

Un testo che sa denunciare senza urlare.

Una prova letteraria strutturata come un viaggio nella psiche.

Bellissimo, leggetelo!

“Addio, a domani” Sabrina Efionayi Einaudi Editore Stile Libero

 

“Una ragazza napoletana afro – discendente che un bel giorno decide di fare i conti con il tempo, di aprire certi cassetti della memoria e di ordinarne il contenuto sul letto, come quando si parte per un viaggio e si prepara la valigia.

Ecco, ora io vi chiedo di partire con me.

Abbiate fiducia.

Datemi la mano.”

Stringiamo con forza la mano di Sabrina Efionayi perché già nel prologo comprendiamo quanto sarà difficile per lei ricomporre la storia della sua esistenza.

Quanto coraggio sarà necessario per mantenere l’imparzialità, per sentire sulla pelle cosa significa essere “negra”

Quanta pazienza nel trovare le parole giuste per non ferire e per restituire i fatti nella loro interezza.

“Addio, a domani”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, è un terremoto che mette in crisi i pregiudizi.

Spazza via preconcetti partendo dalla realtà.

Non quella rappresentata da un Occidente bigotto che sa vedere solo la colpa.

Gladys è una bambina nonostante i suoi diciannove anni.

Arriva in Italia dalla Nigeria, convinta da madame Joy che le prospetta la chimera di un futuro felice.

Lei, legata alla famiglia, a quella terra incendiata dal sole, affronta il viaggio con la certezza di poter provvedere ai bisogni dei suoi cari.

Castel Volturno e una casa prigione.

Altre giovani e il corpo da offrire ad uomini vogliosi.

Non c’è scampo, è la trappola della tratta.

La strada è la vergogna di mostrarsi, l’orrore di mani che ti cercano, di volti deformati dal desiderio.

Quando scopre di essere incinta intuisce che dovrà difendere la sua creatura, nata dell’unico atto d’amore.

Uyi è intermezzo felice, compagno di sventura, raggio di sole.

Ma la vita non sempre ci permette di avverare i sogni.

E per Gladys, quando nasce Sabrina, c’è una sola strada: affidare la sua bambina ad Antonietta.

Due madri, una biologica, l’altra affidataria e la costante ricerca di una sintesi tra due culture.

La scrittrice ripercorre a ritroso l’infanzia e l’adolescenza.

Con parole affilate narra la difficoltà di inserirsi, il bisogno di capire la propria identità.

“Non sapevo come sentirmi, non ero mai stata circondata da bambini neri come me.

Non così tanti e non tutti insieme.

L’idea inizialmente mi eccitata, pensavo che non mi sarei più sentita quella diversa, invece ho scoperto che non bastava nemmeno quello.”

Non basta il colore della pelle simile per sentire l’appartenenza.

Una lezione che lascia tramortiti e che fa riflettere sulle nostre infinite diversità.

Come ci sentiamo rappresentati?

Quali specchi ci restituiscono la nostra anima?

L’autrice ha la forza di interrogarsi e di trasformare il romanzo in un affresco di incertezze.

Esce dalla dimensione nazionalistica, si fa voce di tutti noi.

Stilisticamente raffinato il testo utilizza spesso l’ inglese e in questa dualismo si coglie il bisogno di abbattere i muri linguistici.

Una Babele dove si intrecciano fonemi e usanze e tradizioni.

Il viaggio nel paese d’origine è scoperta e al contempo timore.

È luce e speranza, è buio e terrore.

È la frantumazione dell’Io, il padre ritrovato, la difficoltà a perdonare.

Ritrovare la donna che ti ha partorito, accettarla, sentirsi una sua parte.

Non è facile…forse “domani.”

L’onestà intellettuale di chi attraversa il suo inferno personale e rivendica la sua indipendenza.

Bellissimo e utile per trovare pace.