“L’invenzione di noi due” Matteo Bussola Einaudi Stile Libero

 

Un banco di scuola e due liceali che si scrivono messaggi.

“L’urgenza di raccontarsi era troppo forte, insistente, concreta.

Tutta quella che si può avere a diciott’anni.”

Attrazione che nasce dalle parole, acque limpide, sincere.

“L’invenzione di noi due”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è elegia della scrittura.

Forma perfetta dove si è veri, cristallini, protagonisti  di una geografia mentale che è alito impetuoso, sangue che scorre, linfa che rianima.

Milo e Nadia rappresentano due poli caratteriali differenti ma, grazie ad “una necessità elettromagnetica che era riuscita ad attraversare il tempo”, vengono impregnati da un’attrazione fluorescente.

Vivere insieme significa scontarsi con le diversità.

Lui immerso in un presente troppo uguale, incapace di far evolvere se stesso e la coppia.

Lei “con qualcosa di bellico nel suo modo di amare”.

Prigionieri di un amore profumato di sogni adolescenziali presto vedono frantumarsi la giocosa condivisione di una gestualità complice.

“L’amore è un privilegio.

Non è un elemento previsto dalla natura, ma un’invenzione umana.”

Matteo Bussola riesce ad inventare una deliziosa commedia dando a Milo la possibilità di riconquistare la sua donna.

Geniale trovata che permette al lettore di studiare i due personaggi, di ascoltarne le riflessioni, di percepire le confuse aspettative di entrambi.

Dietro ogni frase c’è un accurato studio analitico che con lucidità rivela i disorientanti delle relazioni.

L’autore colpisce duro addentrandosi come un chirurgo nelle ferite non rimarginate, negli spazi solitari dove si annida lo sconforto.

Racconta la resa e la paura, i momenti bui, le rimozioni.

Insegna che bisogna mettersi in gioco se si vuole proteggere la passione.

Non si fugge, si lotta, si aspetta e ci si libera da un immaginario che vede l’altro statico, atrofizzato in un tempo passato.

“Ciò che più amo della letteratura è che non racconta solo le storie che accadono, o che sono accadute, ma soprattutto quelle che potrebbero accadere.”

Un romanzo perfetto nella trama articolata, nella briosa costruzione narrativa e certamente nelle riflessioni sulla parola scritta.

Agenda Letteraria del 17 aprile 2020

 

“Nasciamo con il dono dello stupore, è una delle nostre abilità piú belle.

E non mi stupisco soltanto in veste di esploratore, ma anche di papà o editore. È una sensazione che mi appaga.

Soprattutto se non c’è nessuno a disturbarmi. I ricercatori possono trovare delle verità. Mi sarebbe piaciuto fare questo lavoro, ma ho capito che non fa per me.

Finora ho cambiato idea quasi su tutto.

Mi stupisco per il gusto di stupirmi. È una sensazione fine a sé stessa, un piccolo viaggio di scoperta, anche se a volte può essere il seme che genera maggiore conoscenza.

Altre volte capita invece che mi stupisca non perché lo voglio, ma perché non posso farne a meno. Mi ritorna in mente qualcosa che è successo, di spiacevole.

Un pensiero, un’esperienza. Ho lo stomaco che mi si contorce, e non posso fare a meno di chiedermi come mai.

 

Erling Kagge  “Il silenzio”  Einaudi Stile Libero

Filomena Gagliardi (@philo_gagliardi) recensisce “Il silenzio” Erling Kagge Einaudi Stile Libero

Filomena Gagliardi (@philo_gagliardi) recensisce “Il silenzio” Erling Kagge Einaudi Stile Libero

Dopo aver letto “Camminare. Un gesto sovversivo” di E. Kagge, mi ero ripromessa di leggere, dello stesso autore, “Il silenzio. Un spazio dell’anima”.
Pubblicato in originale nel 2016 e tradotto in italiano per Einaudi nel 2017, il volumetto è stato ripubblicato all’inizio del nuovo anno per il gruppo editoriale Gedi e distribuito nelle edicole.
Il libro inizia con delle considerazioni generali sull’esperienza che noi oggi abbiamo del silenzio, considerazioni che l’autore trae da esempi personali.
Questi ultimi lo inducono a riflettere su tre domande concernenti l’essenza del silenzio, il luogo dove sia possibile trovarlo e il perché della sua importanza.
Kagge elabora trentatré risposte, l’ultima della quale, emblematicamente, si identifica con la pagina bianca. Buon silenzio e buona lettura!

“Le sardine non esistono Il racconto dei fondatori” Einaudi Stile Libero

 

Cosa ha spinto  migliaia di persone a invadere le piazze italiane?

Chi sono i promotori? Quali idee e obiettivi?

Finalmente “Le sardine non esistono Il racconto dei fondatori”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, ci permette di comprendere.

Abbiamo sentito diverse interviste ma il libro riporta la vera identità dei giovani Garreffa, Morotti, Santori e Trappoloni.

“Prima ancora di uno spazio fisico ci siamo proposti di colmare un vuoto di immaginazione”

Riuscire ad aggregare dando ad ognuno la possibilità di esprimere una nuova idea di socializzazione e di partecipazione è stata una conquista.

Assistiamo alle prime riunioni, ai dibattiti, ai dubbi e alle speranze.

Un racconto sincero che non vuole convincere né mostrare medagliette premio.

“Un’ondata ci investe.

La gente giunge da ogni direzione, gira attorno alla statua di Nettuno, divinità del mare, e sfocia in piazza.

Il mare si è trasformato in un oceano”.

La continua necessità di interrogarsi sull’evoluzione e sulle interazioni con le istituzioni mostra che non si concede spazio alle certezze.

Ed è questa una delle tante rivoluzioni: sentire scorrere nelle vene l’entusiasmo e la passione, il desiderio di esserci.

“Dalla Sicilia al Friuli – Venezia Giulia.

Dai feudi rossi alle roccaforti leghiste…

Continuando ad inondare i giornali, i social e il web di foto di piazze.”

Essere protagonisti del proprio futuro e imparare a non delegare il destino.

Interessanti le proposte per provare a sconfiggere l’odio e per costruire una dialettica rispettosa dell’altro.

Opporre alla violenza la comunione dei corpi, la contaminazione dei pensieri è un percorso lungo ma possibile.

È questa la lezione che ci regalano Andrea, Giulia, Mattia e Roberto.

“La libertà è piena solo se si ha la forza di riconoscere gli avversari e, pacificamente, di sommergerli”.

 

La recensione di Bruno Menna (Bruno_Menna) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

La recensione di Bruno Menna (Bruno_Menna) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

 

C’è un libro da leggere, e non solo in questi giorni di cattività. Racconta la storia, già nota, dei viaggi di tanti bambini del Sud, annichilito dalla guerra, verso il Nord che si risollevava velocemente e che era in grado di assicurare un letto caldo e di mettere il piatto a tavola per aiutare chi era rimasto indietro. Una vicenda che, vale la pena ricordarlo, si contaminò velocemente anche della fiera e netta contrapposizione tra due monoliti, il Pci e la Chiesa, che si trascinò fin dentro le storiche elezioni del 18 aprile del 1948 e oltre.
Ma il libro di Viola Ardone è altro, ben altro. È, nella prima, seconda e terza parte, ambientata nel 1946, un meraviglioso affresco della Napoli povera ma bella, pittoresca e malinconica, ingegnosa e carnale, che emerge dalle vicissitudini e dalle sfaccettature caratteriali del piccolo Amerigo e del suo tormentato andirivieni tra la metropoli partenopea e l’Emilia.
È, tuttavia, il capitolo finale, quello degli anni novanta, a sublimare la formidabile vena narrativa dell’autrice. Un tracciato di grande liricità, che dipinge la grande e misteriosa bellezza del ritorno alle origini e ai luoghi dell’anima; il sapore amaro della nostalgia e del rimpianto per i gesti non compiuti e gli abbracci negati; la necessità vitale di quella solidarietà che, per troppo tempo, inghiottiti dal virus dell’egoismo, ci siamo fatti mancare e che ancora oggi ci tiene a distanza. Di un metro e forse più.

Intervista ad Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

@Casalettori dialoga con Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

 

In “Insegnami la tempesta” si percepisce “un magma interiore”. Una lettura psicologica dei personaggi?

“Forse, più dei personaggi, il mio desiderio di approfondimento era diretto a indagare un vincolo incandescente, quello della maternità. Perché è una dimensione su cui pesano molti tabù. Basterebbe pensare che quando ho cominciato a raccontare in giro di voler scrivere questa storia, c’è chi ha cercato di scoraggiarmi dicendo che, non essendo madre, non ero metalmente ed emotivamente attrezzata ad affrontare il tema. Una cosa che colpisce, soprattutto perché sono certa che su nessun altro tema, nemmeno quelli davvero distantissimi dalla mia esperienza personale, avrei subito lo stesso tipo di censura. Ma è un argomento inesauribile, e pieno di cose da dire. Come tutte le dimensioni molto trattate è anche appesantito da tanti clichè. E nel tentativo di scardinarli – non sta a me dire se ci sono riuscita – c’è ancora una spazio narrativo ampio e molto fertile, che è quello che ho cercato di esplorare.”

 

 

Quale è stata la figura più difficile da delineare?

“Senz’altro Irene, la monaca di clausura. Emma, la madre, non la vede da più da vent’anni, e Matilde, la figlia, è irresistibilmente calamitata verso di lei perché intuisce in questa donna uno scarto dalla norma che è lo stesso verso cui anche lei si sente attratta. Ma la la dimensione della fede per me è stata difficile da praticare narrativamente, e infatti in parte l’ho lasciata in ombra. La scelta di Irene – che di questi tempi costituisce davvero lo scandalo per eccellenza, la scelta incomprensibile – è una virata di assoluta libertà, ed questo è soprattutto l’aspetto che ho approfondito.”

 

 

Nella conflittualità madre figlia quanto pesa il non detto?

Non posso parlare in assoluto, non foss’altro perché ogni famiglia fa storia a sé, ma fra Emma e Matilde pesa senz’altro moltissimo. C’è in Emma l’obbligo morale a tacere tutto ciò che non sente conforme al suo ruolo di madre. Ma Matilde percepisce il peso di questo silenzio, e non fa nulla per ridimensionare la trincea che questo scava tra loro due.”

 

Che ruolo hanno le figure maschili?

“Se si eccettua il padre di Emma, ci sono solo due uomini importanti, che sono volutamente molto simili. Fausto, il padre adottivo di Matilde, ed Eugenio, il ragazzo di cui Matilde resta incinta. Sono entrambi uomini saldi ma dolci, presenti ma pronti a fare un passo indietro. E nel decidere se restare o allontanarsi, così come in molte altre dimensioni davvero importanti della loro vita, Emma e Matilde faranno scelte opposte.”

 

 

La verità ristabilisce l’ordine delle cose o sono necessari ulteriori passaggi?

“Non sono a mio agio con il costrutto della verità nelle relazioni. È un termine fulgido e rischioso, proprio perché ammantato di tutte le virtù e perciò più difficile mettere in discussione. Oltretutto, per definizione, è una parola molto sbilanciata verso una certa sfumatura astratta di oggettività. Ma nelle relazioni ci sono tante verità quante sono le persone in gioco, e allora l’unica speranza di coinciliazione, più che la verità, è semmai l’onestà emotiva, che non ha altra pretesa che dichiarare se stessa. Essere sempre onesti su quello che si prova, anche quando apparentemente questo mette in discussione il nostro ruolo. È un grande atto di coraggio, ma anche l’unico in grado di salvare le relazioni sul lungo periodo.”

 

 

Attraverso Matilde ha voluto raccontare il nostro tempo confuso?

“Devo essere onesta: no. Cerco di tenermi lontana dall’idea di lanciare un messaggio, specie se di portata universale. Non mi pare compito dello scrittore. Un giorno mi è venuta in mente questa famiglia, niente di più normale: madre, figlia, padre. Il mio unico obiettivo era di studiarne le reazioni di fronte a una provocazione importante, e raccontarne le vicende nel modo più trasparente possibile, dal centro esatto della storia, equidistante da tutti, e senza prendere le parti di nessuno.”

 

Caravaggio e la ricerca di spiritualità?

“Scegliere le tele di S.Luigi dei Francesi dedicate alla conversione e al martirio di S.Matteo è stato forse frutto più della volontà di rendere omaggio alla mia città, Roma, e al pittore che ne ha rappresentato meglio il cuore nero e senza pace. Che poi la sua pittura si presti straordinariamente bene a raccontare il lato tempestoso della fede, quello che rovescia e le certezze e annichilisce ogni punto di riferimento, è chiaro a chiunque lo conosca e lo ami. E certamente, in questo senso, era molto funzionale alla storia.”

Torna spesso la parola sacrificio, quale legame con la punizione del sé?

“Nella vita di Emma il legame è esplicito. Ogni patimento è il risultato del senso di inadeguatezza. Chi sbaglia, chi non è all’altezza, deve soffrire, e non per questo smetterà di pagare. Ci sono solo due brevi istanti nella vita di Emma in cui lei si illude di poter avere un’altra vita: l’incontro con Irene e la nascita di Matilde. Ma in entrambi i casi tutto le si rivolterà contro.”

 

La sua è una parola molto poetica, quanto tempo ha impiegato nell’elaborazione del testo?

“Moltissimo, è la cosa a cui tengo di più. Le riscritture sono sempre numerose, e non mi soddisfano mai. Che poi è anche la ragione per cui non mi rileggo. Provo un’invidia indicibile per gli scrittori che sono capaci di dire: ho scritto un bel romanzo. A me pare sempre tutto perfettibile, e soprattutto molto lontano dalla perfezione.”

 

In cosa si differenzia questa nuova prova narrativa da “L’animale femmina”?

“Come dicevo prima, non credo di tenere in grande considerazione l’aspetto riflessivo nel momento in cui comincio a scrivere. Quello arriva in un secondo momento. All’inizo si presenta l’urgenza di una storia, che è sgangherata, e non si tiene bene sulle gambe. Quindi c’è l’esigenza di darle struttura, solidità. Infine, quando lo scheletro è pronto, quella di scriverla nel modo migliore possibile. Ho fatto questo sia per il primo romanzo che per il secondo. In entrambi i casi la mia necessità è stata soprattutto essere fedele ai personaggi. Non mi sono mai preoccupata di riflettere sulle differenze tra un romanzo e l’altro. A cose fatta mi pare di poter dire che in questa storia ho cercato di gestire una coreografia di personaggi più ampia, mentre l’impianto di quello precedente era forse più classico e teatrale.”

 

 

La sua definizione di libertà travalica il reale. Una visione trascendentale?

“Trascendentale mi pare un aggettivo molto appropriato. È così. Nulla ha senso nella vita se non rimane acceso il nostro desiderio di muoverci tendendo liberamente al desiderio.”

 

 

Quanto l’hanno cambiata Emma, Irene, Matilde?

“Credo di aver scritto questa storia anche per chiudere i conti con la mia esperienza di maternità, che non c’è stata, e per mia scelta. Direi che mi hanno aiutato soprattutto in questo. Mi mancavano delle risposte, e se ora le ho trovate, è per merito loro.”

 

 

Programmi futuri?

“Sono cinque anni che scrivo ininterrottamente, tra il primo romanzo e il secondo non c’è stata soluzione di continuità. I miei programmi prevedono uno stacco totale. Ho bisogno di capire dove voglio andare, cosa voglio scrivere. E per far questo devo leggere, leggere moltissimo.”

Recensione di Maria Franco (@cmariafranco) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

La recensione di Maria Franco (@cmariafranco)”Il treno dei bambini” di Viola Ardone (Einaudi)

viola«Mia
“Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due dei miei. (…) Mia mamma avanti e io appresso. Dove stiamo andando non lo so, dice che è per il mio bene. Invece ci sta la fregatura sotto, come per i pidocchi. È per il tuo bene, e mi ritrovai con il mellone.”
Amerigo Speranza ha quasi otto anni. Non ha mai conosciuto il padre (la madre dice che è andato a cercare fortuna in America e che tornerà ricco, ma nessuno l’ha mai visto) né il fratello, morto prima della sua nascita.
Sua madre, Antonietta, si arrangia come sarta e conservando sotto il letto il caffè del piccolo mercato nero di un uomo che frequenta casa, Capa ‘e fierro. A scuola è andato per poco tempo, prendendo molte scoppole dalla maestra, ma nel vicolo lo chiamano Nobèl perché, in strada, ha imparato tanto. Raccoglie stracci nelle case e nella mommezza e con il suo amico Tommasino ha organizzato la vendita delle zoccole con la coda tagliata e «pitturate di bianco e di marrò con la vernice per le scarpe» come fossero criceti finché una pioggia battente ha svelato il trucco.Ha un modo tutto suo di farsi compagnia: «Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. (…) sommo i punti delle scarpe per far passare la paura. Conto sulle dita fino a dieci, succederà una cosa bella, così è il gioco. La cosa bella fino a mo non mi è mai capitata, forse perché ho contato male i punti.»La camminata nei vicoli con la madre è il preludio di un grande cambiamento nella sua vita. Amerigo parte, con tanti altri bambini, alla volta dell’Emilia Romagna. Dove ci sono la nebbia e la neve (scambiata, la prima volta, con palline di pane che scendono dal cielo e ricotta sparsa sulla strada) e tante famiglie che li accolgono.

Amerigo capita, nel modenese, con Derna, sindacalista che vive sola, ma è vicina di casa della cugina Rosa, di suo marito Alcide e dei figli, Rivo, Luzio e Nario, che, chiamati insieme, fanno: rivo-luzio-nario. Scopre il sapore della mortadella, del parmigiano, della cioccolata, i regali per il compleanno e la festa per Babbo Natale e la Befana, il lavoro dei campi e l’allevamento degli animali.

Va a scuola, comincia a lavorare nella bottega di Alcide, che diventa il suo «babbo» e a suonare il violino. Apprende un’altra lingua e, con essa, un altro mondo: «Pure qua nell’Alta Italia già mi sono fatto conoscere da tutti quanti, dal verdummaro, che però si chiama fruttivendolo, dal chiancière, che si dice macellaio, dallo zarèllaro, che per loro è il merciaio; che ci sono dei mestieri di giù che qua invece non esistono proprio, come l’acquafrescàio e il carnacottàro.»

Quando torna a Napoli, dalla madre, non ci si ritrova più: scappa per tornare nella famiglia dove aveva trascorso un inverno diverso da quelli della sua prima infanzia.

Il treno dei bambini di Viola Ardone, recentemente edito da Einaudi – caso editoriale dell’ultima fiera di Francoforte e in corso di traduzione in 25 paesi – parte da un fatto storico. Nel secondo dopoguerra, su iniziativa del Partito comunista e in particolare dell’Udi, Unione Donne Italiane, ben 70.000 bambini del Sud e, soprattutto, di Napoli vennero trasferiti in Emilia Romagna: un “affido” temporaneo di alcuni mesi che salvò un’intera generazione dalla miseria e dalla fame.

Nel libro sono presenti alcune figure che ebbero un ruolo nell’organizzazione di quel trasferimento di massa come Maurizio Valenzi, poi sindaco di Napoli, e Gaetano Macchairoli, in seguito raffinato editore, e trova voce un giovane biondo, Guido Piegari, successivamente espulso dal Pci, che «ogni due e tre dice: questione meridionale e integrazione nazionale» (lasciando nel dubbio il nostro protagonista ormai cresciuto se «l’ha risolta poi quella questione meridionale.»)

Si sente, nelle pagine di Viola Ardone, l’impatto forte che quel movimento suscitò: «Da quando si è saputo il fatto dei treni, dentro al vicolo abbiamo perso la pace. Ognuno dice una cosa diversa: chi sa che ci venderanno e ci manderanno all’America per faticare, chi dice che andremo in Russia e ci metteranno nei forni, chi ha sentito che partono solo le creature malamenti e quelle buone se le tengono le mamme, chi non se ne fotte proprio e continua come se niente fosse, perché è ignorante assai.»

E la fatica a far accettare alle madri una tale separazione

«Quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scese in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un’altra battaglia, ma contro nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri!», dice Maddalena Criscuolo, che ha partecipato alle Quattro Giornate) e il dolore, spesso muto e scontroso delle donne che intuiscono che far andare via i figli è un amore più grande che trattenerli, e la disponibilità di tanti che aprono le loro case.

«Quando c’è la necessità, siamo tutti padre e madre di chi ha bisogno. E per questo vi stiamo portando da persone che si prenderanno cura di voi e vi tratteranno proprio come figli, per il vostro bene.») Per una forma di solidarietà politica e sociale: «Siete tra amici che vi vogliono aiutare, anzi tra compagni, che è più che amici, perché l’amicizia è una cosa privata tra due persone e può anche finire. Tra compagni invece si lotta insieme perché si crede nelle stesse cose»: «Non esistono Nord e Sud, esiste l’Italia.»

È una fortuna che arrivi un libro simile nell’Italia delle indagini di Bibbiano e della ventilata autonomia regionale dei ricchi.

Ma Il treno dei bambini non è un saggio storico né un pamphlet sociale e non trova il suo centro in una ideologia. È, semplicemente, un romanzo: meglio, un grande romanzo. Se si vuole inserirlo in un genere, è un romanzo di formazione. Per tre quarti di libro, il lettore vede e sente gli avvenimenti attraverso lo sguardo e la voce freschi di un bambino ingenuo ma non privo di malizia, non sempre capace di separare il reale e l’immaginario, che lotta per la sopravvivenza senza cattiveria ma con una certa diffidenza nei confronti degli adulti, perché ha già appreso che i grandi, almeno molti grandi, non capiscono niente dei più piccoli.

Nella quarta parte del libro, il protagonista, quasi cinquanta anni dopo, torna a Napoli dove farà i conti con il bambino che è stato, con l’uomo che è diventato e con il maturo signore che sarà ancora, e di nuovo, Amerigo Speranza.

Se i protagonisti bambini nella nostra letteratura sono pochi (bellissimi l’Arturo dell’omonima isola della Morante e il Michele di Ammaniti in Io non ho paura, ma anche Lenù e Lila dell’Amica geniale della Ferrante) ancora meno sono quelli che, fatto il viaggio di andata verso la maturità, tornano, come gli eroi greci, nel luogo di inizio: l’allontanamento e il ritorno per arrivare al sé più profondo e più vero.

Amerigo Speranza, con i tutti i suoi compagni, nonché la sua famiglia naturale e quella affidataria, entra a far parte dei personaggi (piccoli solo per età) più belli della nostra narrativa.

Romanzo tenero e forte, intenso e delicato, ironico, profondo con leggerezza, Il treno dei bambini accompagna una trama sapientemente semplice, la cui carica emotiva è trattata con sorvegliato equilibrio, con una lingua affabulante, che fa rientrare nell’italiano cadenza e ritmo di un napoletano antico, più dolce di quello attuale.

Lascia il cuore smosso e nello stomaco quel tipo di languore che danno le lacrime trattenute di una commozione genuina e senza sdolcinatezze.

Un libro per tutti, adulti e ragazzi. Da leggere dovunque: a Sud e a Nord.

Nota personale: Viola Ardone è tra gli autori (uomini e donne) che hanno partecipato al Laboratorio di Scrittura dell’IPM di Nisida. Lo farà anche quest’anno. Uno dei racconti che ha scritto all’interno del Laboratorio continua ad essere il più recitato dal Laboratorio di Teatro di Nisida. Ritrovare Nel treno dei bambini, appena rielaborata, una frase di Roberto Dinacci, posta nell’omonima aula dove il Laboratorio si svolge – «Tutto quello che si può si deve fare» –è stata un’emozione in più.

 

“La casa degli angeli spezzati” Luis Alberto Urrea Einaudi Stile Libero

“Big Angel era in ritardo al funerale di sua madre”.

L’incipit di “La casa degli angeli spezzati”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Marco Rossari, è anticipazione di un romanzo che ci lascerà inchiodati alla pagina.

Il protagonista, patriarca di una famiglia numerosa e strampalata, riesce ad affrontare anche gli eventi più complicati con ironia graffiante.

Sa di essere arrivato al capolinea e invece di disperarsi scrive “Le mie preghiere sciocche”.

“I fiori di campo dopo un acquazzone

Il cuore si apre e ne cadono fuori dei piccoli semi luccicanti”.

La sorpresa di scoprire quella parte di sé che aveva sempre rinnegato, affannato ad essere un uomo retto.

“Invitò ogni ricordo a tornare a lui e a rivestirlo di bellezza.”

Ogni giorno, ogni ora, ora secondo diventano preziosi per riannodare insieme episodi del passato.

L’amore per Perla, i contrasti con il fratellastro, il legame instabile con il padre sono mattoni di una casa costruita con fatica.

Una pellicola dove le immagini hanno il colore della nostalgia.

Il protagonista rende omaggio alle tradizioni del popolo messicano, in antitesi al desiderio di essere Il perfetto americano.

Luis Alberto Urrea riesce a rendere con pochi tocchi magistrali la conflittualità dell’emigrato, sempre in bilico tra due culture.

Una saga familiare dove ogni personaggio cerca di farsi accettare e nel raccontarsi mostra le crepe di un’esistenza che li ha segnati.

È presente la morte come “una transizione”, un cambiamento di prospettiva.

“Morire è come prendere un treno per Chicago.

Ci sono milioni di ferrovie e i treni corrono per tutta la notte.

Qualcuno fa tante fermate panoramiche e qualcuno è diretto.”

Un romanzo che con scioltezza passa da un racconto individuale alla storia di un popolo migrante.

“All’epoca il confine era diverso.

Non c’erano muri.

Non c’erano droni, non c’erano torri con gli infrarossi”.

Analisi di un altro tempo che non nasconde le difficoltà di inserimento, la continua ricerca di adattamento.

Nella festa che unisce il clan si può leggere la metafora di uomini e donne che hanno conquistato una libertà che nessuno potrà cancellare.

 

“Quello era il premio: rendersi conto, alla fine, che valeva la pena combattere per ogni minuto con ogni goccia di sangue e di grinta.”

Una lezione che difficilmente si cancellerà.

 

 

 

“Insegnami la tempesta” Emanuela Canepa Einaudi Stile Libero

“Quand’è che le cose con Matilde avevano cominciato a peggiorare?

Emma se l’era chiesto spesso, ma l’origine del disagio le sfuggiva.

Sapeva solo che sempre più di frequente le capitava di sentirsi inutile.

Una madre superflua.”

Due figure e un’increspatura affannosa che prende corpo, cresce come un malsano nemico lasciando entrambe su due sponde opposte.

La percezione di distanza si costruisce tra le mura di un silenzio dilagante, uno sfregio affettivo, un marchio che ha i colori cangianti della rabbia.

“Insegnami la tempesta”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è la sensazione che si fa scrittura.

Immagine riflessa di una privazione a lungo trattenuta tra le maglie del non detto.

È la maternità genuflessa in un atto di abbandono, come una promessa mancata.

Adolescenza spigolosa dove i perché si confondono lasciando una gestualità intirizzita.

Il nostro tempo si stigmatizza feroce, aggressivo nella simbologia di una bufera che allaga e distrugge.

Roma sta a guardare trasferendo il suo caos e le sue disarmonie nel chiuso di una casa.

Prigione che non concede scampo, ingorgo di frasi smozzicate e di frammenti di verità.

Cocci di vetro affilati che feriscono e allontanano.

Emanuela Canepa ribalta ruoli avvizziti da modelli ormai poco credibili, elabora uno schema che percorre un cammino in salita.

Un romanzo pensato, articolato in più risvolti, curato nella forma.

Pur nella diversità si coglie un legame con “L’animale femmina”. Rivediamo tratti di quella consapevolezza graduale raggiunta da Rosita.

Per la scrittrice fondamentale è trovare non una strada, ma la propria strada.

Una ricerca all’ultimo sangue, senza sconti a sé stessi.

Irene è baricentro di un destino che capriccioso scompagina le carte.

Voce che arriva da lontano, coscienza che prova ad assolvere, corpo che sa accogliere e ascoltare.

E nella “Vocazione” di Caravaggio si concentra un segnale che trasfigura il testo, lo illumina di una luce accecante, lo spinge verso una svolta decisiva.

“La libertà di essere totale.

La libertà di non coincidere con niente, di non essere definita da nulla.”

 

 

Un volano che spinge in alto, verso mete che conoscono la pace.

Lo scivolamento lento di due anime che provano a conoscersi

 

Intervista a Lorenzo Marone, autore di Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

@CasaLettori dialoga con Lorenzo Marone, autore di “Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

“Inventario di un cuore in allarme”, un titolo che incuriosisce. Cosa l’ha ispirata?

“La voglia di parlare di paure, fragilità, imperfezione, il desiderio di condividere il mio sentire. Parlo di me, ma in verità amplio lo sguardo a quelli che sono temi molto importanti nella società di oggi. C’è bisogno di questo, di partire da sé per poi saper leggere meglio ciò che accade intorno.”

 

Il libro si differenzia dalle precedenti prove narrative, il bisogno di ascoltare quella parte di sé nascosta?

“Questo libro è una ricerca, la mia personale ricerca di un modo di stare al mondo, di sentirmi utile per me e per chi mi è intorno, una forma di accettazione di ciò che siamo, dei nostri limiti di esseri umani, in un tempo nel quale si tende alla perfezione, alla crescita personale esasperata, al successo, all’onniscienza.”

 

Quanto è difficile mostrare le proprie paure?

“Io non lo trovo particolarmente difficile, però mi rendo conto che per molti lo è, che molti faticano ad aprirsi, a restare in ascolto di sé, e questo è un bel problema.”

 

“Coltivate il dubbio”, il filo conduttore della narrazione?

“Sì, e la curiosità, abbiamo bisogno di nuove generazioni di curiosi, avidi di conoscenza, coraggiosi.”

 

Ordine e caos, quale prevale?

“È tutto caos, e prima lo si capisce, prima si campa meglio.”

 

Ha dato corpo e voce all’ipocondria, un atto liberatorio?

“Per certi versi sì, anche se mi sono esposto parecchio.”

 

È la felicità ad intimorire o l’idea della sua effimera presenza?

“La felicità fa paura, perciò non ci fermiamo mai ad ascoltarci, per non sentirla, diceva Bufalino.”

 

Cosa le è mancato nell’infanzia?

“Ho avuto molti vuoti da colmare.”

 

Che approccio psicologico seguire per rimarginare le ferite?

“Ho fatto tanta terapia, ma l’ipocondria è un qualcosa con la quale alla fine devi convivere, volente o nolente. Di certo so per esperienza personale che gli psicofarmaci servono a poco.”

 

Napoli è poco presente, si è trasformata in uno stato d’animo?

“Napoli mi ha insegnato l’ironia, siamo una terra che da sempre combatte l’ipocondria con la profonda leggerezza.”

 

Come è riuscito ad intrecciare letteratura e filosofia?

“Sono un uomo curioso.”

 

La natura immutabile e la spiritualità, quali relazioni?

“Credo, ma faccio molta fatica. Sono un uomo spirituale, e la natura in ogni sua forma mi lascia stupefatto.”

 

È molto coraggiosa la consapevolezza della propria imperfezione, come immagina la reazione dei lettori?

“Non so, alcuni ci si identificheranno, altri probabilmente lo prenderanno come lo sfogo di un pazzo; ma non si parla di me qui, si parla di morte per parlare di vita, di tempo, di caos, destino, scelte.”

 

Non manca un sarcasmo pungente nei confronti delle cure palliative.

“Il cervello è una sfoglia di cipolla, diceva mio nonno.”

 

“La vita, una solitaria oasi nel nulla”, la scrittura riesce a colmare i vuoti?

“In parte, a volte è un aiuto prezioso.”

 

Quanto è cambiato come uomo dopo la stesura del libro?

“Sono lo stesso di sempre.”

 

Un messaggio a chi la leggerà?

“Fate buon uso del tempo.”

 

Progetti futuri?

“Sto scrivendo il nuovo romanzo.”