“Home Cooking” Laurie Colwin SUR Editore

 

“A meno che non viviate in solitudine, in una caverna o in un eremo, cucinare e mangiare sono attività sociali: anche i monaci eremiti fanno un pasto comunitario una volta al mese.

La condivisione del cibo è la base della vita sociale e per molte persone è l’unico tipo di vita sociale a cui vale la pena partecipare.”

In questo nostro tempo accelerato che ha perso il senso del convivio leggere “Home Cooking”, pubblicato da SUR e tradotto da Lorenza Pieri, è esperienza consolante.

Esiste ancora chi crede che cibarsi non è solo un inessenziale necessità.

Dietro ogni piatto c’è una storia familiare, un ricordo infantile, un incontro mai dimenticato.

Cucinare significa sperimentare, inventare, creare.

Avere relazione con gli altri, condividere emozioni, confrontarsi.

“Quando guardo mia figlia assaggiare per la prima volta certe cose…, mi ricordo di quei tempi in cui il mio palato era vergine e non sofisticato, tutto era un’avventura e il mondo era fresco come un pesce.”

Il testo è suddiviso in capitoli che permettono una lettura non cronologica.

Una cosa è certa: ci si diverte e si impara.

Dai rudimenti in cucina, ai  fallimenti del principiante, alla cura nella scelta degli ingredienti, infinite le deliziose ricette tutte accompagnate da accurate descrizioni dei passaggi delle esecuzioni.

Ma ciò che colpisce è la passione per un’arte antica che non deve trasformarsi in una forzata esibizione.

La semplicità e gli accostamenti giusti, la valorizzazione di un sapore, i piatti dell’ultimo minuto e quelli con più portate: un viaggio intrigante in compagnia di una scrittrice esuberante, fantasiosa, capace di regalare storie.

Laurie Colwin è geniale e divertente, riesce a “raccontare le dinamiche interpersonali con tutte le loro complessità.”

Ci insegna a rilassarci e a provare ad essere felici e soprattutto a rendere felici.

Il suo è un vademecum quotidiano per chi non ha mai cucinato e per chi si diletta in questa espressione creativa.

Fidatevi, i suggerimenti vi torneranno utili e il buonuomore vi farà compagnia.

Come dice Lorenza Pieri:

“Il libro racconta una vita.”

“Melma rosa” Fernanda Trías SUR

 

“C’era una volta

Cosa?

C’era una volta una volta

Ciò che non è mai stato?

Ciò che mai sarà”

La dimensione del tempo è un filo che traballa al vento e quel vento malefico e crudele colpisce i corpi, sfalda le cellule, distrugge la continuità.

Non si sa più dove sta l’inizio e la fine: il caos.

“Melma rosa”, pubblicato da SUR e tradotto da Massimiliano Bonatto, ci porta in una città dove tutto si muove con lentezza.

Il porto assume il valore simbolico di una fuga ma prima bisogna attraversare l’esperienza dello straniamento.

Scritto prima della pandemia il romanzo sembra anticipare ciò che ha travolto le nostre esistenze.

Distopico? Forse, certamente creativo, ricco di immagini forti, visionarie.

L’aggancio alla realtà è forte e la genialità sta nella scenografia che fa pensare ad un territorio che ha perso la sua identità.

La protagonista cerca di muoversi in questa strana atmofera di attesa mentre i tasselli di un passato irrisolto emergono come funghi velenosi.

Il complicato rapporto con la madre, l’amore viscerale per la tata, il bisogno di mantenere un contatto con Max, nonostante la relazione sia ormai sabbia dispersa.

Occuparsi di Mauro, ragazzino affetto da una strana voracità, significa forse sconfiggere quel bisogno di amore sempre celato.

Fernanda Trías è docente di scrittura creativa e in ogni frase si intuisce quanto lavoro ci sia per raggiungere la perfezione stilistica e dialettica.

La narrazione è intercalata da brevi dialoghi immaginari che scavano nel pozzo profondo dell’inquietudine.

La rappresentazione della parola che sa essere audace e sperimentale, critica nei confronti delle scelte del governo, impietosa nell’analizzare i sentimenti.

Frasi che tagliano e feriscono, invitano a non accettare passivamente ciò che non capiamo.

Andare a fondo nel buco nero delle nostre menti, inventare un finale anche quando tutto si fa sfumato.

Cercare nelle strade deserte, nei cieli disabitati, nei cuori inariditi una piccola forma di resistenza.

Bellissimo come tutti i libri firmati SUR.

 

 

“Un raggio di buio” Ethan Hawke SUR

 

 

Chi è veramente William Harding?

Brillante attore, focoso e intraprendente, dovrebbe  rappresentare  una categoria maschile che arrivata al successo non ha più niente da perdere.

Ha come moglie una famosa rock – star, ama i due figli, sta per debuttare a Broadway.

Dopo il cinema finalmente il teatro, la perfetta sintesi di un’esistenza impeccabile.

Una scappatella con una giovane sudafricana imbroglierà le carte.

Avventura esaltante che gli costerà parecchio.

Entrato nel circo mediatico non ha scampo, è il traditore e la consorte offesa e indignata vuole il divorzio.

Ecco che la struttura del nostro protagonista cede lasciando scoperti non pochi nodi irrisolti.

Torna come un lampo l’abbandono del padre, il senso di impotenza di fronte alla separazione dei genitori, la paura di non farcela.

“Un raggio di buio”, pubblicato da SUR, è un romanzo divertente e sincero.

Scritto dall’attore e sceneggiatore Ethan Hawke, ha certamente riferimenti autobiografici ma la scrittura fluida, le osservazioni taglienti ne fanno un testo fortemente letterario.

Diviso in cinque atti come l’Enrico IV che sta per essere portato in scena mantiene nelle forme e nello stile un ritmo teatrale.

Il grande uomo scompare e ci troviamo di fronte una figura incerta, incapace di accettare i cambiamenti.

Dovrà mettere in discussione il suo ruolo all’interno del matrimonio, comprendere cosa vuole veramente, superare l’incertezza di una mascolinità che deve seguire modelli di invincibilità.

“Stai crescendo.

La gente pensa che l’amore non corrisposto spezzi il cuore, ma non è vero.

L’amore non corrisposto è un dolce stato di malinconia.

Guardare l’amore che muore: quello sì che è una pallottola che sfonda i carri armati.”

Non è solo il privato che sta per naufragare, bisogna interrogarsi sul rapporto con il personaggio che si interpreta.

Capire se esiste un confine tra realtà vissuta e finzione recitata.

Sarà proprio Shakespeare a fare da maestro.

“Shakespeare è vita, e la vita – se dev’essere una vita grandiosa – non è docile.”

La vita è umori e odori, è contaminazione, distruzione e ricostruzione.

Non è il comodo e lussuoso castello dove isolare i pensieri, è lotta, pianto, rabbia e furore.

È il giorno nuovo e quello vecchio, la vecchiaia della madre, l’insolenza dell’amico.

È tutto e nulla e forse proprio quel nulla impaurisce.

Fuori dal palcoscenico siamo soli con le nostre nevrosi e debolezze.

“Il mondo può pensare quello che vuole.

Può decretare che non vali nulla.

Ti possono cucire una lettera scarlatta sul petto e darti del bastardo e del cialtrone.

Dove vocine ti possono bisbigliare cattiverie alle spalle ovunque ti giri.”

Ma … ed è il quel ma la potenza narrativa di questa splendida storia.

Da leggere per non dimenticare che “ogni decisione conta.”

 

“Le pianure” Federico Falco SUR

 

“Il linguaggio serve per le percezioni, per tutto quello che passa attraverso la pelle, per le astuzie dei cinque sensi, ma i sentimenti gli sfuggono sempre un pò.

Le parole mancano il bersaglio, quasi sempre, o non sempre bastano per quello che uno sente dentro, nello spazio tra la mente e la carne.”

Federico Falco riesce ad andare oltre le parole, a comunicare il respiro dell’anima.

A scomporre i mesi ragalando l’essenza del tempo.

A raccontare la Natura nell’alternanza delle sue fasi entrando in sintonia con ogni minimo cambiamento.

A far sentire il timore di non farcela, quel gorgo che si palesa con le sue pericolose attrazioni.

Difficile scrivere di “Le pianure”, pubblicato da minimum fax, tradotto in maniera impeccabile da Maria Nicola.

È un libro perfetto, intenso, commovente, musicale.

È meditazione e preghiera laica.

Ricerca di pace interiore, bisogno di ritrovarsi.

La scelta del protagonista di andare a vivere in campagna prevede un cambiamento radicale, difficile, necessario.

Occuparsi della terra, seminare, sarchiare, fermare il logorio mentale.

“Abbassare il livello dell’ansia, imparare la pazienza.”

Nominare una nuvola, un albero, un tramonto per farlo esistere.

Essere e provare a governare sè stesso mentre il paesaggio recita la sua storia.

Basta ascoltarla, viverla, ripetersela come un mantra.

Osservare per ritornare all’origine, riscoprire le radici di una famiglia costretta ad abbandonare l’Italia.

L’Argentina è “il grande vuoto”, la resa di chi ha perso la sua Itaca.

Restano foto ingiallite, reliquie di un altro luogo.

La ferita dell’esilio passa da padre a figlio, è una corona di sterpi, un dolore sordo.

In questa rivisitazione del passato c’è la voglia disperata di capire come è finito l’amore.

Ciro era luce e compagno, certezza, ricostruzione.

Tutto cancellato, restano solo orme che rischiano di cancellarsi.

“La paura di ciascuno che l’altro ci vedesse veramente dal di dentro.”

Lo scrittore ha una lucidità che disorienta.

Confina la sua esperienza in uno spazio universale, parla a tutti noi, si chiede cosa è la spiritualità, quanto e come la cerchiamo.

Il linguaggio alterna frasi lunghe o brevi disgressioni poetiche in un’armonia letteraria che lascia senza parole.

“È stranissimo essere una persona, stare dentro se stessi, tutto il tempo con se stessi, conoscersi in ogni difetto.

E calcolare quanto di tutto ciò vedono gli altri, che cosa immagineranno, che cosa lasciamo che sappiano.

Stare dentro sè stessi e non dirlo.

Silenzio.

Silenzio.”

Il potere della parola scritta che salva sempre.

“Mettere giù una parola dopo l’altra solo che un modo di essere.

Raccontarsi una storia per cercare di trovare pace.”

Grandioso, leggetelo!!!

 

“Meridian” Alice Walker SUR

 

“Meridian”, pubblicato da SUR e tradotto da Andreina Lombardi Bom, si differenzia dai romanzi di Alice Walker.

Seconda opera, in ordine di tempo, ha un taglio biografico e si percepisce il cammino verso una nuova identità percorso dalla scrittrice.

L’esperienza personale è tentativo di comprendersi e di accettarsi.

La struttura narrativa non segue una cronologia precisa, alterna presente e passato cogliendo il percorso intimo e frastagliato di una giovane nera.

La famiglia di origine e il bisogno di emanciparsi da radici oppressive portano ad uno stato altalenante di senso di colpa e bisogno di espiazione.

Figura dominante è quella della madre, dipinta nell’essenza più profonda.

Simbolicamente è la coscienza che richiama verso doveri che rientrano nel cerchio esistenziale del femminile.

La nostra protagonista, pur sentendo il peso di un’educazione bigotta, sta stretta dentro la morsa di una cultura che non sente più sua.

Primo atto di ribellione è il rifiuto della maternità che è affrontato con dolore lacerante.

Non c’è una scelta che non costi fatica, le scale da percorrere sono troppe e molto ripide.

L’opportunità di studiare, grazie ad una borsa di studio, è occasione per conoscere i fermenti libertari che aleggiano nel paese.

Aderire alla lotta dei neri significa tagliare i ponti con il prima.

Conoscere la violenza dei poliziotti, confrontarsi con idee di riscatto, intravedere finestre di luce.

La bellezza del testo è racchiusa nella crescita della consapevolezza, percorso lento che intacca anima e corpo.

Una lettura di grande attualità in un tempo in cui l’individualismo ci ha ridotti al silenzio.

Vedere cosa significa avere un progetto comune è una bella lezione.

Capire che per uscire da schemi stabiliti da altri bisogna trovare il proprio Io, anche a costo di perdere tutto.

C’è un altro scoglio da superare, forse il più difficile.

Quello che coinvolge i sentimenti e le passioni.

Pagine di forte denuncia di una mentalità maschile ancora troppo chiusa, incapace di accettare l’emancipazione femminile.

Truman diventa capro espiatorio di un rallentamento culturale e se si pensa che il libro fu pubblicato nel 1976 se ne intuisce la potenza libertaria.

Alice Walker non descrive un’ eroina, ma colei che ogni giorno si impegna accanto ai fragili, agli ultimi.

È fragile ma la sua fragilità è una forza perché la costringe a fare i conti con se stessa, ad interrogarsi, a provare ad instaurare relazioni.

L’amicizia è un tema controverso, sviluppato attraverso incontri e scontri, diversità e affinità.

Niente è scontato, risolto senza la riflessione.

Una scrittura che scivola nei fiumi impetuosi della Storia.

Quella che scriviamo ogni giorno, con fatica e determinazione.

“C’è acqua per noi al mondo

Portata dai nostri amici

Anche se la roccia della madre e di dio

Si sgretola in sabbia

E noi, cacciati e soli

Per guarire

E ri – costruire

Noi stessi.”

 

“Questo mondo non ci appartiene” Natalia García Freire SUR

 

“La nostra casa mi aspetta come una serie di sogni in cui non smetto mai di cadere.

Sono tornato perché ero attratto da lei, da questa casa, con i suoi muri gialli e la sua terra incrostata.”

Torna Lucas alla casa d’infanzia e in un lungo, commovente monologo prova a confidarsi con il padre.

Figura amata e odiata, incomprensibile ed enigmatica.

I ricordi del bambino sono lucidi, tragici e scheggiati da un profondo dolore.

Riemerge ogni dettaglio che ha travolto l’esistenza della madre.

Lei, meravigliosa creatura, metafora della Natura in rigoglio, costretta a vivere reclusa,  ad abbandonare la cura del giardino, fonte di infinita pace.

Cosa è successo?

Chi sono i due loschi personaggi che da ospiti diventano padroni?

Sono il Male che si insinua travestito da una falsa religione, la violenza dell’istinto che mortifica la ragione.

“Questo mondo non ci appartiene”, pubblicato da SUR e tradotto da Lara Dalla Vecchia, è  trascendenza del Creato, urlo sommesso di chi vuole ripristinare l’equilibrio tra l’uomo e il mondo animale.

Lotta ad una spiritualità che affossa il progresso e distrugge la coscienza critica, invito a guardarsi intorno con spirito rinnovato.

Bestialità da sconfiggere attraverso la parola che è luce e saggezza.

Redenzione dal buio secolare dell’ignoranza, ricerca del colore e del suono, armonia che nasce dalla consapevolezza.

Nelle infinite simbologie che fioriscono nel testo ognuno può trovare i sogni e le illusioni, il coraggio e la determinazione di cambiare il corso della Storia.

L’esordio narrativo di Natalia García Freire è sorprendente sia nell’intreccio che sa modulare passato e presente sia nella scrittura che sembra una favola antica.

“Io mi riempio il cervello con un’infinità di parole al secondo, fino a schiantarmi contro tutte le masse dell’universo.”

L’Io ritrova i luoghi dell’anima, si libera della rabbia che lo ha fatto crescere in fretta, compone il suo canto d’amore.

Non c’è spazio per le ombre che ostacolano il cammino, è tempo di riprendersi le speranze.

Il vento di rivolta del popolo equadoregno si percepisce come una delle tante tracce interpretative.

La casa “cella, torre, barca, tunnel” è la propria terra, è origine dalla quale devono nascere nuove forme di condivisione.

Un mondo che offre spazio al fiore e all’insetto,  all’albero e all’acqua.

Forte è la valenza libertaria che finalmente vede le donne libere di esistere.

Una speranza?

Molto di più, nella denuncia al patriarcato maschile c’è la ribellione di chi attraverso il romanzo ha saputo raccontare un’ipotesi di cambiamento.

Da leggere distesi su un prato mentre il sole gioca a nascondino ricordando che la luce è da raggiungere anche a costo di perdere quella parte di noi che vuole rallentarci.

Complimenti all’autrice,  fiduciosi attendiamo la prossima prova letteraria.

 

“Volevo scrivere una poesia invece ho fatto una torta” Grace Paley SUR

 

Irriverente e provocatoria la voce di Grace Paley inventa una poetica liberatoria.

Nessuno schema, una espressività immediata e la gioia di creare con le parole giochi di assonanze e dissonanze.

La disposizione di parole e verbi costruisce disegni da interpretare, la punteggiatura ridotta scarnifica il concetto, lo purifica rendendolo protagonista.

Leggendo “Volevo scrivere una poesia invece ho fatto una torta”,  pubblicato da SUR e tradotto da Paolo Cognetti e Isabella Zani, si perde la distanza tra lirica e prosa, entrambe presenti, come sorelle un pò bizzose.

Ogni poesia ha un suo tema centrale che va sfumando verso più prospettive argomentative.

Non conta parlare di casa ma della relazione interpersonale con il luogo che può essere specchio dei propri interrogativi.

Già il titolo della raccolta è invito a cogliere la differenza tra desiderio e azione.

Quale prevale?

Non ci sono equità o equidistanze ma appartenenze.

È l’io che di volta in volte sceglie dove e come collocarsi.

Il testo è pretesto per la costruzione di una letteratura alternativa.

Importanti le lingue madri, la mobilità dell’alfabeto, gli effetti sonori delle lettere e delle vocali.

Ma attenzione, dietro questa costruzione scenica c’è l’America narrata come “gabbia del buonsenso.”

Le regole vanno invertite, “il dire tutto” non è confessione.

È la realtà nelle sue difformità, nei suoi eccessi, nella pungente riscrittura di una storia che non ha più seguito.

Quanto l’impegno sociale e politico impregna le pagine?

Si sente il pianto della donna, la disobbedienza della bambina, la prevaricazione del padre.

La famiglia si svuota di una sacralità che è pura forma.

Gli affetti si combinano con la negazione di interazioni malate.

Nell’oscurità senza dei bisogna ritrovare la rotta, vedere la vita come un’esibizione non da subire ma da recitare.

“Ah il traffico mondiale d’armi

La tratta dei corpi di donna

La tratta degli schiavi

Le stragi”

La rabbia divampa mentre si individuano i colpevoli.

Il mondo con la sfrenata globalizzazione diventa nemico che accerchia il popolo.

“Come fa questa gente così

Come niente fosse e io invece qui a lottare contro questo

Folle feroce virus vendicativo giorno e

Notte giorno e notte.”

Resta un’ultima bellezza e una risata per stemperare quegli ardori che ci aiutano a sopravvivere.

Un invito a confrontarsi con “l’eterna giovinezza del mondo.”

“L’ora senz’ombra” Osvaldo Soriano SUR

 

“Compiamo il passo decisivo verso noi stessi soltanto quando non abbiamo più origine.

A quel punto è tanto difficile comprendere il senso di una vita quanto cercare un significato in Dio.

Senza genitori, senza infanzia, senza alcun passato non ci rimane che affrontare quel che siamo, il racconto che portiamo in noi per sempre.”

“L’ora senz’ombra”, pubblicato da  SUR e tradotto brillantemente da Glauco Felici,  è ricerca che partendo dalle radici arriva alla conoscenza del sè.

È esaltazione della memoria in una lenta e progressiva ricostruzione di un prima che si presenta come vuoto.

Riempire quel vuoto affettivo e mentale significa imparare a camminare da soli.

Ricostruire l’esistenza di una madre assente, provare a comprenderne le scelte, superare la rabbia per l’abbandono è atto coraggioso che richiede un doloroso e necessario percorso.

Cercare il padre che forse fugge da sé stesso, rivedere i momenti passati insieme, sentire che mancano parole e gesti prima dell’addio finale diventa un bisogno di assoluzione.

Quella figura emblema di ribellione è anello di congiunzione con la travagliata storia dell’Argentina.

“Il mio disprezzo per i suoi sogni impossibili, per le sue assenze, per i suoi anni di clandestinità e di esilio, tutto era stato messo tra parentesi.”

Ci chiediamo se anche noi nella relazione con i genitori abbiamo preferito tralasciare frammenti importanti.

Il tema del conflitto generazionale si sviluppa con lucidità e coerenza, non lascia spazio a facili e comodi equivoci.

Il romanzo non è solo riabilitazione della memoria, sa essere voce amplificata di tutti i sognatori del mondo.

I personaggi che si incontrano vivono cercando chimere e proprio per questo sono indimenticabili.

Animano le pagine con i loro giorni scombinati, lasciando una scia luminosa.

E questa scia, ad osservarla bene, compone la trama del realismo magico.

Osvaldo Soriano in questa meravigliosa opera riesce a stare in bilico tra una scrittura immaginifica e una parola che alla realtà volge il suo sguardo.

Il protagonista è uno scrittore e forte è il dubbio che sia l’alter ego dell’autore.

Le pagine che descrivono le difficoltà di dare forma ai pensieri, il bisogno di mettere su carta le emozioni negate, lo studio di una forma e di uno stile autonomo rendono il testo un laboratorio di scrittura creativa.

“Una buona narrazione arriva fino all’anima e lascia il segno.

Se non è buona suscita solo indifferenza.”

Forse è vero: “arriviamo sempre tardi a ciò che amiamo.”

Soriano ci dimostra che è possibile, che c’è sempre l’occasione mancata da recuperare e che le stelle aspettano solo di esaudire i nostri desideri.

Un testo travolgente che sa cambiare il nostro modo di pensare, libero, arioso, sperimentale, ricco di osservazioni da annotare.

Spettacolare, leggetelo!

“Gli addii” Juan Carlos Onetti SUR

 

“Gli addii”, pubblicato da SUR e tradotto brillantemente da Dario Puccini, si può leggere infinite volte nella certezza di trovare sempre qualcosa che è sfuggito.

Straniante, malinconico e visionario, rappresenta l’essenza della narrativa latino americana.

Ne contiene quella sospensione spazio temporale che irretisce il lettore, lo invita ad entrare nel testo che ha la struttura di un’opera teatrale.

Un uomo con una valigia e un impermeabile.

Non ne conosciamo il nome e questa apparente spersonalizzazione permette di vedere in lui riflesse più identità.

Chi è e da dove viene non ci è dato saperlo.

È un dettaglio inessenziale, quello che conta è il presente.

Impariamo ad insinuarci nelle pieghe della sua esistenza attraverso le chiacchiere di coloro che abitano il luogo dove tutto accade.

Certamente è malato e dovrebbe curarsi in sanatorio ma fin da subito intuiamo una resistenza, che può essere letta come una negazione della realtà.

Riceve con una scadenza regolare “due tipi di buste, alcune scritte con inchiostro blu, altre a macchina.”

Possiamo supporre tutto e niente, costruire ipotesi, interpretare i pochi gesti, il silenzio e quello sguardo assente.

A spezzare questa narrazione statica appaiono una donna, una ragazza e un bambino.

Non arrivano contemporaneamente, si muovono con cautela e tanti frammenti di immagine ci permettono di continuare ad immaginare relazioni e complicità con il nostro personaggio principale.

L’aria è densa di mistero, carica di tensione.

Lo sviluppo della trama è lento, ricco di particolari e dettagli.

E quando si arriva al finale non si sa più che ruolo abbiamo, se spettatori di una storia incredibile o semplicemente complici di una fitta rete di immaginazione.

Nella meravigliosa prefazione Chiara Valerio scrive:

“Gli addii – romanzo che orchestra supposizioni sulla vita altrui e sull’altrui passato – è, in poche pagine, esemplare di ciò che la letteratura è, e fa, dal mito fino alle piattaforme social sulle quali in molti passiamo una frazione di giorno. E di notte.”

Siamo maestri nel costruire “dicerie”, ad impossessarci di un privato che non ci appartiene.

Certamente uno dei messaggi del grande Juan Carlos Onetti è questo.

Come fondamentale è la visione di un tempo che sta per scadere, che incombe pesante trasformando gli anni in attimi.

Una ulteriore interpretazione potrebbe essere quella di mostrare “il re nudo”.

Fragile, indifeso, incapace di accettarsi, schiavo di relazioni affettive che sono solo lievi palliativi al dolore del vivere.

Un’opera che diventerà il vostro libro, quello che cercherete quando le scelte diventano pietraie, quando ogni strada si presenta in salita.

 

“Radici bionde” Bernardine Evaristo SUR

 

“Ogni cosa è soggetta a interpretazione: quale interpretazione prevalga in un determinato momento dipende dal potere e non dalla verità.”

Lapidaria ed essenziale come sempre la frase di Nietzsche scelta come esergo di “Radici bionde”, pubblicato da SUR e tradotto da Martina Testa.

Si può manipolare la “verità” e da cosa si è spinti?

Basta entrare nelle dinamiche narrative del romanzo per comprendere.

Un libro sorprendente con una trama fitta ed un costrutto perfetto dove fin dalle prime pagine si assiste al ribaltamento della realtà.

La mia impressione è che i tratti distopici si disperdano imponendo una visione contemporanea che ha solo cambiato colore.

Ed è questa l’idea geniale di Bernardine Evaristo: farci percepire come si vive dall’altra parte della barricata.

Lo fa con la grinta che la contraddistingue trasformando la scrittura in un manifesto liberatorio e libertario.

Sa per esperienza quanto l’occidente sia incapace di cogliere le diversità e le avversità della sua Africa.

Nata a Londra da madre inglese e padre nigeriano, può essere definita cittadina del mondo, aperta a più culture, curiosa esploratrice della condizione femminile.

È una donna la prescelta ad interpretare il ruolo principale.

Doris è “bianka” e nell’aggettivo usato c’è una forte enfasi emotiva che percorrerà ogni pagina.

È stata rapita dai “nehri” ed è costretta a subire le prevaricazioni dei suoi padroni.

“E così mi ritrovo qui, nel Regno Unito di Grande Ambossa, parte del continente dell’Aphrika. “

Se il lettore non ha idea di quali siano state e sono le implicazioni sociali e psicologiche della colonizzazione e dello schiavismo, deve approcciarsi alla lettura con spirito libero.

Perché libera è la parola della scrittrice.

Per libertà intendo anche la capacità di introdurre la suggestione di un viaggio immaginario.

La sua protagonista rivuole indietro la sua identità e lotterà con tutte le sue forze.

Mette in discussione un potere che è basato sulla forza, colpisce duro per spezzare le catene dell’oppressione.

Un’eroina forse, a me piace immaginarla compagna in questa importante rivoluzione culturale.

Il libro si divide in tre parti e pur non volendo anticipare sorprese devo avvisarvi che l’autrice segue una precisa strategia.

Le interessa scoprire le carte, mostrare il volto dei dominatori.

L’arma vincente è l’ironia, pungente e dissacratoria.

Sul tema razziale non mancano i testi ma questo libro ha il potere di farci fare i conti con noi stessi.

Quando arriveremo al finale ci sentiremo cambiati e con gioia entreremo nella “Terra della Libertà.”