“Ragazza, donna, altro” Bernardine Evaristo SUR

“Ha nostalgia di com’erano, quando stavano tutti scoprendo sé stessi senza avere idea di quanto sarebbero potuti cambiare negli anni a venire.”

Voci e volti e storie in una catena narrativa che ha un’origine ma non avrà mai fine perchè è antropogia dell’evoluzione.

È progresso culturale e sfida ad una società bigotta.

Libertà urlata o sussurrata, poco importa.

Scelta dolorosa di mettersi in gioco, di non tradire le proprie radici.

“Ragazza, donna, altro”, vincitore del “Man Booker Prize, pubblicato da SUR e tradotto da Martina Testa, stigmatizza il dualismo tra vivere e sopravvivere.

Le donne che si susseguono hanno forza e combattività, scatenano la loro personale rivoluzione culturale, rifiutano ruoli marginali.

Rovesciano le categorie mentali che nella civilissima Inghilterra continuano ad esistere e a creare confini invalicabili.

Difendono la loro appartenenza e il loro colore e in questa volontà forte c’è il riscatto delle generazioni che le hanno precedute.

Sono lesbiche e non se ne vergognano, tengono alto il vessillo di una libertà sessuale senza ipocrisie o sensi di colpa.

Bernardine Evaristo propone un testo teatrale dove non ci sono comparse.

Tutte le sue donne hanno il diritto di esibirsi nel palcoscenico della vita.

Hanno una carica vitale che le rende vive e mentre si legge si esce dalla finzione e si partecipa, entrando nella dinamica introspettiva dell’autrice.

Il suo obiettivo è coinvolgere e comunicare, creare una rete di resistenza, un ponte di solidarietà.

Dimostrare al mondo che bisogna ritagliarsi spazi, lottare per portare avanti le proprie idee.

Un romanzo che non da respiro, una corsa che non vede ostacoli.

Difficile definire e stabilire contorni ad un affresco che si arricchisce di tanti e diversi colori.

Riduttivo sintetizzare una trama che è un tappeto infinito.

Valorizzare un personaggio, delineare un profilo.

La forza del testo sta nel voler essere corale superando lo spezzettamento e la frammentazione contemporanee.

La scrittura è un esercizio di stile, in un intreccio di ritmi differenti.

I tempi storici sono costruiti in una successione che rispetta il soggetto rispetto all’evento.

I sentimenti sanno essere estremi e forse da questa esaltazione delle passioni si potrà ripartire cercando nuovi linguaggi in una società multietnica.

Affidatevi al racconto, lasciatevi pervadere dal testo, vivete la contaminazione intellettuale.

Liberate la mente e sarete figlie, madri, amiche, amanti.

Vi è concesso di assaporare l’aspro gusto della giovinezza e il tenero inganno dell’eternità.

 

 

“Legami di sangue” Octavia E. Butler SUR

“Era il mio ventiseiesimo compleanno e fu allora che incontrai Rufus, fu quello il giorno in cui mi chiamò a sé per la prima volta.”

Tutto è possibile seguendo Octavia E. Butler.

Il suo “Legami di sangue”, pubblicato da SUR e tradotto da Veronica Raimo, è un viaggio che può apparire surreale.

Leggendo con attenzione si intuisce che obiettivo dell’autrice è quello di raccontare con voce originale lo schiavismo nell’ottocento.

Per farlo non costruisce il solito romanzetto storico ma inventa una trama pazzesca.

La protagonista Dana, che vive nel 1976, entra inspiegabilmente in un altro tempo.

A chiamarla è il piccolo Rufus, figlio di un proprietario terriero.

“Il bambino, non so come, mi convocava quando si cacciava in un guaio più grosso di lui.

Non avevo idea di come facesse.”

La giovane si trova, senza comprendere le dinamiche del suo spostamento, in una piantagione schiavista e da nera vive sulla propria pelle la violenza dell’uomo bianco.

In questo continuo entrare e uscire da un secolo all’altro si percepisce la necessità di dare al lettore la possibilità di riflettere e mettere insieme i tasselli di una storia che ha visto uomini, donne e bambini vittime inermi.

La ricostruzione storica è rigorosa ed ha risvolti di infinita umanità.

“Erano le pattuglie. Gruppi di giovani bianchi che nominalmente servivano a far regnare l’ordine tra gli schiavi.

I pattugliatori.

I precursori del Ku Klux Klan.”

Può un bambino vissuto in un’atmosfera di odio e terrore cambiare?

L’animo umano può piegare il corpo ma non lo spirito.

È questa una delle lezioni della scrittrice che riesce a narrare piccoli moti di insurrezione anche silenziosa.

Assistere alla vendita di uno schiavo, alla fostigazione, ai continui soprusi è non solo la narrazione di un’epoca passata.

È la conferma che abbiamo tutti il dovere di difendere e proteggere chi oggi è considerato diverso solo per il colore della pelle.

“La sottrazione” Alia Trabucco Zeràn SUR

 

“Chiudere gli occhi per chiudere fuori il mondo, per non essere vista”.

Iquela e un’infanzia di segreti che si rapprendono in un unico, insopportabile grigio.

Ossessionata da una madre che, matrona di un tempo andato, vigila come un angelo dalle ali vischiose.

“Ognuno vede quello che vuole vedere”

Felipe che aggiunge e sottrae assenze, cerca un senso ai troppi scomparsi in una terra che non restituisce i suoi morti.

Il Cile e “quel caldo maligno”, mentre la cenere copre la città, sbriciola i colori, imprime un segno indelebile su luoghi e anime.

I due giovani, figli di militanti rivoluzionari, pagano il prezzo di troppi silenzi.

“La sottrazione”, finalista al Man Booker International Prize, pubblicato da SUR, trova una cifra narrativa innovativa.

Il passato è solo una lente sbiadita che macchia il quotidiano.

Dimezza i sogni, costringe ad una resa dei conti.

Si fronteggiano due generazioni in un incessante rimando a colpe, tradimenti, fughe.

Quando entra in scena Paloma il cerchio si apre ed offre risvolti che attingono alla psicoanalisi.

Una donna che ha cancellato e rimosso brandelli di esistenza, ma nella scelta di voler tornare a Santiago per seppellire la madre vuole riconciliarsi con una parte di sè.

Succede l’imprevedibile e la bara scompare.

È un segno, un maledetto inciampo del destino che continua ad essere impetoso verso chi ha scelto altri lidi.

La ricerca della salma è un viaggio non privo di sorprese.

È la scoperta di attrazioni sopite, di necessarie suggestioni surreali.

C’è uno scollamento tra il dolore profondo dei tre personaggi e la plumbea catena storica.

È accettazione e rifiuto, rabbia che esplode in schegge che finalmente riportano i colori.

Sgargianti come un trip, fosforenti e invasivi.

Bisogna ritornare a sentire la propria materialità, concedere spazio ai corpi, affrontare le verità di ognuno.

Alia Trabucco scrive un romanzo potente, dissacrante, incendiario.

Non ci si può sottrarre alla sua scrittura che segue canoni differenti.

Sa essere piana, accondiscendente, summessa e nel contempo è dilaniante, una mina, un fulmine, un incedere libero.

Si costruisce un nuovo modello di ribellione, “ululare, sì, ululare forte finchè non rimane più voce, finchè non rimane più nulla.”

È vero che “niente arde. Niente crolla. Niente brucia”?

Il libro offrirà le risposte e, fidatevi, non saranno scontate.

“Perché sono il fuoco e la cenere, l’uccello più dorato e più perfetto, per questo devo farlo,

perché sono un cerchio esatto devo pronunciare queste parole, cantarle con la mia voce raggiante, con il mio canto furioso, con la mia voce che muore e rinasce

devo gridare mentre vengo al mondo, mentre partorisco me stesso,

mentre le fiamme mi generano devo bruciare l’aria con la mia voce,

con il mio ultimo grido, con la mia cifra: meno uno, meno uno, meno uno.”

Forse riusciremo a rinascere.

“Questa strana e incontenibile stagione” Zadie Smith SUR

 

“La scrittura è controllo. Il dipartimento universitario dove insegno dovrebbero piuttosto chiamarlo Dipartimento di Controllo dell’Esperienza.

Nel flusso dell’esperienza – sconcertante, travolgente, conscia, inconscia – siamo immersi tutti.

Cerchiamo di adattarci, di imparare, di fare spazio, a volte di resistere, altre volte di sottometterci, a ciò che di volta in volta ci troviamo davanti.

Ma gli scrittori vanno oltre: prendono questo sbigottimento perlopiù informe e lo versano in uno stampo progettato da loro.

La scrittura è tutta resistenza.”

La pandemia fa saltare la prevedibilità, inverte le priorità.

Rende fragili, indifesi.

Acuisce le distanze tra razionalità e  paura.

Zadie Smith in “Questa strana e incontenibile stagione” si interroga sul ruolo della parola scritta.

Ora che tutto è mutato, scrivere significherà “nuotare in un mare di ipocrisie.”

Lo spazio è diventato soffocante perchè non scelto ma imposto.

Il tempo si trasforma in una distesa infinita da riempire.

Trovare “cosa fare” significa ridare senso alle nostre quotidianità, provare a mettere ordine nel subbuglio dei sentimenti.

I saggi che compongono la raccolta sono intensi, provocatori.

Sono una sfida a quell’America che si è trincerata nel privilegio, distratta da un benessere che non intaccava certezze.

“Neppure l’estinzione globale di massa – sotto forma di collasso ambientale – avrebbe toccato l’America, o al limite l’avrebbe toccata solo alla fine, all’ultimo minuto. In relativa sicurezza, al riparo delle sue alte mura, l’America avrebbe banchettato con ciò che restava delle sue risorse, ancora un grande paese in confronto alla sofferenza di quelli là fuori, oltre i suoi confini.”

Il virus non conosce differenze tra ricchi e poveri, bianchi e neri, felici e infelici.

Penetra abbattendo le distanze sociale e soprattutto mostra il volto tumefatto della morte, quella morte che “c’era da sempre, anche se coperta e negata.”

Come attraversare questa tragica esperienza collettiva?

Quante coppie non sopporteranno la forzata convivenza, quanti anziani saranno schiacciati dalla solitudine che non è più liquida.

È una massa incandescente che diventa compagna di tutti.

È il silenzio interiore che nessuna voce riuscirà a riempire, è il terremoto che fa perdere di vista “lo scopo della vita.”

Ci si accorge che “la sofferenza non è relativa; è assoluta.”

Non si può schermare, mediare, accompagnare.

È un deserto tragicamente privato.

La scrittrice ha il coraggio di smascherare il re nudo con lucidità e coerenza intellettuale.

Che sia americano o inglese poco importa, è la stupidità di sentirsi invivibili anche di fronte alla catastrofe.

C’è tanta umanità verso gli ultimi, i dissociati, le vittime di un potere che conosce solo la violenza.

Un capitolo è dedicato agli “Spunti”, piccole occasioni di riflessione, pensieri sparsi che invitano a provare compassione,

“ad amare.

A donare.

A crescere.”

 

 

 

“Chi ama odia” Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares SUR

 

“Chi ama, odia”, pubblicato da Sur, è esempio perfetto di come si possa realizzare una  struttura narrativa compatta, serrata, incalzante.

La trama combina gli elementi del poliziesco con la fantasiosa inventiva tipica della letteratura argentina, mantenendo un buon ritmo, arricchito da parecchi colpi di scena.

Sembra impossibile che sia stato scritto a quattro mani proprio perché non ci sono  dissonanze di forme e contenuti.

Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares si cimentano in un’avventura che si sviluppa in un mese.

Scelgono come luogo Bosque del Mar, irrequieta rappresentazione di una natura selvaggia e scalpitante.

La tempesta di vento accoglie presagi, tinge di attesa ogni pagina.

L’albergo dove si sviluppa il romanzo, descritto “come una nave sul mare, o un’oasi nel deserto” è teatro di un omicidio.

Abbiamo subito l’impressione che niente è come appare, che i sospetti possono mostrarsi fuochi vacui.

Le ore si presentano fugaci o lente a dimostrazione che anche il tempo può diventare inessenziale. Non mancano “i giochi metaletterari” inseriti con scherzosa benevolenza, quasi a sottolineare la certezza che “i delitti complicati appartengono alla letteratura”.

L’ironia sa smontare la tensione narrativa dimostrando che la realtà può essere condita dal malcelato piacere di dissacrare i modelli culturali.

“Soldi bruciati” Ricardo Piglia SUR

Una rapina organizzata nei minimi dettagli diventa il pretesto per la narrazione della condizione umana.

Ricardo Piglia racconta l’Argentina dai colori netti, dove il Male è una scheggia impazzita.

È la follia di sparatorie senza senso, l’odore della violenza che striscia subdola ed esplode azzerando la ragione.

“Soldi bruciati”, pubblicato da SUR, è una tavolozza inzuppata di sangue.

È il bisogno di sentirsi vivi nelle oscure strade di una città che sa emarginare.

I personaggi sono descritti con tratti decisi a voler sottolineare un marchio.

Abbrutiti da esperienze in carcere, dove niente è più normale, assediati da desideri irrealizzati, imbottiti di droghe ed alcol.

Nelle gestualità accelerate, nel fare branco cercano di essere comunità.

Una comunità deviata metafora di ben altre storture travestite da ritualità accettate.

Si scontrano due modi di essere: i malfattori e i difensori dell’ordine.

Le differenze? Su questo interrogativo l’autore scrive un’opera suggestiva.

Un urlo di rabbia che accende gli occhi e il cuore.

La protesta e il dissenso, l’adrenalina che scorre, le scene che accelerano.

“Vivi nella tua testa, ti ci infili dentro, ti crei un’altra vita, tutta nella cocuzza, vai, vieni, la mente come uno schermo, un televisore personale, ti sintonizzi sul tuo canale e ti proietti la vita che vorresti vivere.”

La capacità di registrare questa necessità  rende la scrittura un affresco che esce dai confini dell’America Latina.

È universale perchè parla di chi è con le spalle al muro e non ha piu niente da perdere.

Ma c’è sempre un treno, forse l’ultimo, che può portare lontano, può permettere di ricominciare.

“Distanza di sicurezza” Samanta Schweblin SUR

In “Distanza di sicurezza” l’inverosimile ha caratteri netti, invasivi, taglienti.

Palesa un universo alternativo dove credenze popolari e fantasticherie riescono a confondersi.

Due madri, due ragazzini e una trasmigrazione di anime è occasione per perforare i pilastri del realismo.

Il lettore viene investito da una trama che costruisce una serie di labirinti.

Ognuno fa accedere ad una prospettiva diversa, una fantasia, un guizzo visionario.

“Osservare aiuta a ricordare.”

È come se nel gioco di specchi tra immaginazione e realtà sia necessario fare i conti con la memoria.

Una memoria recente fatta di gesti normali, chiusa all’interno di luoghi ben precisi.

Un costume, una tazza, una piscina, un’auto sono segni tangibili di figure che fanno parte dell’esistente.

Sono loro a dipanare il mistero, a trasformare la maternità in un incastro non sempre facile da gestire.

“Siamo vicinissimi a tutto, al centro di tutto.”

Sprofondiamo in questa incandescenza che cresce senza dare tregua.

È la follia travestita da normalità?

È la paura di perdere il contatto con i figli?

È il desiderio di abbandonarsi al sogno mentre il tempo scorre troppo veloce?

Samanta Schweblin, finalista al Man Booker International Prize mostra i fantasmi del nostro tempo, li deforma, li modella usando una prosa che si sbriciola in tanti frammenti.

Ci concede il piacere di ascoltare e toccare il proibito.

Il nemico si accosta ma non ne abbiamo timore.

Sappiamo che la vera letteratura svela gli enigmi e toglie ogni maschera, anche la più temuta.

 

“Le belve” Roberto Arlt SUR

 

“Mi sembra di vivere in una città abissale, infinitamente giù, sotto il livello del mare”.

Tratto da “Una domenica pomeriggio”, pubblicato da SUR nel 2015, “Le belve è uno dei racconti più vivivi di Roberto Arlt.

Buenos Aires ha i colori cupi di un malessere esistenziale.

È allegoria di un’emarginazione sociale stratificata da anni di ingiustizie perpetrate sugli ultimi.

“Quando si è classificati in certe chine dell’esistenza, non si ha scelta.

Si accetta.”

Non c’è perdono o giustificazione, solo il doloroso e pietoso sguardo di chi sa osservare il degrado.

Oppressi e oppressori entrano tutti nel tragico gorgo della violenza.

Una violenza che si perpetua nelle strade, nelle case, nei postriboli.

Il demone del Male tra vetri rotti, gioco d’azzardo, corpi in vendita.

“Il silenzio è un vaso comunicante attraverso il quale il nostro incubo di noia e angoscia passa da un’anima all’altra mediante un oscuro contatto.”

Poesia della disperazione intensa, raggelante ma tangibile.

Una scrittura che trova affinità con la migliore letteratura del 900, offrendo all’America Latina un nuovo volto.

Le mitologie vengono distrutte ed appare l’Uomo.

Angelito, tagliaborse e tubercoloso, Guillermito il Ladro, L’Orologiaio, Unghia d’Oro, figure che provano a sopravvivere mentre cala “la notte del pensiero.”

Immagini crepuscolari, notti soffocanti e una nostalgia che emoziona.

Pagine immerse nelle luci cangianti di improvvisazioni linguistiche.

E un vecchio tango che annoda ricordi.

Vengono in mente i versi di Juan Rodolfo Wilcock:

“Cerchiamo soltanto di stessere

Dal tessuto di ogni ora

Ciò che ci nutre, ciò che c’incuora,

L’universalità dell’essere.”

Una prova letteraria che cede la malinconia alla bellezza della parola

“La casa dei Gunner” Rebecca Kauffman SUR

 

 

Un’amicizia nata con la spontanea esigenza dell’infanzia di condividere lo stesso pezzo di cielo.

Sei bambini riescono a costruire un loro mondo e leggendo “La casa dei Gunner” ne sentiamo le risate, i bisbigli, le parole sussurrate.

Assistiamo alla loro crescita e al cambiamento. Qualcosa si frantuma perchè una nube ha offuscato l’innocenza.

Sally si allontana dal gruppo senza un motivo e quel silenzio, quell’assenza creano il vuoto.

Ognuno ha bisogno di sperimentare se stesso, di superare in fretta l’adolescenza.

A distanza di anni, alla morte di colei che per prima ha saltato il fosso ed è entrata in un tempo diverso, i 5 adulti si riincontrano.

È tempo di comprendere e svelare, di affrontare il passato a viso aperto.

Un fiume di parole e di storie si intrecciano ed é come se i labirinti dove nascondersi crollino tutti insieme.

È l’abbandono di ogni difesa, di ogni pudore.

È l’unione che si consacra sull’altare di verità scomode.

Su tutti pesa il senso di colpa per quello che si è stati, per le frasi non dette.

Si scopre una sotterranea rete di segreti e nella concitatata necessità di confidarsi si esprime la vera amicizia.

Quella che non ha bisogno di conferme quotidiane perchè ha radici profonde.

Rebecca Kauffman scrive un romanzo a più voci con un’intensità lirica a volte straziante.

Riesce con la scrittura che sa cambiare di tonalità a registrare anche i pensieri più intimi.

Sappiamo che ci condurrà negli spazi desolati della solitudine, ci farà assaporare la paura di crescere, ci farà percepire i tanti strati interiori dei suoi personaggi.

Tutti indimenticabili  perchè veri, capaci di accettare gli errori, pronti a mettersi in discussione.

Generosi, sensibili, doloranti, uniti dal senso di fraternità.

Di ognuno di loro resta l’eco di una riflessione o di una confessione perché è a noi lettori che si rivolgono e le loro vite sono la testimonianza di un percorso di consapevolezza dal quale nessuno può sottrarsi.

“Primavera” Ali Smith Sur Edizioni

Si può trasformare la realtà in una favola?

Raccontare il disorientamento degli inglesi di fronte alla Brexit?

Coniugare la poesia di Rilke con la mancanza di umanità dei centri di detenzione per minori?

“Primavera”, pubblicato da SUR Edizioni, attraverso tre personaggi movimenta il presente, lo rende trasparente.

Richard, l’uomo vuoto, ramo secco di una cultura cinematografica sempre più distante dal reale.

Brit, macchina di un ingranaggio che non permette domande, donna arenata sulla spiaggia desolata dell’indifferenza.

Florence con un passato misterioso e la capacità di infrangere la desolante quotidianità dei due protagonisti.

È la bambina simbolo di tutte le speranze, di tutti i sogni.

Ha il dono di illuminare e dare voce alle inguistizie, di abbracciare il dolore altrui.

Ali Smith scrive un romanzo composto da più fotogrammi.

Le immagini scorrono e non serve provare a dare un ordine cronologico.

La sua è denuncia di un sistema che ci ha privato dell’identità e della capacità di scegliere.

Una riflessione emozionante sull’infanzia negata.

“Ci sono bambini, proprio in questo momento, con addosso vestiti di Hello Kitty ridotti a brandelli, seduti in capanni dove lavorano come schiavi, martellando vecchie batterie esauste per ricavarne metalli che li intossicano non appena ci entrano in contatto.

Ci sono bambini che mangiano spazzatura in mezzo a una discarica.

Ci sono bambini di tutte le età che fruttano soldi al mercato del sesso e vengono usati, filmati, scambiati e filmati di nuovo, mentre i soldi passano di mano in mano sopra le loro teste proprio in questo preciso istante, alle 13.04.

Migliaia di bambini che non sanno dove sono i loro genitori, se sono vivi o morti, non sanno se li rivedranno mai più, bambini chiusi a chiave dentro hangar gelidi negli Stati Uniti. In questo preciso istante. Proprio in questi giorni in cui secondo te le cose andrebbero meglio nel mondo.”

Una scansione fortemente emotiva dove emerge la frattura tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere.

Un fuoco che brucia le sterpaglie di un’Europa che non sa essere madre.

Un fiume che con i suoi tanti affluenti cerca disperatamente il mare.

Pagine che danno i brividi per il realismo che non si piega alla menzogna.

Frasi poetiche che stemperano l’inadeguatezza contemporanea.

La storia non si conclude, lascia spiragli dove si intravedono innumerevoli altri racconti, altre suggestioni.

Anche il tempo è solo la rappresentazione di qualcosa che deve ancora cominciare.

Affidarsi e perdersi tra le maglie di una scrittura perfetta, iconica nicchia di sconfitte e vittorie.

Ma forse chissà ….basta  credere e agire convinti che esiste una nuova stagione.

“Siamo una fiaba popolare. Non vorrei però sembrare ingenua e strampalata. Le fiabe sono storie profonde e molto serie, parlano di trasformazione.

Di come certe cose ci cambiano. O ci costringono a cambiare.

A imparare come si cambia. Ed è proprio su questo che stiamo lavorando, sul cambiamento. Anche noi facciamo molto sul serio.”