Incipit scelto da @CasaLettori: “Morire in California” Newton Thornburg SUR

In breve

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Titolo: “Morire In California”     

Autore: Newton Thornburg

Casa Editrice: SUR

Collana: Big SUR

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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“Morire in California” è un noir introspettivo, un viaggio nelle conflittualità americane, una foto a colori della famiglia.

 

“Malgrado quel che stava guardando tra le folate di neve fosse una bara con dentro il cadavere del suo primogenito, gli occhi di David Hook erano asciutti.

Il suo cuore era asciutto.

Avrebbe potuto essere un estraneo che dopo aver vagato con la testa altrove in mezzo alle tombe si fosse trovato al centro di quel gruppo di persone per osservarle con occhi non solo asciutti ma freddi, gli occhi di un reporter.

Non gli sfuggiva nulla, nemmeno la bellezza semplice e antica della scena, l’evocazione di un’America ormai morta e sepolta: i suoi vicini, quei campagnoli col vestito della domenica, gli uomini duri, vigorosi, temprati, le mogli austere e i giovani coi capelli lunghi e alla moda che erano andati a scuola con suo figlio e avevano raccolto il fieno insieme a lui e forse gli avevano perfino voluto bene, perché c’era chi piangeva in mezzo a loro, occhi bagnati di lacrime anche se non i suoi.

Hook amava quel cimitero, nei limiti in cui è possibile provare un sentimento simile per un cimitero; l’amava in particolare per le sue file di piccole lapidi antiche e i messaggi che vi erano scolpiti, le litanie sul coraggio dei pionieri, le loro vite piene di stenti e perdite.

Ma gli piaceva anche la lontananza di quel luogo in cima alla collina, la serenità del silenzio e quei terreni trascurati da cui lo sguardo poteva spingersi per diverse miglia, un’esperienza rara nei piatti campi dell’Illinois sud-occidentale.

Adesso, però, in pieno dicembre, quella vista offriva un misero riparo dal vento che, a raffiche, come la neve, gli sbatteva in faccia le parole del reverendo Hodson:

«Il Signore è il mio pastore. Non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce».

La figura tarchiata del reverendo che gli stava di fronte, dall’altra parte della bara, gli precludeva la vista della tomba di sua moglie ma poteva comunque contemplare quella del bisnonno, James Hook, che era stato il primo della sua famiglia a lasciare un segno nel cimitero.

La modestia della lapide non era meno laconica dell’uomo, stando a quel che si diceva di lui: vi erano indicati soltanto il nome e le date, 1855-1904.

Quando Hook era ragazzo il luogo era ancora noto come il «vecchio cimitero battista», essendo stato terreno di sepoltura di una chiesa di campagna che sorgeva su quella stessa collina e distrutta da un incendio sul finire del secolo precedente.

Negli ultimi tempi però, anzi a partire dalla seconda guerra mondiale, la gente aveva cominciato a chiamarlo il cimitero di Hook, verosimilmente perché la sua tenuta si era ampliata fino a circondarlo su tre lati o forse perché si sapeva che era lui ad averne cura, per così dire, passandoci varie volte durante l’estate con una falciatrice per tagliare le erbacce che crescevano di continuo.

Di fatto perciò, quel giorno Hook stava seppellendo suo figlio in un terreno che confinava col suo e che portava anche il suo nome.

Adesso tuttavia, mentre osservava la scena con la neve che penetrava a sferzate come sabbia nella fossa nera sotto la bara, aveva la sensazione di seppellire il figlio non a casa, in un luogo a lui familiare, ma in una terra straniera, quasi lunare.

Teneva il braccio sulle spalle dei due figli che gli erano rimasti.”

Editore

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Autore

Newton Thornburg (1929-2011) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense. Tra i suoi libri: DreamlandThe Lion at the Door e Cutter and Bone, quest’ultimo trasformato i

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Incipit scelto da @CasaLettori tratto da “Falsa guerra” Carlos Manuel Álvarez SUR

In breve

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Titolo: “Falsa guerra”   

Autore: Carlos Manuel Álvarez

Casa Editrice:  SUR

Collana: Nuova serie

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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Un romanzo corale che sa raccontare lo spaesamento dei senza patria.

Dispersi in un mondo che gira troppo veloce.

Non siamo anche noi esuli?

“Miami Beach

Il rumore degli aerei attraversava il cielo sterminato del Distretto Federale.

Non potevo più rimanere in città.

Salii su uno di quei voli per la frontiera.

Entrai da sud e in tre giorni attraversai in autobus Texas, Louisiana, Mississippi e parte dell’Alabama, prima di sprofondare nell’imbuto della Florida.

Vidi i cieli malati.

Vidi le strade e i fast food e le remote stazioni di servizio americane.

Se segui i movimenti sulla cartina, ti sposti da ovest a est sul continente e di colpo cadi in questo buco.

La mia amica Elis mi ospitò a casa sua, un bilocale su un’isola a nord di Miami Beach.

Mi venne a prendere a Tampa, e da lì partimmo sulla sua Toyota bianca.

Da piccoli eravamo vicini di casa e adesso ci ritrovavamo lì chiusi dentro una macchina, uniti da una vita precedente, alla quale, vent’anni dopo, lei aveva deciso di essere fedele. «Puoi stare da me tutto il tempo che ti serve», disse.

All’epoca non era ancora andata a vivere con il Fanatico né lavorava in una galleria d’arte. Beveva qualche sorso di caffè e poi lo sistemava nel portabicchiere tra i sedili anteriori della macchina.

Era vestita di nero, aveva le occhiaie e portava un orologio Swatch, nero anche quello. I finestrini abbassati.

«Non voglio disturbare», dissi. «Appena ingrano mi cerco una stanza in affitto».

Elis mi guardò con diffidenza, come se qualcuno della mia stirpe non potesse ingranare o come se quell’eventualità non esistesse.

In effetti, che cosa intendevo dire?

«Certo», disse.

«Ma per adesso puoi restare a casa mia. I miei roommates ti piaceranno, vedrai».

La sua cortesia la rendeva ancor più estranea ai miei occhi.

Voglio dire, non era qualcuno che conoscessi. Ci eravamo frequentati alle elementari, nel quartiere, le nostre famiglie dovevano essersi scambiate qualche favore, niente di più.

«E tuo padre?»

«Malato», dissi.

«E tua madre?»

«Non c’è».

Non ero a mio agio su quel sedile, lontano da tutto.

Avevo il vento in faccia, e decisi di concentrarmi su quello.

Elis, una mano sul volante, l’altra sul bicchiere di caffè.

Guidava con naturalezza.

Glielo dissi, poi rimasi in silenzio per un po’.

«È la cosa che faccio più spesso: guidare», rispose. L’autostrada divideva in due la linea dell’orizzonte.

La macchina procedeva come un paio di forbici, tagliando la superficie.

A un certo punto mi spensi.

Quando Elis mi svegliò eravamo sotto casa sua.

Salimmo con l’ascensore fino all’appartamento al terzo piano a metà di un corridoio con le pareti bianche.

In fondo, le scale antincendio.”

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Autore

Carlos Manuel Álvarez ha vinto nel 2013 il Premio Calendario e nel 2017 è stato selezionato tra i 39 migliori scrittori latinoamericani sotto i quarant’anni nel progetto Bogotá39. Fondatore della rivista El Estornudo, i suoi testi di non-fiction sono stati pubblicati da testate quali The New York Times, The Washing-ton Post, BBC World, Al Jazeera, Internazionale.
In Italia ha pubblicato con Sur il romanzo Cadere nel 2020.

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“Matrimonio in cinque atti” Leah Hager Cohen SUR

 

“Non abbiamo tutti la responsabilità di sapere cosa succede?

Di informarci?

In generale, nel mondo, è nostro compito scoprire le cose da soli.

Capire cosa pensiamo.”

Tra gli infiniti tasselli di “Matrimonio in cinque atti”, pubblicato da SUR e tradotto da Elisa Banfi, la frase pronunciata dal giovane Tom offre una interessante chiave di lettura.

Il romanzo è pervaso dal desiderio di fare chiarezza nel caos del mondo partendo dalla famiglia, che è simbolo di una più ampia ricerca.

Ad una prima lettura ci si concentra sugli eventi che compongono la trama.

I preparativi per il matrimonio della primogenita Clem con la compagna, l’arrivo degli ospiti, le marachelle del piccolo Pim.

Ci si accorge subito che qualcosa sta sfuggendo all’attenzione e si torna indietro cercando di studiare cosa si nasconde nella trama articolata molto simile alla rappresentazione del nostro presente.

Una commedia che si articola su più piani narrativi.

Solida e affidabile la coppia formata da Bennie e Walter e questa stabilità, pur nelle diversità caratteriali, è molto confortante.

Ruolo determinante ha la casa che continua a rappresentare il passato, l’attaccamento alle proprie radici.

Ma attenzione, non sempre il prima e il dopo hanno una continuità.

Quello che è stato considerato un limite della comunità può assumere forme preoccupanti di odio.

La chiusura nei confronti dell’estraneo diventa tragico antisemitismo.

È interessante questa involuzione perché mostra quanto un pensiero negativo possa produrre frutti velenosi.

Sospesa tra i ricordi e il presente sempre più sfumato è la prozia Glad.

Insistente una domanda: “che senso ha vivere così a lungo?”

Ecco che la vecchiaia diventa una spina, un doloroso dejavu dove si annidano segreti mai risolti.

“Allora è così che succede.

La frattura.

È così che i tuoi figli si separano da te: con la crudeltà dell’indifferenza.”

La consapevolezza di madre che vede distrutto il cordone ombelicale e deve accettare questa difficile cesura.

Leah Hager Cohen sa calibrare i tempi storici, rispettare i cambiamenti dei personaggi, filtrare le emozioni con una scrittura molto veloce.

Essere adulti significa assumersi responsabilità: una lezione che viene consegnata al lettore.

Non mancheranno le sorprese e i colpi di scena e ció che conta è

“La possibilità.

L’occasione.

La casualità.

Le fondamenta gettate, le condizioni create, le stelle allineate, la massa critica raggiunta.

A quel punto può succedere tutto e il contrario di tutto.

L’errore imperdonabile di una generazione diventa l’atto di grazia della successiva.”

Un gran bel libro, non perdetevelo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I sogni si spiegano da soli” Ursula K. Le Guin SUR

 

“Le Guin è una pensatrice orgogliosamente caotica, per cui qualsiasi purista accademico potrebbe dare in escandescenze.

Tradurre il suo pensiero spesso ti mette di fronte a una sfida: trovare un modo per restituire il caos, sebbene a volte si sia tentati di semplificarlo, di correggerlo o di dargli un ordine.”

Nella splendida prefazione a “I sogni si spiegano da soli”, pubblicato da SUR, Veronica Raimo, che ha curato la scelta dei saggi, rende giustizia non solo alla scrittrice di successo.

Ursula K. Le Guin è stata una stella nel panorama culturale internazionale e i suoi libri di fantascienza ci hanno permesso di conoscere e visitare il mondo altro.

La sua non è stata una letteratura di serie B proprio perché ha scardinato un modello di genere partendo dalla creazione.

Creare ha significato immaginare, inventare, lasciarsi guidare dall’istinto.

Vivere i luoghi e i personaggi anche se inesistenti.

Dai suoi scritti emerge un ritratto chiaro, limpido, onesto.

Non ha timore di mostrare i suoi punti deboli, i passi falsi, le inconcruenze.

Sempre a testa alta con la determinazione di chi sa mettersi in discussione.

“La nostra sventura è l’alienazione, la separazione dello yang dallo yin.

Invece delle ricerca di equilibrio e integrazione, lottiamo per il dominio.

Rafforziamo le divisioni e neghiamo l’interdipendenza.”

Questo concetto rivoluzionario viene ripreso più volte ed è fondamentale per comprendere la filosofia della scrittrice.

Ci invita a superare un dualismo distruttivo che porta la società alla divisione e quindi all’annullamento.

Interessante è la relazione tra chi legge e chi scrive, si instaura un rapporto di fiducia e ogni parola diventa la nostra.

È il mistero che conoscono bene i lettori di ogni età.

Rapiti dalla scrittura solo in un secondo momento possiamo apprezzare la metafora.

“La verità è una questione dell’immaginazione.”

Una frase che può lasciarci perplessi ma a pensarci bene noi interpretiamo la realtà, la manipoliamo e la conosciamo attraverso un processo di liberazione da schemi e preconcetti.

Perdersi per ritrovarsi, coniugare vecchio e nuovo, accettare le fasi dell’esistenza, compresa la vecchiaia, imparare a “danzare sull’orlo del mondo”, percorrere strade traverse.

“Forse abbiamo avuto fin troppe parole del potere e discorsi sulla vita come battaglia.

Forse quello che ci manca sono le parole della debolezza.”

Scritto nel 1983 è di un’attualità impressionante.

Ammettere non sono la debolezza ma anche il fallimento, trovare il linguaggio delle emozioni e sentirsi “native”.

Non prigioniere “di un sistema sociale psicopatico”, ma trovare il proprio spazio di autonomia.

E soprattutto parlare la lingua Madre, la lingua delle donne.

“Possiamo parlare insieme nella lingua madre, possiamo parlare insieme nella lingua padre, e possiamo cercare insieme di ascoltare e parlare la lingua che forse è il modo più sincero che abbiamo di stare al mondo.”

Un libro indispensabile per scegliere di essere libere.

 

“Home Cooking” Laurie Colwin SUR Editore

 

“A meno che non viviate in solitudine, in una caverna o in un eremo, cucinare e mangiare sono attività sociali: anche i monaci eremiti fanno un pasto comunitario una volta al mese.

La condivisione del cibo è la base della vita sociale e per molte persone è l’unico tipo di vita sociale a cui vale la pena partecipare.”

In questo nostro tempo accelerato che ha perso il senso del convivio leggere “Home Cooking”, pubblicato da SUR e tradotto da Lorenza Pieri, è esperienza consolante.

Esiste ancora chi crede che cibarsi non è solo un inessenziale necessità.

Dietro ogni piatto c’è una storia familiare, un ricordo infantile, un incontro mai dimenticato.

Cucinare significa sperimentare, inventare, creare.

Avere relazione con gli altri, condividere emozioni, confrontarsi.

“Quando guardo mia figlia assaggiare per la prima volta certe cose…, mi ricordo di quei tempi in cui il mio palato era vergine e non sofisticato, tutto era un’avventura e il mondo era fresco come un pesce.”

Il testo è suddiviso in capitoli che permettono una lettura non cronologica.

Una cosa è certa: ci si diverte e si impara.

Dai rudimenti in cucina, ai  fallimenti del principiante, alla cura nella scelta degli ingredienti, infinite le deliziose ricette tutte accompagnate da accurate descrizioni dei passaggi delle esecuzioni.

Ma ciò che colpisce è la passione per un’arte antica che non deve trasformarsi in una forzata esibizione.

La semplicità e gli accostamenti giusti, la valorizzazione di un sapore, i piatti dell’ultimo minuto e quelli con più portate: un viaggio intrigante in compagnia di una scrittrice esuberante, fantasiosa, capace di regalare storie.

Laurie Colwin è geniale e divertente, riesce a “raccontare le dinamiche interpersonali con tutte le loro complessità.”

Ci insegna a rilassarci e a provare ad essere felici e soprattutto a rendere felici.

Il suo è un vademecum quotidiano per chi non ha mai cucinato e per chi si diletta in questa espressione creativa.

Fidatevi, i suggerimenti vi torneranno utili e il buonuomore vi farà compagnia.

Come dice Lorenza Pieri:

“Il libro racconta una vita.”

“Melma rosa” Fernanda Trías SUR

 

“C’era una volta

Cosa?

C’era una volta una volta

Ciò che non è mai stato?

Ciò che mai sarà”

La dimensione del tempo è un filo che traballa al vento e quel vento malefico e crudele colpisce i corpi, sfalda le cellule, distrugge la continuità.

Non si sa più dove sta l’inizio e la fine: il caos.

“Melma rosa”, pubblicato da SUR e tradotto da Massimiliano Bonatto, ci porta in una città dove tutto si muove con lentezza.

Il porto assume il valore simbolico di una fuga ma prima bisogna attraversare l’esperienza dello straniamento.

Scritto prima della pandemia il romanzo sembra anticipare ciò che ha travolto le nostre esistenze.

Distopico? Forse, certamente creativo, ricco di immagini forti, visionarie.

L’aggancio alla realtà è forte e la genialità sta nella scenografia che fa pensare ad un territorio che ha perso la sua identità.

La protagonista cerca di muoversi in questa strana atmofera di attesa mentre i tasselli di un passato irrisolto emergono come funghi velenosi.

Il complicato rapporto con la madre, l’amore viscerale per la tata, il bisogno di mantenere un contatto con Max, nonostante la relazione sia ormai sabbia dispersa.

Occuparsi di Mauro, ragazzino affetto da una strana voracità, significa forse sconfiggere quel bisogno di amore sempre celato.

Fernanda Trías è docente di scrittura creativa e in ogni frase si intuisce quanto lavoro ci sia per raggiungere la perfezione stilistica e dialettica.

La narrazione è intercalata da brevi dialoghi immaginari che scavano nel pozzo profondo dell’inquietudine.

La rappresentazione della parola che sa essere audace e sperimentale, critica nei confronti delle scelte del governo, impietosa nell’analizzare i sentimenti.

Frasi che tagliano e feriscono, invitano a non accettare passivamente ciò che non capiamo.

Andare a fondo nel buco nero delle nostre menti, inventare un finale anche quando tutto si fa sfumato.

Cercare nelle strade deserte, nei cieli disabitati, nei cuori inariditi una piccola forma di resistenza.

Bellissimo come tutti i libri firmati SUR.

 

 

“Un raggio di buio” Ethan Hawke SUR

 

 

Chi è veramente William Harding?

Brillante attore, focoso e intraprendente, dovrebbe  rappresentare  una categoria maschile che arrivata al successo non ha più niente da perdere.

Ha come moglie una famosa rock – star, ama i due figli, sta per debuttare a Broadway.

Dopo il cinema finalmente il teatro, la perfetta sintesi di un’esistenza impeccabile.

Una scappatella con una giovane sudafricana imbroglierà le carte.

Avventura esaltante che gli costerà parecchio.

Entrato nel circo mediatico non ha scampo, è il traditore e la consorte offesa e indignata vuole il divorzio.

Ecco che la struttura del nostro protagonista cede lasciando scoperti non pochi nodi irrisolti.

Torna come un lampo l’abbandono del padre, il senso di impotenza di fronte alla separazione dei genitori, la paura di non farcela.

“Un raggio di buio”, pubblicato da SUR, è un romanzo divertente e sincero.

Scritto dall’attore e sceneggiatore Ethan Hawke, ha certamente riferimenti autobiografici ma la scrittura fluida, le osservazioni taglienti ne fanno un testo fortemente letterario.

Diviso in cinque atti come l’Enrico IV che sta per essere portato in scena mantiene nelle forme e nello stile un ritmo teatrale.

Il grande uomo scompare e ci troviamo di fronte una figura incerta, incapace di accettare i cambiamenti.

Dovrà mettere in discussione il suo ruolo all’interno del matrimonio, comprendere cosa vuole veramente, superare l’incertezza di una mascolinità che deve seguire modelli di invincibilità.

“Stai crescendo.

La gente pensa che l’amore non corrisposto spezzi il cuore, ma non è vero.

L’amore non corrisposto è un dolce stato di malinconia.

Guardare l’amore che muore: quello sì che è una pallottola che sfonda i carri armati.”

Non è solo il privato che sta per naufragare, bisogna interrogarsi sul rapporto con il personaggio che si interpreta.

Capire se esiste un confine tra realtà vissuta e finzione recitata.

Sarà proprio Shakespeare a fare da maestro.

“Shakespeare è vita, e la vita – se dev’essere una vita grandiosa – non è docile.”

La vita è umori e odori, è contaminazione, distruzione e ricostruzione.

Non è il comodo e lussuoso castello dove isolare i pensieri, è lotta, pianto, rabbia e furore.

È il giorno nuovo e quello vecchio, la vecchiaia della madre, l’insolenza dell’amico.

È tutto e nulla e forse proprio quel nulla impaurisce.

Fuori dal palcoscenico siamo soli con le nostre nevrosi e debolezze.

“Il mondo può pensare quello che vuole.

Può decretare che non vali nulla.

Ti possono cucire una lettera scarlatta sul petto e darti del bastardo e del cialtrone.

Dove vocine ti possono bisbigliare cattiverie alle spalle ovunque ti giri.”

Ma … ed è il quel ma la potenza narrativa di questa splendida storia.

Da leggere per non dimenticare che “ogni decisione conta.”

 

“Le pianure” Federico Falco SUR

 

“Il linguaggio serve per le percezioni, per tutto quello che passa attraverso la pelle, per le astuzie dei cinque sensi, ma i sentimenti gli sfuggono sempre un pò.

Le parole mancano il bersaglio, quasi sempre, o non sempre bastano per quello che uno sente dentro, nello spazio tra la mente e la carne.”

Federico Falco riesce ad andare oltre le parole, a comunicare il respiro dell’anima.

A scomporre i mesi ragalando l’essenza del tempo.

A raccontare la Natura nell’alternanza delle sue fasi entrando in sintonia con ogni minimo cambiamento.

A far sentire il timore di non farcela, quel gorgo che si palesa con le sue pericolose attrazioni.

Difficile scrivere di “Le pianure”, pubblicato da minimum fax, tradotto in maniera impeccabile da Maria Nicola.

È un libro perfetto, intenso, commovente, musicale.

È meditazione e preghiera laica.

Ricerca di pace interiore, bisogno di ritrovarsi.

La scelta del protagonista di andare a vivere in campagna prevede un cambiamento radicale, difficile, necessario.

Occuparsi della terra, seminare, sarchiare, fermare il logorio mentale.

“Abbassare il livello dell’ansia, imparare la pazienza.”

Nominare una nuvola, un albero, un tramonto per farlo esistere.

Essere e provare a governare sè stesso mentre il paesaggio recita la sua storia.

Basta ascoltarla, viverla, ripetersela come un mantra.

Osservare per ritornare all’origine, riscoprire le radici di una famiglia costretta ad abbandonare l’Italia.

L’Argentina è “il grande vuoto”, la resa di chi ha perso la sua Itaca.

Restano foto ingiallite, reliquie di un altro luogo.

La ferita dell’esilio passa da padre a figlio, è una corona di sterpi, un dolore sordo.

In questa rivisitazione del passato c’è la voglia disperata di capire come è finito l’amore.

Ciro era luce e compagno, certezza, ricostruzione.

Tutto cancellato, restano solo orme che rischiano di cancellarsi.

“La paura di ciascuno che l’altro ci vedesse veramente dal di dentro.”

Lo scrittore ha una lucidità che disorienta.

Confina la sua esperienza in uno spazio universale, parla a tutti noi, si chiede cosa è la spiritualità, quanto e come la cerchiamo.

Il linguaggio alterna frasi lunghe o brevi disgressioni poetiche in un’armonia letteraria che lascia senza parole.

“È stranissimo essere una persona, stare dentro se stessi, tutto il tempo con se stessi, conoscersi in ogni difetto.

E calcolare quanto di tutto ciò vedono gli altri, che cosa immagineranno, che cosa lasciamo che sappiano.

Stare dentro sè stessi e non dirlo.

Silenzio.

Silenzio.”

Il potere della parola scritta che salva sempre.

“Mettere giù una parola dopo l’altra solo che un modo di essere.

Raccontarsi una storia per cercare di trovare pace.”

Grandioso, leggetelo!!!

 

“Meridian” Alice Walker SUR

 

“Meridian”, pubblicato da SUR e tradotto da Andreina Lombardi Bom, si differenzia dai romanzi di Alice Walker.

Seconda opera, in ordine di tempo, ha un taglio biografico e si percepisce il cammino verso una nuova identità percorso dalla scrittrice.

L’esperienza personale è tentativo di comprendersi e di accettarsi.

La struttura narrativa non segue una cronologia precisa, alterna presente e passato cogliendo il percorso intimo e frastagliato di una giovane nera.

La famiglia di origine e il bisogno di emanciparsi da radici oppressive portano ad uno stato altalenante di senso di colpa e bisogno di espiazione.

Figura dominante è quella della madre, dipinta nell’essenza più profonda.

Simbolicamente è la coscienza che richiama verso doveri che rientrano nel cerchio esistenziale del femminile.

La nostra protagonista, pur sentendo il peso di un’educazione bigotta, sta stretta dentro la morsa di una cultura che non sente più sua.

Primo atto di ribellione è il rifiuto della maternità che è affrontato con dolore lacerante.

Non c’è una scelta che non costi fatica, le scale da percorrere sono troppe e molto ripide.

L’opportunità di studiare, grazie ad una borsa di studio, è occasione per conoscere i fermenti libertari che aleggiano nel paese.

Aderire alla lotta dei neri significa tagliare i ponti con il prima.

Conoscere la violenza dei poliziotti, confrontarsi con idee di riscatto, intravedere finestre di luce.

La bellezza del testo è racchiusa nella crescita della consapevolezza, percorso lento che intacca anima e corpo.

Una lettura di grande attualità in un tempo in cui l’individualismo ci ha ridotti al silenzio.

Vedere cosa significa avere un progetto comune è una bella lezione.

Capire che per uscire da schemi stabiliti da altri bisogna trovare il proprio Io, anche a costo di perdere tutto.

C’è un altro scoglio da superare, forse il più difficile.

Quello che coinvolge i sentimenti e le passioni.

Pagine di forte denuncia di una mentalità maschile ancora troppo chiusa, incapace di accettare l’emancipazione femminile.

Truman diventa capro espiatorio di un rallentamento culturale e se si pensa che il libro fu pubblicato nel 1976 se ne intuisce la potenza libertaria.

Alice Walker non descrive un’ eroina, ma colei che ogni giorno si impegna accanto ai fragili, agli ultimi.

È fragile ma la sua fragilità è una forza perché la costringe a fare i conti con se stessa, ad interrogarsi, a provare ad instaurare relazioni.

L’amicizia è un tema controverso, sviluppato attraverso incontri e scontri, diversità e affinità.

Niente è scontato, risolto senza la riflessione.

Una scrittura che scivola nei fiumi impetuosi della Storia.

Quella che scriviamo ogni giorno, con fatica e determinazione.

“C’è acqua per noi al mondo

Portata dai nostri amici

Anche se la roccia della madre e di dio

Si sgretola in sabbia

E noi, cacciati e soli

Per guarire

E ri – costruire

Noi stessi.”