“Il grande errore” Jonathan Lee SUR

 

Venerdì tredici novembre 1903 : viene assassinato Andrew Haswell Green, personaggio determinante nel cambiamento architettonico di New York.

Le sue opere, il Metropolitan Museum, lo zoo del Bronx, il Museo di Storia Naturale, nella loro imponenza aprono le porte ad una democratizzazione degli spazi.

Basti pensare al Central Park che ruota intorno all’idea di un ambientalismo vissuto da tutti, o la biblioteca pubblica, altro esempio di innovazione.

Accedere alla Cultura non è solo possibilità di una elite.

“I libri, i libri, i libri.

I libri come mezzo per trasformarsi in un altro.

I libri a cui aggrapparsi durante la salita.

I libri come modo per restare da soli senza sentirsi troppo soli.”

In questa frase si concentra il tessuto esistenziale del personaggio.

Grazie a “Il grande errore”, pubblicato da SUR, conosciamo l’infanzia da “invisibile”, settimo di undici figli, taciturno ma determinato, soffocato da un padre che non può capire i suoi sommovimenti mentali.

Il percorso per arrivare al successo è lungo e doloroso, frutto di una caratterialità che gli altri definiscono granitica.

La figura che ci regala Jonathan Lee è spettacolare perchè dosa il coraggio e le incertezze, il bisogno di solitudine e la necessità di trovare negli altri una comunione di spirito.

Un elemento sviluppato con delicatezza è la frustrante certezza di subire attrazioni proibite e vivere il desiderio come un fugace sogno irrealizzabile.

La timidezza e il pudore, la curiosità intellettuale, la forza d’animo nelle avversità ci fanno amare Andrew.

È incontaminato e riesce a pensare alla bellezza non come a un mito ma come qualcosa da realizzare.

Lo scrittore segue brillantemente due itinerari narrativi: l’evoluzione interiore e professionale del personaggio e l’indagine poliziesca per comprendere il movente dell’assassino, che ci viene presentato nelle prime pagine.

Scandagli psicologici differenti si intrecciano in una trama avvincente e corposa.

L’inchiesta va avanti seguendo una traccia precisa e quando si comprende la causa di quella morte ingiusta ci si rende conto che la vita è una roulette di possibilità.

Giuste, sbagliate, poco importa.

L’autore lascia al lettore l’analisi degli eventi, offre però un’interpretazione che riesce a spiazzare.

Siamo davvero vittime del caso?

Il libro non propone risposte che sarebbero solo incerte ipotesi, guarda altrove.

Saggia la relazione tra equivoco e verità, impone una riflessione sui pensieri ossessivi che possono trarci in inganno.

Un romanzo affresco sulla città americana, contraddittoria e bellissima, distante ed esclusiva, mai madre, forse matrigna.

Una delle storie più intime, profonde, colte pubblicate in questo tempo sospeso.

Biografia, thriller, storia di costume, si può continuare all’infinito perché davvero tanti sono i motivi per abbandonarsi ad una lettura che lascia il segno.

 

“La sera il giorno e la notte” Octavia E. Butler SUR

 

Octavia E. Butler ci conduce per mano nel suo mondo fantastico.

Ci offre una realtà alternativa intrecciando creatività e provocazione.

Scardina il concetto di letteratura statica, inventa una dialettica mobile.

Passa da un’immagine all’altra dosando la suspense, usa la forma breve ma ogni sua storia è già romanzo.

La fantasiosa costruzione di luogi inesistenti è tanto dettagliata da farli apparire veri.

“La sera il giorno e la notte”, pubblicato da SUR e tradotto da Veronica Raimo, si arricchisce di brevi postfazioni.

In ognuna infinite le interpretazioni del testo invitano il lettore a rileggere e ad approfondire il nucleo centrale della storia.

Si evoca uno spazio in cui possono convivere diversità, si spezza l’ideologia della sacralità dell’uguale.

Si impara a superare i traumi, a cogliere nella malattia la solidarietà, ad osservare la patologia mentale con rispetto.

Ci si commuove per la carezza di una madre, per una giovane che si vede come “una figura che rimpiccioliva in lontananza, fino a svanire.”

“Le malattie genetiche, in particolare, possono insegnarci molto su chi siamo e su cosa siamo.”

Ogni storia contiene questa ricerca di identità soggettiva e oggettiva, si pone come specchio che pur creando suggestioni deformate approda a un frammento di verità.

Nella libertà di un amore proibito, nella solitudine in compagnia di una bottiglia, nelle ossessioni positive si ritraggono i tabù della società contemporanea.

Ancora una volta l’autrice non teme di andare fino in fondo, sa che la scrittura è salvifica e magica.

Parla di salvezza e di dimentanza, di un Dio molto umano e insegna la perseveranza quando si insegue un sogno.

“Non ho alcun dubbio che la parte migliore e più interessante di me stessa sia la mia narrativa.”

Come darle torto!

Raffinatissimo esercizio di funambolismo letterario.

 

“La metà fantasma” Alan Pauls SUR

 

“Quello che interessava a Savoy non aveva prezzo.

Era fuori dal mercato, da tutti i mercati, anche da quelli virtuali, benché da nessun’altra parte gli si rivelasse altrettanto luminosamente.”

Un cinquantenne fuori dal comune che impariamo a conoscere pagina dopo pagina.

Visita case in affitto, si diletta ad entrare nella quotidianità altrui, a studiare comportamenti e luoghi.

Sembrerebbe una passione insana mentre è ricerca di umanità.

“La metà fantasma”, pubblicato da SUR e tradotto da Maria Nicola, regala un personaggio delizioso, perso nelle personalissime elucubrazioni mentali, desideroso di conoscere l’ignoto celato nei suoi simili.

“Viaggiando alla sua ricerca, Savoy aveva visto paesaggi di cui non sospettava l’esistenza,  la radio, lungo la strada gli aveva allietato la mattina con voci e musiche sorprendenti, che non sentiva da anni.”

Anche le piccole cose riescono a stupirlo, dal ronzio di un vecchio frigorifero al soffio di una lampada a cherosene.

Non sono gli oggetti ad attrarlo ma il dialogo muto che intrattengono con coloro che li possiedono.

Narrano storie di esistenze pericolanti, di amori finiti.

Quando il nostro anti eroe sarà costretto ad entrare nell’universo della tecnologia ne viene risucchiato.

“Fu una novità radicale, che sperimentò con meraviglia puerile, simile a quella provata nel suo primo viaggio in aereo, a undici anni.”

Bambino e uomo si fanno largo creando una miscela intrigante di emozioni ma per tutti arriva la svolta decisiva.

Carla sembra provenire da un altro pianeta, presenza eterea e misteriosa.

La trama si infittisce di segni che vanno interpretati, orme di un percorso mentale dove si perde spesso il senso della realtà.

Una comunicazione su Skype e la fluidità di un legame che sembra virtuale.

Alan Pauls è maestro nel deconstualizzare il presente riuscendo a regalare un’opera che è denunzia ad un affabulare sempre più fievole.

Sa tratteggiare la spersonalizzazione di chi ai social affida il suo tempo.

Invita a credere in uno spazio dove tutto è possibile, basta lasciarsi guidare dalla suggestione.

Una scrittura a tratti visionaria a tratti lucidissima, un lampo di luce nel panorama letterario, una scintilla innovativa da non disperdere.

 

“Andarsene” Rodrigo Hasbún SUR

 

Hans e il suo bisogno di esporare nuove terre.

Una smania che lo porta a trasferirsi in Bolivia segnando il destino della moglie e delle tre figlie.

La sensazione di sdradicamento si esprime attraverso comportamenti differenti che si uniscono nella instabiltà affettiva.

“Andarsene”, pubblicato da SUR e tradotto da Giulia Zavagna, è il rifiuto di  sentirsi protagonisti.

Una risposta alla sconfitta della Germania e il bisogno di ricomporre sogni.

L’America Latina è occasione di riscatto, è novità, è il sentiero percorso da antiche civiltà.

Ma è anche oppressione e morte, sangue rappreso dei ribelli, urla soffocate dei prigionieri.

Rodrigo Hasbún riesce a trasmetterci questa dicomia con una scrittura che lancia dei segnali.

Dice e non dice, affida ai suoi personaggi il compito di raccontarsi.

Ed ognuno interpreta la sua parte con una spietata analisi del ruolo all’interno del nucleo familiare e della società.

Se le strade si dividono è difficile dimenticare anche se come un mantra compare spesso la frase: “nessuna emozione, nessun ricordo.”

Difficile fare terra bruciata di un prima che ci ha ferito e coccolato trasformandoci in quelli che siamo.

L’unica a liberarsi completamente dalla sua pelle è Monika.

Si è trasformata “nella ferrea militante che ora viaggiava per l’Europa facendo visita alle comuni e raccogliendo fondi.”

Rivoluzionaria, capace di azioni coraggiose è un raggio di luce nel buio di un secolo complesso.

Donna complessa, percorsa da una insoddisfazione che sfocia nel bisogno di uscire dall’anonimato.

Ci si chiede quanto il politico riesca a penetrare nel privato e ci si accorge che di fronte alle scelte ognuno si lascia influenzare da fattori sociali e personali.

Un romanzo che indaga sulle relazioni affettive lasciando al lettore tanti punti interrogativi.

Non ci sono perdenti e vincenti, solo uomini e donne che provano a non essere estranei a se stessi.

Una storia che si incastra con quella del Che, sembra un incontro fortuito ma è il pozzo prezioso per garantire il cambiamento.

È il sacrificio estremo dal quale sgorga altra linfa vitale che inviterà a lottare per i propri diritti.

Anche da soli, contro tutti bisogna continuare ad andare per le strade della Libertà.

“La casa di Fripp Island” Rebecca Kauffman SUR

 

 “Un francobollo di terra coperto da una vegetazione lussureggiante con ogni sfumatura di verde inimmaginabile, dal quasi giallo al quasi nero.”

Un’isola accoglie Lisa, l’amica Poppy e le loro famiglie.

Dovrebbe essere una vacanza come tante tra sole, spiaggia, chiacchierate.

“La casa di Fripp Island”, pubblicato da SUR e tradotto da Alice Casarini, mostra fin da subito le differenze economiche e sociali dei due gruppi.

Il lettore è attento a seguire questo percorso narrativo ma con Rebecca Kauffman non ci sono certezze.

La sua è una letteratura viva, piena di contrasti cromatici, di storie, di incontri.

Ha una versatilità innata a far convergere la tensione narrativa su uno o più assi speculari e quando il pathos ha raggiunto l’apice, con una mossa plateale, la scrittura devia verso altri orizzonti.

La relazione di coppia viene osservata al microscopio con leggerezza e occhio acuto.

Emergono attriti, passi falsi, piccoli e grandi segreti.

I figli vivono nello stupore estatico di un tempo che sta per finire.

L’infanzia è corsa ad ostacoli con il cuore che pompa energia verso il miraggio dell’adolescenza.

Ad un miraggio sono legati tutti i personaggi, ognuno sperando che si accenda una nuova luce.

Che sia passione o desiderio poco importa, può coinvolgere i sensi o la mente.

Questo rovello che attraversa tutti spinge verso un finale che comprende tutte le parole non dette.

Il mare accoglierà un messaggio che avrebbe potuto essere l’urlo di figlia ed è solo un canto muto.

Infinite le simbologie per chi ama una lettura psicoanalitica ed il testo sfilaccia non solo i nuclei familiari.

Mostra quanto si vuole perdere nel gioco della vita, quali costi pagare per salvare un amore.

Invita a credere che il dolore sa essere sublime e che basta un istante e l’universo può aver “rivelato tutti i suoi segreti, mostrato le sue carte e aperto il sipario.”

Un romanzo che sa coniugare l’incanto del paesaggio, le tinte forti degli istinti e la dolcezza di una parola melodiosa, ipnotica, straordinaria.

 

 

 

 

 

“Falso nome” Ricardo Piglia SUR

 

La scrittura di Ricardo Piglia spinge verso lidi sorprendenti dove la creatività si unisce alla varietà delle atmosfere.

In “Falso nome”, pubblicato da SUR e tradotto da Pino Cacucci, si aggiunge un nuovo elemento.

Nei racconti si percepisce l’attimo in cui l’uomo ha consapevolezza della propria solitudine.

Una sensazione straniante, un cambiamento di scenografia non brusco ma lentissimo.

“Tutto gli sembrava falso e insensato.”

Mentre il fuori si esprime attraverso descrizioni molto poetiche si va delineando lo stato d’animo e non sempre si conosce la causa della trasformazione.

Per Emilio Renzi, protagonista di “La fine del viaggio” è una lettera che ha l’urgenza di spiegare il senso di un gesto estremo.

In “Il Vichingo” è un corpo da abbracciare e nella stretta sentire il vuoto della morte.

In “La scatola di vetro” si sommano tutte le incertezze che ci impediscono di cambiare itinerario.

C’è una frase che va contestualizzata all’interno del percorso narrativo dell’autore.

“Nessuno è capace di scrivere la verità.”

C’è sempre una patina poco chiara, un segno, come un geroglifico da interpretare chiedendosi se è invenzione narrativa o realtà.

In questo spazio incerto si sviluppa una letteratura che sa improvvisare, costruire, creare immagini, luoghi, persone.

Si resta abbagliati da una parola sempre scelta con cura, dalle accelerazioni e dalle soste.

Rappresentazione teatrale del testo mentre “i rumori della città arrivavano ovattati attraverso la finestra come un respiro affannato, un ansimare.”

La scelta del paragone non è mai casuale, non solo rafforza il testo ma introduce un’area di mistero.

Ciò che si può solo immaginare diventa evidente.

Il velo si è strappato e tra gli squarci si intravede un chiarore lieve.

Basta approfondire la lettura, rileggere una frase e appare con chiarezza il messaggio nascosto.

Una nota che si ripete è la presenza di un diario, che non è raccolta di memorie ma quotidianità fermata sul foglio.

Quasi si avesse paura di perdere i pensieri e le azioni, i movimenti e le stasi del corpo e della mente.

Misteriose e intriganti le donne, sinuose o grasse sono sempre presenze inquietanti.

Forse rappresentano semplicemente il volto vacuo del Tempo che non è presente e non è passato.

È il frammento da scomporre per arrivare a sè stessi.

“Un bacio prima di morire” Ira Levin SUR

 

Una trama dalla quale non si può fuggire.

Noir che sa giocare sulle sorprese.

Scavo psicologico non solo dei personaggi.

Ira Levin nel romanzo di esordio “Un bacio prima di morire”, pubblicato da SUR e tradotto da Daniela De Lorenzo, mette a fuoco le cause del Male.

Del giovane arrampicatore sociale traccia le origini di una caratterialità spigolosa, fredda, calcolatrice.

Nella costruzione del piano perfetto per un matrimonio d’interesse non si fa scrupoli, non si pone limiti.

Si resta raggelati di fronte alla sua premeditazione, curata nei minimi dettagli.

A pagare sarà la figlia di un magnate del rame.

Dorothy è ingenua, credulona, innamorata.

Questi due opposti si stagliano come un monito che percorre tutto il romanzo.

Da un lato il Bene e dall’altro il Male e la bravura dello scrittore sta nel sottolineare le differenze.

Il lettore assiste ad una tragedia dettata da qualcosa che inizialmente sfugge alla comprensione.

Piano piano la mente diabolica ha uno scarto ideativo e succede l’irreparabile.

Nella seconda parte della storia l’intreccio si spinge verso il poliziesco mantenendo sempre accesi i sensori di nuovi e imprevedibili sviluppi.

Impeccabile la realizzazione scenografica, le ambientazioni, le soste dove si coglie il frammento di un pensiero.

Altra interessante traccia interpretativa è la multiforme personalità del colpevole, capace di ogni genere di travestimento.

Si può realizzare il delitto perfetto?

A questa domanda l’autore risponde con un finale indimenticabile costruito ad arte.

Non esiste perdono e forse nemmeno redenzione.

Magistrale prova letteraria che conferma la creatività e l’originalità di Ira Levin.

 

 

 

“Sette case vuote” Samanta Schweblin SUR

 

Il titolo “Sette case vuote” evoca una mancanza che ritroviamo nei racconti pubblicati da SUR e tradotti da Maria Nicola.

Qualcosa di impalpabile, indefinito che non è legato al luogo.

È una condizione esistenziale, un’aritmia dell’anima.

Può presentarsi come dissociazione del pensiero, gestualità eccessiva, indicibile mancanza di senso.

Tutto è rarefatto, narrato come fosse un sogno ad occhi aperti.

Forte è lo spaesamento e la quotidianità è un filo spezzato.

La relazione genitori figli non è addomesticata dalla normalità ma mostra una distanza siderale, descrive universi inconciliabili dove ognuno ha un suo spazio privato irraggiungibile.

“È un breve momento di illuminazione; se chiudo il rubinetto per prendere nota, le parole scompaiono.”

La difficoltà di comunicare diventa un campo minato dove c’è posto solo per la follia.

Samanta Schweblin nella perfezione di una scrittura empatica offre il paradigma di un disorientamento psicologico.

L’ impossibilità di accettare la morte di un figlio, le stranezze di due anziani, la nevrotica compilazione di liste sono tutti segni di un vuoto da riempire.

Ed ecco che l’abitazione non è mai salvifica.

Diventa isola dove possono abitare indisturbati i nostri demoni.

“Questo è il mio modo di camminare, penso.

Questo è il mio palazzo.

Questa è la chiave del portone.

Questo è il pulsante dell’ascensore che mi porterà al mio piano.

Le porte si chiudono.

Quando le porte si riaprono le luci del corridoio tornano a sfarfallare.”

Nella sintassi stringata si compie l’arcano di una letteratura provocatoria, attualissima, foriera di uno stato alterato.

Non sono necessarie scene visionarie o maldestri tentativi di edulcorata la realtà.

La vita è frammento difficile da ricomporre e la nudità diventa il bisogno di riappropriarsi del corpo, di sentirsi interi.

Prova brillante dove ognuno potrà trovare le fantasie distorte che non ha il coraggio di svelare.

 

“Capannone n.8” Deb Olin Unferth SUR

 

“Capannone n.8”, pubblicato da SUR e tradotto da Silvia Manzio, è provocazione da cogliere come una sfida.

Non ha la struttura del romanzo “politico” ma certamente è una denuncia forte ad un sistema che punta solo al profitto.

Nella descrizione di uno dei tanti allevamenti di ovini viene rappresentata la spudorata arroganza umana.

Si è rotto l’ equibrio tra uomo e animale e lo scenario che si prospetta è apocalittico.

Deb Olin Unferth non propone un saggio con le solite e banali frasi di circostanza.

Vuole scuoterci e riprendendo il filone della favola educativa esce dagli schemi narrativi classici.

Compone una trama divertente, logorroica, accelerata.

Scandisce un linguaggio spericolato fidandosi della capacità di costruire dialoghi brillanti, immediati.

Il suo è il gergo parlato carico di storpiature e asimmetrie.

La figura dominante è Janey e a lei ci affezioniamo.

Giovanissima abbandona le comodità della metropoli spinta dal sogno di conoscere il padre.

La terra che l’accoglie è aspra, arretrata, bigotta.

Assistiamo ad un gioco che sembra infantile ma è esercizio di resistenza.

La vecchia e la nuova Janey devono trovare un punto di congiunzione e in questo sviluppo psicologico sta la potenza ideativa della scrittrice.

Deve scattare un meccanismo di riscatto, un’occasione che sia salvifica.

I tanti personaggi che animano il testo pur avendo ruoli secondari costruiscono una scacchiera di probabilità.

Ed insieme, uniti da un unico obiettivo, saranno forza vitale di un cambiamento culturale.

Una storia che sa dosare le visioni surreali grazie ad una sfrenata creatività.

Da proporre nelle scuole per la duttilità delle improvvisazioni fantasiose e per il forte messaggio.

Reagire sempre e comunque per rendere vivibile il pianeta, credere in sè stessi e in ciò che sembra impossibile.

E se le galline ci parlano….impariamo ad ascoltarle.

Nell’universo le voci differenti sono indispensabili colori di un meraviglioso arcobaleno.

“Sette case vuote” Samanta Schweblin SUR

 

Il titolo “Sette case vuote” evoca una mancanza che ritroviamo nei racconti pubblicati da SUR e tradotti da Maria Nicola.

Qualcosa di impalpabile, indefinito che non è legato al luogo.

È una condizione esistenziale, un’aritmia dell’anima.

Può presentarsi come dissociazione del pensiero, gestualità eccessiva, indicibile mancanza di senso.

Tutto è rarefatto, narrato come fosse un sogno ad occhi aperti.

Forte è lo spaesamento e la quotidianità è un filo spezzato.

La relazione genitori figli non è addomesticata dalla normalità ma mostra una distanza siderale, descrive universi inconciliabili dove ognuno ha un suo spazio privato irraggiungibile.

“È un breve momento di illuminazione; se chiudo il rubinetto per prendere nota, le parole scompaiono.”

La difficoltà di comunicare diventa un campo minato dove c’è posto solo per la follia.

Samanta Schweblin nella perfezione di una scrittura empatica offre il paradigma di un disorientamento psicologico.

L’ impossibilità di accettare la morte di un figlio, le stranezze di due anziani, la nevrotica compilazione di liste sono tutti segni di un vuoto da riempire.

Ed ecco che l’abitazione non è mai salvifico.

Diventa isola dove possono abitare indisturbati i nostri demoni.

“Questo è il mio modo di camminare, penso.

Questo è il mio palazzo.

Questa è la chiave del portone.

Questo è il pulsante dell’ascensore che mi porterà al mio piano.

Le porte si chiudono.

Quando le porte si riaprono le luci del corridoio tornano a sfarfallare.”

Nella sintassi stringata si compie l’arcano di una letteratura provocatoria, attualissima, foriera di uno stato alterato.

Non sono necessarie scene visionarie o maldestri tentativi di edulcorata la realtà.

La vita è frammento difficile da ricomporre e la nudità diventa il bisogno di riappropriarsi del corpo, di sentirsi interi.

Prova brillante dove ognuno potrà trovare le fantasie distorte che non ha il coraggio di svelare.