“Falso nome” Ricardo Piglia SUR

 

La scrittura di Ricardo Piglia spinge verso lidi sorprendenti dove la creatività si unisce alla varietà delle atmosfere.

In “Falso nome”, pubblicato da SUR e tradotto da Pino Cacucci, si aggiunge un nuovo elemento.

Nei racconti si percepisce l’attimo in cui l’uomo ha consapevolezza della propria solitudine.

Una sensazione straniante, un cambiamento di scenografia non brusco ma lentissimo.

“Tutto gli sembrava falso e insensato.”

Mentre il fuori si esprime attraverso descrizioni molto poetiche si va delineando lo stato d’animo e non sempre si conosce la causa della trasformazione.

Per Emilio Renzi, protagonista di “La fine del viaggio” è una lettera che ha l’urgenza di spiegare il senso di un gesto estremo.

In “Il Vichingo” è un corpo da abbracciare e nella stretta sentire il vuoto della morte.

In “La scatola di vetro” si sommano tutte le incertezze che ci impediscono di cambiare itinerario.

C’è una frase che va contestualizzata all’interno del percorso narrativo dell’autore.

“Nessuno è capace di scrivere la verità.”

C’è sempre una patina poco chiara, un segno, come un geroglifico da interpretare chiedendosi se è invenzione narrativa o realtà.

In questo spazio incerto si sviluppa una letteratura che sa improvvisare, costruire, creare immagini, luoghi, persone.

Si resta abbagliati da una parola sempre scelta con cura, dalle accelerazioni e dalle soste.

Rappresentazione teatrale del testo mentre “i rumori della città arrivavano ovattati attraverso la finestra come un respiro affannato, un ansimare.”

La scelta del paragone non è mai casuale, non solo rafforza il testo ma introduce un’area di mistero.

Ciò che si può solo immaginare diventa evidente.

Il velo si è strappato e tra gli squarci si intravede un chiarore lieve.

Basta approfondire la lettura, rileggere una frase e appare con chiarezza il messaggio nascosto.

Una nota che si ripete è la presenza di un diario, che non è raccolta di memorie ma quotidianità fermata sul foglio.

Quasi si avesse paura di perdere i pensieri e le azioni, i movimenti e le stasi del corpo e della mente.

Misteriose e intriganti le donne, sinuose o grasse sono sempre presenze inquietanti.

Forse rappresentano semplicemente il volto vacuo del Tempo che non è presente e non è passato.

È il frammento da scomporre per arrivare a sè stessi.

“Un bacio prima di morire” Ira Levin SUR

 

Una trama dalla quale non si può fuggire.

Noir che sa giocare sulle sorprese.

Scavo psicologico non solo dei personaggi.

Ira Levin nel romanzo di esordio “Un bacio prima di morire”, pubblicato da SUR e tradotto da Daniela De Lorenzo, mette a fuoco le cause del Male.

Del giovane arrampicatore sociale traccia le origini di una caratterialità spigolosa, fredda, calcolatrice.

Nella costruzione del piano perfetto per un matrimonio d’interesse non si fa scrupoli, non si pone limiti.

Si resta raggelati di fronte alla sua premeditazione, curata nei minimi dettagli.

A pagare sarà la figlia di un magnate del rame.

Dorothy è ingenua, credulona, innamorata.

Questi due opposti si stagliano come un monito che percorre tutto il romanzo.

Da un lato il Bene e dall’altro il Male e la bravura dello scrittore sta nel sottolineare le differenze.

Il lettore assiste ad una tragedia dettata da qualcosa che inizialmente sfugge alla comprensione.

Piano piano la mente diabolica ha uno scarto ideativo e succede l’irreparabile.

Nella seconda parte della storia l’intreccio si spinge verso il poliziesco mantenendo sempre accesi i sensori di nuovi e imprevedibili sviluppi.

Impeccabile la realizzazione scenografica, le ambientazioni, le soste dove si coglie il frammento di un pensiero.

Altra interessante traccia interpretativa è la multiforme personalità del colpevole, capace di ogni genere di travestimento.

Si può realizzare il delitto perfetto?

A questa domanda l’autore risponde con un finale indimenticabile costruito ad arte.

Non esiste perdono e forse nemmeno redenzione.

Magistrale prova letteraria che conferma la creatività e l’originalità di Ira Levin.

 

 

 

“Sette case vuote” Samanta Schweblin SUR

 

Il titolo “Sette case vuote” evoca una mancanza che ritroviamo nei racconti pubblicati da SUR e tradotti da Maria Nicola.

Qualcosa di impalpabile, indefinito che non è legato al luogo.

È una condizione esistenziale, un’aritmia dell’anima.

Può presentarsi come dissociazione del pensiero, gestualità eccessiva, indicibile mancanza di senso.

Tutto è rarefatto, narrato come fosse un sogno ad occhi aperti.

Forte è lo spaesamento e la quotidianità è un filo spezzato.

La relazione genitori figli non è addomesticata dalla normalità ma mostra una distanza siderale, descrive universi inconciliabili dove ognuno ha un suo spazio privato irraggiungibile.

“È un breve momento di illuminazione; se chiudo il rubinetto per prendere nota, le parole scompaiono.”

La difficoltà di comunicare diventa un campo minato dove c’è posto solo per la follia.

Samanta Schweblin nella perfezione di una scrittura empatica offre il paradigma di un disorientamento psicologico.

L’ impossibilità di accettare la morte di un figlio, le stranezze di due anziani, la nevrotica compilazione di liste sono tutti segni di un vuoto da riempire.

Ed ecco che l’abitazione non è mai salvifica.

Diventa isola dove possono abitare indisturbati i nostri demoni.

“Questo è il mio modo di camminare, penso.

Questo è il mio palazzo.

Questa è la chiave del portone.

Questo è il pulsante dell’ascensore che mi porterà al mio piano.

Le porte si chiudono.

Quando le porte si riaprono le luci del corridoio tornano a sfarfallare.”

Nella sintassi stringata si compie l’arcano di una letteratura provocatoria, attualissima, foriera di uno stato alterato.

Non sono necessarie scene visionarie o maldestri tentativi di edulcorata la realtà.

La vita è frammento difficile da ricomporre e la nudità diventa il bisogno di riappropriarsi del corpo, di sentirsi interi.

Prova brillante dove ognuno potrà trovare le fantasie distorte che non ha il coraggio di svelare.

 

“Capannone n.8” Deb Olin Unferth SUR

 

“Capannone n.8”, pubblicato da SUR e tradotto da Silvia Manzio, è provocazione da cogliere come una sfida.

Non ha la struttura del romanzo “politico” ma certamente è una denuncia forte ad un sistema che punta solo al profitto.

Nella descrizione di uno dei tanti allevamenti di ovini viene rappresentata la spudorata arroganza umana.

Si è rotto l’ equibrio tra uomo e animale e lo scenario che si prospetta è apocalittico.

Deb Olin Unferth non propone un saggio con le solite e banali frasi di circostanza.

Vuole scuoterci e riprendendo il filone della favola educativa esce dagli schemi narrativi classici.

Compone una trama divertente, logorroica, accelerata.

Scandisce un linguaggio spericolato fidandosi della capacità di costruire dialoghi brillanti, immediati.

Il suo è il gergo parlato carico di storpiature e asimmetrie.

La figura dominante è Janey e a lei ci affezioniamo.

Giovanissima abbandona le comodità della metropoli spinta dal sogno di conoscere il padre.

La terra che l’accoglie è aspra, arretrata, bigotta.

Assistiamo ad un gioco che sembra infantile ma è esercizio di resistenza.

La vecchia e la nuova Janey devono trovare un punto di congiunzione e in questo sviluppo psicologico sta la potenza ideativa della scrittrice.

Deve scattare un meccanismo di riscatto, un’occasione che sia salvifica.

I tanti personaggi che animano il testo pur avendo ruoli secondari costruiscono una scacchiera di probabilità.

Ed insieme, uniti da un unico obiettivo, saranno forza vitale di un cambiamento culturale.

Una storia che sa dosare le visioni surreali grazie ad una sfrenata creatività.

Da proporre nelle scuole per la duttilità delle improvvisazioni fantasiose e per il forte messaggio.

Reagire sempre e comunque per rendere vivibile il pianeta, credere in sè stessi e in ciò che sembra impossibile.

E se le galline ci parlano….impariamo ad ascoltarle.

Nell’universo le voci differenti sono indispensabili colori di un meraviglioso arcobaleno.

“Sette case vuote” Samanta Schweblin SUR

 

Il titolo “Sette case vuote” evoca una mancanza che ritroviamo nei racconti pubblicati da SUR e tradotti da Maria Nicola.

Qualcosa di impalpabile, indefinito che non è legato al luogo.

È una condizione esistenziale, un’aritmia dell’anima.

Può presentarsi come dissociazione del pensiero, gestualità eccessiva, indicibile mancanza di senso.

Tutto è rarefatto, narrato come fosse un sogno ad occhi aperti.

Forte è lo spaesamento e la quotidianità è un filo spezzato.

La relazione genitori figli non è addomesticata dalla normalità ma mostra una distanza siderale, descrive universi inconciliabili dove ognuno ha un suo spazio privato irraggiungibile.

“È un breve momento di illuminazione; se chiudo il rubinetto per prendere nota, le parole scompaiono.”

La difficoltà di comunicare diventa un campo minato dove c’è posto solo per la follia.

Samanta Schweblin nella perfezione di una scrittura empatica offre il paradigma di un disorientamento psicologico.

L’ impossibilità di accettare la morte di un figlio, le stranezze di due anziani, la nevrotica compilazione di liste sono tutti segni di un vuoto da riempire.

Ed ecco che l’abitazione non è mai salvifico.

Diventa isola dove possono abitare indisturbati i nostri demoni.

“Questo è il mio modo di camminare, penso.

Questo è il mio palazzo.

Questa è la chiave del portone.

Questo è il pulsante dell’ascensore che mi porterà al mio piano.

Le porte si chiudono.

Quando le porte si riaprono le luci del corridoio tornano a sfarfallare.”

Nella sintassi stringata si compie l’arcano di una letteratura provocatoria, attualissima, foriera di uno stato alterato.

Non sono necessarie scene visionarie o maldestri tentativi di edulcorata la realtà.

La vita è frammento difficile da ricomporre e la nudità diventa il bisogno di riappropriarsi del corpo, di sentirsi interi.

Prova brillante dove ognuno potrà trovare le fantasie distorte che non ha il coraggio di svelare.

 

 

Incipit tratto da “Un bacio prima di morire” Ira Levin SUR

 

 

 

“Andava tutto così bene, maledizione, i suoi piani procedevano a meraviglia, e ora proprio lei rischiava di mandarglieli a monte.

Un’ondata di odio gli eruppe dentro e lo travolse, fino a contrargli la mascella e pietrificargli il viso.

Ma tanto le luci erano spente.

E lei, lei continuava a singhiozzare piano nel buio, la guancia appoggiata sul suo petto nudo.

Al contatto con quelle lacrime e quel respiro ardenti gli venne voglia di spingerla via.

Riuscì infine a rilassare il viso.

La cinse con un braccio e le accarezzò la schiena.

Era calda, o meglio, era lui ad avere la mano fredda; si rese conto di avere tutto il corpo gelato, le ascelle grondanti e le gambe tremule come ogni volta che le cose prendevano una piega inaspettata e lo coglievano di sorpresa, impreparato ad affrontarle.

Rimase un attimo fermo ad aspettare che il tremore passasse. Con la mano libera le tirò la coperta sulle spalle.

«Piangere non serve a nulla», le disse dolcemente.

Lei, docile, cercò di smetterla, di soffocare il pianto.

Si sfregò gli occhi col bordo liso della coperta.

«È che… me lo tengo dentro da troppo tempo.

Lo so da giorni… settimane ormai.

Non volevo dirti niente prima di esserne sicura…»

La mano che le aveva posato sulla schiena adesso era più calda.

«Non potrebbe essersi sbagliato?», chiese con un filo di voce, nonostante fossero soli in casa.

«Impossibile».

«Di quanto sei?»

«Quasi due mesi».

Sollevò la guancia dal petto e lui si sentì i suoi occhi puntati addosso nell’oscurità.

«Che facciamo adesso?», gli domandò.

«Al medico non hai detto il tuo vero nome, voglio sperare».”

“Domani avremo altri nomi” Patricio Pron SUR

 

“La persona che si ama all’inizio non è quella che si ama alla fine,

L’amore non è un fine, ma un processo attraverso il quale una persona cerca di conoscerne un’altra”

L’esergo, tratto da “Stoner” di John Williams, scandisce il primo atto di “Domani avremo altri nomi” pubblicato da SUR e tradotto da Francesca Lazzarato.

Sulla storia principale si inseriscono innumerevoli rami e l’effetto complessivo è quello di un albero che si sviluppa in altezza e in larghezza, offrendo al lettore una panoramica molto complessa ed interessante.

Due personaggi e la scelta di “Lei” di concludere una relazione che dura da anni.

Si alternano le voci componendo episodi che solo apparentemente sembrano slegati.

Bisogna andare a fondo di ogni riflessione per imparare a conoscere i protagonisti, entrare nelle dinamiche mentali scatenate dalla separazione.

Accorgersi che la causa può essere banale ma nasconde un percorso interiore che si è incrinato.

Patricio Pron scrive una commedia brillante utilizzando uno stile personale.

La parola si mostra fluida nelle frasi lunghe che mimano lunghi monologhi, in alcuni passaggi si avviluppa su se stessa creando un gioco di equivoci necessari alla costruzione dello schema letterario.

“Doveva esserci un modo per separare anche i ricordi, così che, di tutto quello che avevano fatto insieme e gli era accaduto, a Lui ne restasse solo la metà, perché il peso gli riuscisse più leggero.”

Le riflessioni arrivano inaspettate, come fulmini in un giorno di primavera e caratterizzano una letteratura che non si lascia ingabbiare in figure abusate.

A far traballare non ci sono eventi trascendenti ma una quotidianità che si frantuma nelle paure personali, nei segreti non condivisi.

Analisi spietata e al contempo tenerissima di una generazione iperconnessa, incapace di scindere virtuale e reale.

Certamente conta una precarietà non solo lavorativa, ma è qualcosa di più sottile che inquina le poche certezze.

Non è casuale che la figura maschile sia uno scrittore, non solo per i riferimenti simbolici legati all’atto di rendere pubbliche le proprie idee.

È evidente la divertente satira all’universo editoriale troppo lento rispetto alle frenesie tecnologiche.

Il dolore per la perdita è per entrambi “paralizzante” e questa somatizzazione sviluppa l’interconnessione tra mente e corpo.

“Dietro a ogni editore, direttore di giornale, celebre architetto, grafico, pittore, scrittore di fama, massimo responsabile di una fondazione culturale o di un mezzo di comunicazione o di un’azienda, c’erano una o due donne brillanti che restavano nell’ombra, svolgendo il lavoro che i loro capi non volevano e, in realtà, non riuscivano a fare.”

Come non emozionarsi leggendo questa forte e sintetica analisi.

Lo scrittore dimostra che nel romanzo serio ogni tassello è pretesto per denunciare le storture e i guasti della società.

Vi invito ad osservare attentamente i personaggi secondari, anche loro avranno tanto da regalarvi.

“La differenza tra amore e desiderio – che così spesso tendevano a venire confusi – stava nel fatto che il primo conosceva la rinuncia, e il secondo no.”

Il finale? Sta a voi trovarlo e fidatevi, non vi deluderà.

“La terza vita di Grange Copeland” Alice Walker SUR

“La terza vita di Grange Copeland”, pubblicato da SUR e tradotto da Andreina Lombardi Bom, è opera monumentale,  affresco dove la bellezza del testo stride con la cruda realtà.

Si resta abbagliati di fronte ad una scrittura che ha la potenza esplosiva della denuncia, la ricchezza nella descrizione dei paesaggi, la forza prorompente dell’analisi psicologica.

L’esordio narrativo di Alice Walker conferma le ineguagliabili doti, la maestria nel tenere insieme tre generazioni, la padronanza di un lessico elastico, fluido.

La capacità di mostrare con rigore intellettuale le crepe di una società abbrutita dalla prevaricazione e dal dominio dei bianchi è innovativa.

L’autrice non si ferma a denunciare il razzismo esasperante ma ha il coraggio di oltrepassare i limiti.

Vuole farci toccare con mano la radice dell’odio e della violenza, farci sentire l’olezzo della paura, far aderire alla nostra pelle il senso di sconfitta.

Impossibile stabilire quale sia la figura dominante e questa spettacolare rotazione sui personaggi rende la trama intrigante e carica di colpi di scena.

Assistiamo alla crescita di Brownfield, alla ferita aperta causata dalla fuga del padre.

E quel padre che è stato esempio negativo diventa una sfida, un tassello mancante.

Inventarsi un nuovo percorso è impossibile e la terribile macchia di Grange passa al figlio, trasformandolo in un uomo rabbioso.

A pagare il prezzo più alto sono le mogli, vittime inconsapevoli della furia maschile.

Margaret e Mem unite dalla sventura di essere catena debole di un ingranaggio che conosce solo la prevaricazione.

“Adesso Brownfield picchiava regolarmente la moglie non più adorabile, perché questo lo faceva sentire, per un attimo, bene.

Ogni sabato notte la picchiava, cercando di scaricare su di lei la colpa del proprio fallimento, stampandogliela sulla faccia.”

Sembra che non ci sia redenzione, nessun raggio di luce.

Ancora una volta l’autrice sa comporre nuovi e inaspettati sviluppi.

Con Ruth, nipote amata, Grange subisce un profondo cambiamento.

Una linfa vitale attraversa le pagine che si colorano come per magia di umanità.

Quell’umanità ambita, cercata disperatamente offre un riscatto.

Mi piace riportare una frase che va ricordata come ultimo, spettacolare messaggio.

“Se uno combatte con tutto quello che ha, non ha bisogno di essere amareggiato”

È possibile resistere alla sottomissione, è necessario trovare la forza di guardare negli occhi colui che si proclama nemico e regalare il sorriso della purezza e della libertà interiore.

“Il viaggio premio” Julio Cortázar SUR

“Nel racconto non si possono evitare del tutto le persone ordinarie perché sono, in ogni momento e nella maggioranza dei casi, l’elemento indispensabile che collega gli avvenimenti quotidiani; ignorandole, dunque, contravveniamo alla legge della verosimiglianza.”

Scegliere come esergo di “Il viaggio premio” un brano di “L’idiota” di Dostoevskij è preludio perfetto ad un testo che dà voce ad un’umanità variegata, che si muove come trascinata da una volontà superiore.

A volte infantile, altre ingenua, ha come denominatore comune un’esistenza insignificante.

Accettare una crociera vinta alla lotteria significa confrontarsi con la propria mediocrità.

Il romanzo, pubblicato da SUR e tradotto da Flaviarosa Nicoletti Rossini, si articola su più piani.

Da un lato il reale e dall’altro l’inverosimile, quel qualcosa che non ci aspettiamo.

I tanti personaggi non hanno vie di fuga, devono confrontarsi con le variabili che non erano previste.

Succede di tutto in un’atmosfera che ricorda la policromia semantica dell’antiromanzo.

Non mancano i colori surreali e gli accenni al gotico.

La prima prova del Maestro Julio Cortázar ha già i tratti distintivi di una scrittura poliedrica dove le forme si intrecciano costruendo figure simboliche che si disintegrano e scompaiono se osservate a lungo.

Una nave molto strana e il mare come una presenza invasiva.

Vengono in mente i paesaggi descritti da Conrad dove l’ignoto può essere scoperta.

Le tracce della letteratura argentina nuotano disinvolte nel gioco di illusioni visive e percettive.

“Occorre tirare la maniglia, ficcare il naso nel cassetto.

Tirare è appropriarsi, appropinquarsi, oltrepassare se stessi.”

È così semplice varcare il limite?

Tra infiniti depistaggi e colpi di scena ci si chiede quanto le maschere che indossiamo siano le nostre vere sembianze.

Non resta che immergersi nella lettura e trovare non una ma tante risposte.

“I sette pazzi” Roberto Arlt SUR Edizioni

“Cosa sto facendo della mia vita?, si diceva in quei momenti, e forse con questa domanda sperava di chiarirsi le origini dell’ansia che gli faceva desiderare un’esistenza nella quale il domani non fosse la continuazione dell’oggi con la stessa misura del tempo ma qualcosa di diverso e di sempre inatteso.”

“I sette pazzi”, pubblicato da SUR Edizioni e tradotto da Luigi Pellisari, può sembrare spietato se ci si ferma ad una prima impressione.

Basta entrare lentamente nel mondo contorto di Remo Erdosain per apprezzare un’opera magistrale.

Una miscellanea di stilemi ed un linguaggio che caratterizza i personaggi.

Ritmo che sa accelerare quando il conflitto emotivo si fa teso per poi decelerare nei lunghi monologhi.

Non viene rappresentata solo l’Argentina con i suoi contrasti e la sua storia complicata.

Roberto Arlt ci mostra la perversione e la follia, il degrado e l’annullamento dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo.

Offre con una lucidità travolgente la sconfitta delle nostre esistenze, abbindolate da sogni impossibili.

Traccia cerchi concentrici che intrappolano le esistenze comuni, quelle che sfuggono all’onore delle cronache.

Falliti? Se li giudichiamo all’interno del contesto considerato normale.

Mi piace immaginarli come sognatori che hanno perso tutto e in questa condizione di emarginazione riescono a pensare.

Con le loro idee geniali e completamente fuori da ogni percorso mentale lineare provano a ribellarsi, a costruirsi castelli per non essere schiacciati dall’inedia.

“Il senso della parola affondava nella sua mente con la lentezza di una pietra in un’acqua troppo spessa.

Quando la parola toccava il fondo della sua coscienza, forze oscure ritorcevano la sua angoscia.

E per un istante, nel fondo del petto, restavano a galla, tremanti come in uno stagno fangoso, le male erbe della sua sofferenza.”

Nelle strade malfamate, nei luoghi del peccato non c’è mai assoluzione.

L’autore fa emergere il dolore di essere caduti in basso, regala il volto contratto della colpa.

“Nella nostra camera dei deputati e dei senatori vi sono individui accusati di usura e di omicidio, banditi venduti a ditte straniere, gente di un’ignoranza così crassa che il parlamentarismo qui diviene la commedia più grottesca che possa mai avvilire un paese.”

Denuncia politica e sociale in un testo molto introspettivo.

Un viaggio affascinante nei gorghi affollati della mente, una girandola di invenzioni surreali e il bisogno per sopravvivere di costruire “la Menzogna metafisica.”