Agenda Letteraria del 28 febbraio 2020

 

 

 

A Ispahan ci sono tre giardini.

Uno è dedicato ai giovani, un altro ai vecchi e il terzo ai non ancora nati.

I giovani giocano all’amore, i vecchi li osservano da lontano.

Questi ultimi sono torturati dai ricordi della propria gioventù; quegli altri dalla certezza di ciò che li attende.

Il significato del terzo giardino è un enigma.

Risolverlo è compito del viandante: il lettore.

José Emilio Pacheco “Ricordo e non ricordo Racconti scelti” SUR

“A me puoi dirlo” Catherine Lacey SUR

“È come se il tempo fosse altrove e quello che mi circonda non fosse il presente, bensì il futuro, un futuro possibile, mentre il presente è confinato in qualche posto che io non posso raggiungere per cui mi tocca vivere qui, in un futuro non meglio definito”.

“A me puoi dirlo”, pubblicato da SUR e tradotto da Teresa Ciuffoletti, è metafora perfetta dello spaesamento che accompagna la contemporaneità.

È la rotazione delle prospettive spaziali, il luogo in cui il corpo si inabissa ed emerge l’anima.

Ricerca di una memoria che si è confusa, increspata come un mare in tempesta.

È un nome proprio che ha perso significato, relegato in angolo buio dove non c’è spazio per la diversità.

La lingua come modalità espressiva è rauca, inopportuna, sovrastata dallo stridio insopportabile di suoni prepotenti.

È comunità che nella follia di perfezione mescola sacro e profano.

“Nessuno aveva motivo di cercare me, neppure per trovarmi. Una madre dovevo averla avuta, ma sapevo anche che non ce l’avevo.

Non ero nè figlio nè figlia di nessuno.

Che libertà e che condanna questa, non avere una casa a cui tornare”.

Panca, protagonista e voce narrante, è quel nessuno che nella storia della letteratura ha radici antiche.

Catherine Lacey  si appropria di un’icona e la modernizza.

Colloca il romanzo in un paese di provincia e con questa geniale strategia aggiunge mistero a mistero.

Gli attori del suo romanzo nel raccontarsi mostrano lacune e inciampi.

Rielaborando il passato provano a ricucire ferite.

Un’umanità varia appare e scompare, si racconta con l’ossessione di ribadire la propria esistenza.

Siamo avvolti da un’atmosfera nebulosa che non vorremmo abbandonare.

Il corpo è solo un inutile orpello, i concetti la negazione della razionalità.

“Un mondo dove le idee potevano contenere altre idee, dove i pensieri potevano vedere altri pensieri e la morte non poteva fine ai pensieri.”

Le domande esistenziali si inseguono e  nel finale ci si libera dalle sovrastrutture mentali, cadono le maschere, vengono sconfitte le ipocrisie mentre “sembra che il cielo sia azzurro e abbia una fine ma è solo un’impressione.”

 

 

 

 

Agenda Letteraria del 7 febbraio 2020

 

“Non possiamo vivere la vita degli altri, né possiamo vedere i ricordi o i sentimenti degli altri, per cui bisogna trovare dei metodi per condividerli.

Cosa c’è accanto a questo ricordo dentro di te?

Quali altri ricordi o sentimenti gli stanno vicino?”

 

Catherine Lacey “A me puoi dirlo” traduzione di Teresa Ciuffoletti SUR

“Cadere” Carlos Manuel Álvarez SUR

“Cadere”, pubblicato da SUR, è  polifonia di voci che partendo da un’unica storia riesce a svelarne espressività diverse.

La narrazione procede in verticale e nel raggiungere l’apice incrocia 4 destini.

Protagonista è la famiglia nella sua più vera essenza, luogo dove ognuno consuma il suo silenzio.

Spazio di negazione di sacri vincoli e in questa rotazione di prospettiva emerge un quadro articolato, prima informe, poi sempre più differenziato.

I protagonisti  si muovono come in trance tra sogno e realtà, attratti da qualcosa che dovrebbe allontanarli dal presente.

Un presente scomodo, in una Cuba che vive le dissociazioni e le conflittualità di un popolo con una storia pesante.

“Le notizie del telegiornale sono rimaste, disciplinate, come  rumore di fondo.”

Il mondo resta fuori, osservatore impassibile di una sconfitta.

Fine di un’ideologia e un vuoto immenso dove ognuno cerca di ristrutturarsi.

Luogo dove si fugge dall’altro, si nega, si copre, si prova a dimenticare.

“Non cerchi di aggrapparti a niente, ti abbandoni alla corrente, come un corpo rotto, fino a che ti impigli in un giunco o qualche mulinello ti trascina o ti assesti su una secca, e poi l’ultima cosa che pensi è che è andata, ora ti addormenti, e che quello, che ora ti addormenti, è l’ultimo pensiero che fai.”

Il giornalista Carlos Manuel Álvarez con il suo primo romanzo mostra le lacerazioni, le menzogne e le paure.

Ha una scrittura veloce e ai personaggi  regala una precisa identità, un segno di riconoscimento.

Costruisce parallelismi e con grande abilità li distrugge.

Mostra il figlio in palese rottura con l’idea di Patria, la figlia pronta ad adattarsi, il padre abbarbicato al passato.

Nella figura della madre concentra il non detto di tutti.

Donna che nella malattia si rifugia come fosse una culla e nel suo disperato tentativo di dissenso c’è tutta la forza di chi anche senza forze vuole esserci.

Nel suo incedere stentato è scritta la fragilità, la vulnerabilità, il disagio.

A turbare e a scuotere una strana telefonata e su questa invenzione letteraria si inscenano ipotesi, si immaginano delatori.

“La vita è proprio questo.

È la costante, il ciclo.

Soluzione, dissoluzione, e così all’infinito.”

È quella marginalità che dallo spazio angusto della mente deve uscire, trovando nuove vie.

È la cesura di legami ancestrali, il bisogno di aria, il desiderio di andare.

È dissoluzione e crescita, equilibrio instabile e ricerca continua.

È la parola che esplora impietosa la Storia.

Un testo che con grande delicatezza indaga i  processi emotivi, cognitivi, sociali e comportamentali nelle loro espressioni consce e inconsce.

 

 

Agenda Letteraria del 31 gennaio 2020

 

“È risaputo che i bambini nell’utero possono piangere.

Non importa che non ci sia aria, o che i loro polmoni e le vie respiratorie siano pieni di liquido amniotico, e che tutto questo impedisca che si generi qualunque tipo di rumore simile al pianto.

Lì dentro si piange comunque, in silenzio, urla e lacrime, senza che nessuno lo venga a sapere.

Non riuscivo a muovermi, non riuscivo ad aprire gli occhi.”

 

Carlos Manuel Álvarez “Cadere” traduzione di Violetta Colonnelli SUR

“Requiem per un sogno” Hubert Selby Jr. SUR

“Se le luci impedivano di vedere il cielo bastava fare una piccola magia e cambiare la realtà secondo il bisogno. I lampioni erano adesso pianeti e stelle e lune.”

Bronx, anni settanta.

Quattro personaggi  ruotano intorno al desiderio,  provano ad inventare un’alternativa ad una esistenza colorata di grigio.

“Strade intasate di gente e veicoli che brontolavano, urlavano e rombavano”.

L’indifferenza di chi insegue il successo, ambisce a realizzare ambizioni è come una macchia invisibile ma presente.

“Requiem per un sogno”, pubblicato nel 1978, riproposto da SUR, ha un impatto visivo che coinvolge gli altri sensi.

Seguiamo Sara e quell’ossessione di partecipare ad un programma televisivo è emblema di troppe assenze, di troppi rifiuti.

Per lei indossare l’abito rosso e le scarpe dorate significa tornare indietro, fermare le lancette che impietose hanno scavato rughe e imperfezioni.

Un delirio alimentato dalla televisione, illusoria paccottiglia travestita da regina.

Nello stesso scarto temporale, in un susseguirsi di scenari, il figlio Harry, la fidanzata Marion e l’amico Tyrone si avventurano nell’impervio deserto delle droghe.

“Tutto il rituale diventava simbolo dei loro bisogni.”

Nella rappresentazione di una generazione di sognatori illusi Hebert Selby Jr. è il perfetto detective dell’anima.

Vive con le figure che ha creato una parabola ascendente, non nasconde i dettagli di un’estasi fittizia, svela la lacerazione dell’astinenza.

Porta nel luogo dell’assuefazione in un viaggio lento, graduale.

Una magia che si rivela giorno dopo giorno, ora dopo ora un incubo e il corpo respinge ogni carezza.

È vittima di un mostruoso incantesimo mentre la mente vaga tra visioni e sogni in un intreccio sempre sul punto di esplodere.

La vergogna di essere diventati vittime, la paura incontrollabile, l’impotenza che toglie ogni volontà.

Coinvolti tutti dentro una ruota che punta al massacro ma lo scrittore semina spiragli, offre un pò di luce.

Basta cercare luoghi di approdo.

Un libro che bisogna leggere e far leggere perchè continua ad essere tragicamente attuale.

Sarà una lezione dura, a volte come uno schiaffo in pieno viso ma questa è la nostra società.

 

“Persone care” Vera Giaconi SUR

“Conoscono bene quei silenzi, e le porte sbattute, e quello che viene dopo”.

“Persone care”, pubblicato da SUR e tradotto da Giulia Zavagna, riesce a raccontare le relazioni con lucidità e onestà.

Nei dieci racconti i pensieri dei personaggi si animano restituendo l’essenza profonda dell’umanità.

Si leggono aspettando quel dettaglio rivelatore di una discromia affettiva.

Si aspetta il finale con urgenza perchè è nella conclusione della narrazione che tutto quello che avevamo immaginato viene scombinato.

Si prova tenerezza per Dumas che con la nipotina ritrova un linguaggio fantasioso.

Si percepisce come nostra l’ansia di Adrían di fronte al decadimento della madre.

Le crepe di famiglie apparentemente felici sono tracce di ben altre ferite, segno di un’incomunicabilità che finalmente emerge.

Anche gli oggetti, un orologio, un vecchio armadio, una fede acquistano una simbologia emotiva.

Il pregio della scrittrice uruguaina è certamente quello di mantenere uno stile conciso e al contempo tagliente.

Ogni frase svela e nasconde, ogni verbo sottolinea un’azione anche piccola ma mai banale.

La compostezza narrativa si accompagna ad una disarmante e illuminante visione del quotidiano.

Lo sguardo è attento, nulla sfugge all’osservazione e ogni gesto si dilata, mostra la sua faccia più contorta.

La fragilità non è colpa, è semplicemente l’ammissione della complessità dell’individuo.

Eliminati i colori dominanti si è circondati da tante sfumature ed ognuna corrisponde a quella parte di reale che ci neghiamo per negligenza o per semplice indifferenza.

Un brivido freddo ci percorre , una risata ci investe, un pianto ci emoziona.

L’autrice mette a nudo gli strappi più cocenti, ma non perde di vista la perenne ricerca di solidarietà.