“Davanti al dolore degli altri” Susan Sontag Nottetempo

 

“La guerra lacera, spacca.

La guerra squarcia, sventra.

La guerra brucia.

La guerra squarta.

La guerra rovina.”

“Davanti al dolore degli altri”, pubblicato da Nottetempo e tradotto da Paolo Dilonardo, ci costringe ad interrogarci sulla rappresentazione della guerra.

Attraverso un viaggio fotografico molto interessante ripercorriamo le brutalità che in ogni parte del mondo hanno portato morte.

I combattimenti tra serbi e croati, la Guerra Civile Spagnola, la Guerra in Vietnam: solo immagini sfocate e distanti?

Quanto ci siamo adattati all’orrore?

Cosa ci comunica una foto e quanto la didascalia può compromettere la veridicità?

Susan Sontag ci provoca, ci turba, ci incita a cogliere la differenza tra realtà e finzione.

A sentire lo squarcio delle carni lacerate, a provare pietà e a rimuovere l’indifferenza.

Le parole sono modulate da una ricerca che non è solo saggistica.

È la partecipazione e la rabbia, lo sguardo colmo di angoscia di fronte a fotogrammi che ci lasciano indifferenti.

“Che cosa significa protestare contro la sofferenza rispetto al semplice prenderne atto?

L’iconografia della sofferenza ha un lungo pedigree.

Le sofferenze in genere considerate degne di rappresentazione sono quelle imputabili all’ira, divina o umana.”

Dalla passione di Cristo alla rappresentazione dei martiri cristiani l’arte è sempre stata molto esplicita, vissuta nella sua spettacolarità.

Diverso deve essere l’approccio con la foto che racconta un campo di battaglia ed è importante non lasciarsi ingannare dalla propaganda di questo o quel paese.

Un invito a costruire una memoria collettiva che ci permetta di entrare nella narrazione del passato.

Riflettere sulle responsabilità, costruire una coscienza etica e provare a dire “noi”, a sentirci coinvolti personalmente.

Solo così si potrà realizzare un mondo di pace.

“La coscienza imbrigliata al corpo” Susan Sontag Nottetempo Edizioni

“La lealtà verso il passato

Il mio tratto caratteriale più pericoloso

Quello che mi è costato più caro.”

“La coscienza imbrigliata al corpo Diari e taccuini 1964 – 1980”, pubblicati postumi da Nottetempo Edizioni, sono il monumento ad una figura che ha saputo interpretare il suo tempo.

Susan Sontag è stata un’attenta studiosa dei cambiamenti culturali, una critica a volte spietata, una appassionata cultrice del bello.

Il libro, curato dal figlio David Rieff, tradotto da Paolo Dilonardo, è difficilmente catalogabile in un genere perché ha il pregio di mostrare la difformità della scrittura.

Pagine di annotazioni si mescolano a piccole riflessioni, a spunti per futuri sviluppi ideativi.

La scansione temporale potrebbe trarre in inganno ma ad una lettura scrupolosa il ritmo è scandito non tanto dai giorni quanto dalla qualità del testo.

Anche la frase che sembra fuori contesto rientra nel perfetto incastro di una mente geniale.

I riferimenti artistici, filosofici, storici sono sempre circostanziati, piccole gemme da unire insieme per costruire un panorama complessivo raffinatissimo.

“Nel XIX secolo le donne sono politicamente trasparenti”.

Frasi come questa attestano un impegno sociale, l’urgenza di avere una voce differente, mai omologata ai parametri maschili.

A commuovere è quel mostrarsi fragile, rendendo con parole poetiche la sofferenza e il senso di abbandono.

Il rapporto travagliato con la madre torna spesso come un ritornello che incasella e giustifica, perdona e redime.

“Mia madre mi schiaffeggiava in faccia perché le rispondevo, perchè la contraddicevo.

L’ho sempre giustificata.

Non mi sono mai permessa la rabbia, l’indignazione”.

L’analisi psicologica è lucidissima, certamente frutto di incessante ricerca di causa ed effetto.

Non c’è passività ed è questa assunzione di responsabilità che rende il libro meraviglioso.

E poi c’è l’amore, il possesso e la fuga, il bisogno e la paura.

“Se mi aspetto il meno possibile, non sarò ferita.”

 

Pensieri che avremmo voluto scrivere, suggestioni che abbiamo vissuto, epifanie che si svelano, ombre che si squarciano.

Un testo da rileggere come un viatico, una cura in questo mondo così parsimonioso di capacità critica.