“Il figlio della fortuna” Tsushima Yūko Safara Editore

 

“Il mondo non è altro che una grande illusione che scorre nel vuoto.

Non dobbiamo lasciarci ingannare.”

 

“Il figlio della fortuna”, pubblicato da Safara Editore e tradotto da Maria Teresa Orsi, è un intelligente incastro di illusioni.

Ci interroga sulla capacità di inventare scenari possibili, sul bisogno di tradurre desideri repressi in figure mentali reali.

Esempio dello shishõsetsu, “il romanzo dell’io” della letteratura giapponese, riesce a manipolare il lettore fin dalle prime pagine.

Un gioco interiore che non si sviluppa attraverso le parole.

A determinare lo scenario sono gli eventi, narrati seguendo una precisa cronologia.

Kõko è una donna indipendente, non si è mai lasciata piegare e cambiare.

Ha le sue convinzioni e le porta avanti rinunciando a tutto.

Quando il matrimonio finisce cede alle insistenze della sorella e le affida la figlia.

Pensa di non essere una buona madre e di non garantire un futuro.

Ma lo strappo nel tempo diventa dolore soffocato, germe di un flusso di giustificazioni e di condanne.

In questo logorante dualismo con sè stessa viene coinvolta la coscienza e qualcosa di inaspettato succede.

Tsushima Yūko offre pochi scorci del Giappone, piccoli dettagli del panorama mentre i ricordi si vanno dipanando.

La figura ostile e chiusa nel silenzio della madre, la morte del fratello e la paura costante verso un fato avverso.

“Come è possibile scoprire una verità legata all’eternità?

In questo istante, proprio in un istante si nasconde la forza capace di spezzare la catena delle illusioni.

Proprio in questo istante del presente si aprono gli occhi dell’eternità, capaci di cogliere il segreto del moto incessante dell’universo.”

Riusciamo a sentire il movimento della vita, l’origine del sogno e improvvisamente il palloncino vola in alto mentre la nostra protagonista esce fuori campo, a testa alta, ancora una volta sola.

E il coraggio della solitudine è la sua forza.

Un libro sul valore e sulla difficoltà di essere genitrici, un inno alla libertà di camminare verso altre mete, verso la riconquista dell’unità di mente e corpo.