“Madre piccola” Ubah Cristina Ali Farah 66thA2ND

 

“Ogni scrittura scaturisce da una domanda, si nutre di un’assenza.

Quell’assenza per me è stata per trentuno anni l’impossibilità di tornare a Mogadiscio, la città dove avevo trascorso la mia infanzia e adolescenza.

L’ho lasciata in fretta e furia nel gennaio 1991, allo scoppio della guerra civile.”

La prefazione di “Madre piccola”, pubblicato da 66thA2ND, è una potente traccia culturale che aiuta a comprendere l’urgenza della parola scritta.

Necessità di raccontarsi e soprattutto narrare la storia di un popolo.

Terra martoriata dalla guerra civile ha visto fuggire i suoi figli che esuli sono approdati in altri lidi.

Luogo della memoria, intreccio di tradizioni e profumi, madre che impone regole comportamentali, famiglia che unisce anche nella distanza.

Sangue che si fa tesoro, scrigno di ricordi ed emozioni.

Sussurro che continua a vibrare nell’aria e si trasforma in canto.

Volo che sogna il ritorno, agogna l’aspro sapore di ciò che è stato.

Il romanzo ha radici antropologiche fortissime ed è frutto di una ricerca affannosa che non riguarda solo l’autrice.

Ubah Cristina Ali Farah è testimone e amplificatrice di voci, di vite spezzate, di sogni mai realizzati.

È coraggiosa compagna di viaggio capace di andare a fondo delle conflittualità, del patriarcato, del distacco che lacera la pelle.

È tessitrice di infiniti racconti che si intersecano, si confondono come fili colorati che compongono una tela.

E su questa tela sono stampati nomi e volti di chi non c’è più, di chi è stato arrestato, perseguitato, ucciso.

Di chi vaga senza meta e senza identità, di chi ha attraversato il deserto, ha conosciuto il mare in tempesta.

È narrazione di leggi ingiuste e di confini invalicabili.

Di donne tenaci che provano ad integrarsi.

Di amicizie che non si spezzano.

Di ricongiungimenti e abbracci.

Di uomini che non trovano la rotta, perduti in un oceano d’indifferenza.

Non mi piace pensare che le protagoniste siano Barni e Domenica Axado.

Il libro è corale anche nello stile.

La scelta di una lingua che sa ritrovare la saggezza antica è prova che l’autrice abbia voluto regalarci un affesco dalle tante sfumature.

Sono le figure femminali nelle loro diversità a costruire un ipotetico futuro, a crederci, ad inventare alternative ad un’esistenza sottotraccia.

A loro dobbiamo tanto perchè ci insegnano che bisogna essere genitrici della terra che ci ha partorito.

Un testo che commuove e fa riflettere, una costruzione poetica ed empatica, attuale e tragicamente vera.

Le lacrime purificano mentre “la storia cammina”

“Narrare è un atto catartico che ci salva da quella voragine oscura che è l’oblio, narriamo perchè c’è qualcuno disposto ad ascoltarci, il rapporto con l’altro ci definisce reciprocamente.”

È questa la letteratura.

 

“Le stazioni della luna” Ubah Cristina Ali Farah 66THA2ND

 

“Dalla nave, Mogadiscio riluceva di un bianco fulgido, simile al bordo dentellato di una conchiglia.

La superficie baluginava argentea e una striscia di sabbia candida percorreva il litorale.

I minareti spuntavano snelli sugli edifici e, in lontananza, si distingueva il formicolio del porto, i preparativi frenetici per lo sbarco.”

Clara torna nella terra che l’ha vista nascere, vuole riappropriarsi di radici che è stata costretta a tagliare da bambina.

Ad allattarla una donna somala, Ebla, che con generosità le è stata seconda madre.

Da questo legame forte divamperanno passioni e speranze.

“Le stazioni della luna” sembra un viaggio di ritorno ma è solo un’illusione.

Man mano che la trama si infittisce ci si accorge che il romanzo ha marcati tratti storici.

È la testimonianza di un popolo che ha subito “Il protettorato” inglese e italiano.

Non ha avuto scelta ma non ha perduto l’orgoglio e quel bagaglio di conoscenze tramandate dagli avi.

Ubah Cristina Ali Farah scrive un testo politico avvalendosi di dati storici accertati.

Lo fa con il garbo di chi crede nella narrazione come strumento di apprendimento.

Regala una visione dell’Africa nella sua interezza.

I colori, le tradizioni, i riti ancestrali, le tante leggende vengono preservate dell’oblio.

Sono voci che arrivano dal passato, che si impastano con la sabbia e con il sole.

Sono monumenti di una cultura antica che insieme diventano letteratura.

Tante le donne che animano la struttura narrativa ma ad Ebla è affidato il compito di rappresentarle tutte.

Lei che non ha accettato un matrimonio combinato, che sa leggere i presagi del cielo, che non ha fatto infibulare la figlia, è figura di riferimento.

Madre di tutte coloro che credono nella resistenza, pronta a lottare.

“Camminiamo in strada aperta,

la vita è sempre meravigliosa nella luce assolata del giorno.

Nessuno può piegarmi la testa,

nessuno può spezzarmi le ossa,

nessuno può mettermi il cappio,

nessuno può toccare le persone che amo.

Io sono Ebla.”

Un romanzo delicato come un fiore che sta per aprirsi ai raggi del sole.

Poetico, sincero, diffonde amore e amicizia.

Parla di reciprocità e rispetto, di mani che si stringono mentre bianco e nero sono solo colori di un’unica grande famiglia che è quella umana.