“Un bacio prima di morire” Ira Levin SUR

 

Una trama dalla quale non si può fuggire.

Noir che sa giocare sulle sorprese.

Scavo psicologico non solo dei personaggi.

Ira Levin nel romanzo di esordio “Un bacio prima di morire”, pubblicato da SUR e tradotto da Daniela De Lorenzo, mette a fuoco le cause del Male.

Del giovane arrampicatore sociale traccia le origini di una caratterialità spigolosa, fredda, calcolatrice.

Nella costruzione del piano perfetto per un matrimonio d’interesse non si fa scrupoli, non si pone limiti.

Si resta raggelati di fronte alla sua premeditazione, curata nei minimi dettagli.

A pagare sarà la figlia di un magnate del rame.

Dorothy è ingenua, credulona, innamorata.

Questi due opposti si stagliano come un monito che percorre tutto il romanzo.

Da un lato il Bene e dall’altro il Male e la bravura dello scrittore sta nel sottolineare le differenze.

Il lettore assiste ad una tragedia dettata da qualcosa che inizialmente sfugge alla comprensione.

Piano piano la mente diabolica ha uno scarto ideativo e succede l’irreparabile.

Nella seconda parte della storia l’intreccio si spinge verso il poliziesco mantenendo sempre accesi i sensori di nuovi e imprevedibili sviluppi.

Impeccabile la realizzazione scenografica, le ambientazioni, le soste dove si coglie il frammento di un pensiero.

Altra interessante traccia interpretativa è la multiforme personalità del colpevole, capace di ogni genere di travestimento.

Si può realizzare il delitto perfetto?

A questa domanda l’autore risponde con un finale indimenticabile costruito ad arte.

Non esiste perdono e forse nemmeno redenzione.

Magistrale prova letteraria che conferma la creatività e l’originalità di Ira Levin.

 

 

 

Incipit tratto da “Un bacio prima di morire” Ira Levin SUR

 

 

 

“Andava tutto così bene, maledizione, i suoi piani procedevano a meraviglia, e ora proprio lei rischiava di mandarglieli a monte.

Un’ondata di odio gli eruppe dentro e lo travolse, fino a contrargli la mascella e pietrificargli il viso.

Ma tanto le luci erano spente.

E lei, lei continuava a singhiozzare piano nel buio, la guancia appoggiata sul suo petto nudo.

Al contatto con quelle lacrime e quel respiro ardenti gli venne voglia di spingerla via.

Riuscì infine a rilassare il viso.

La cinse con un braccio e le accarezzò la schiena.

Era calda, o meglio, era lui ad avere la mano fredda; si rese conto di avere tutto il corpo gelato, le ascelle grondanti e le gambe tremule come ogni volta che le cose prendevano una piega inaspettata e lo coglievano di sorpresa, impreparato ad affrontarle.

Rimase un attimo fermo ad aspettare che il tremore passasse. Con la mano libera le tirò la coperta sulle spalle.

«Piangere non serve a nulla», le disse dolcemente.

Lei, docile, cercò di smetterla, di soffocare il pianto.

Si sfregò gli occhi col bordo liso della coperta.

«È che… me lo tengo dentro da troppo tempo.

Lo so da giorni… settimane ormai.

Non volevo dirti niente prima di esserne sicura…»

La mano che le aveva posato sulla schiena adesso era più calda.

«Non potrebbe essersi sbagliato?», chiese con un filo di voce, nonostante fossero soli in casa.

«Impossibile».

«Di quanto sei?»

«Quasi due mesi».

Sollevò la guancia dal petto e lui si sentì i suoi occhi puntati addosso nell’oscurità.

«Che facciamo adesso?», gli domandò.

«Al medico non hai detto il tuo vero nome, voglio sperare».”