“Viburno rosso” Vasilij Šukšin Marcos Y Marcos

 

“Egor cammina a passi larghi.

Deciso.

Tenace.

Così ha sempre camminato nella sua vita, come su quel campo: deciso e tenace.

È caduto, si è rialzato e si è rimesso a camminare.

Ha camminato come se il suo riscatto fosse in quell’andare e andare, senza fermarsi, senza guardare indietto, come se fosse possibile fuggire da sé stesso.”

Un uomo che ha pagato il suo conto con la giustizia e che appena uscito dal campo di rieducazione e lavoro cerca di reinserirsi nella società.

In cinque anni di prigionia ci sono stati cambiamenti epocali ed il poveretto fa fatica ad adattarsi.

Sogna una vita e un lavoro normali, immagina un riscatto possibile.

L’incontro con la donna con la quale ha intrattenuto un dialogo epistolare è spiazzante e divertente al tempo stesso.

Scritto per il cinema, “Viburno rosso” ha un andamento a zig zag costruito su immagini che si dissolvono veloci.

Una pellicola che si snoda nelle nebbie di un presente difficile da decifrare.

Il libro, pubblicato da Marcos y Marcos e curato da Paolo Nori, è la riscoperta di un’opera decisamente provocatoria.

Impietoso è lo sguardo sulle condizioni delle carceri e altrettanto graffiante quella di una società di sbandati.

Ma è la figura del protagonista che orienta la narrazione.

Ho l’impressione che nel costruire un tipo letterario l’autore abbia voluto portare in scena la metafora dell’esistenza sempre in bilico tra sentimenti e passioni contrastanti.

L’incapacità o forse l’impossibilità di scegliere sono in contrasto con il ritmo sciolto del testo.

“Signore mio, se si sapesse ancora piangere in questa vita, sarebbe tutto più facile.

Ma dai suoi occhi non uscì una lacrima nemmeno una volta.”

Nel finale suggestivo forse il rosso si spanderà nella terra, disegnando fiori e solo allora tornerà la quiete.