“Lontananza” Vigdis Hjorth Fazi Editore

 

Johanna ha abbandonato famiglia, marito, patria.

Ha scelto la libertà e accanto al nuovo compagno si dedica al grande sogno della pittura.

Un figlio, tanti successi mentre il tempo scorre seppellendo il passato.

Al rientro in Norvegia da vedova un tarlo la ossessiona.

Chi è sua madre e perché non ha saputo accettarla?

“Lontananza”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Margherita Podestà Heir, è ricerca dolorosa, desiderio di capire, voglia di sconfiggere il mito della maternità.

Brevi capitoli come fossero tracce di un percorso che bisogna fare da soli.

Frasi lapidarie in uno stile omogeneo lasciano intravedere un vuoto affettivo.

Ad un ritmo iniziale lento segue un susseguirsi di pensieri che si mescolano ai ricordi.

La figura del padre e della sorella sono ingombranti presenze, muri di incomprensione.

Al centro di questo castello inaccessibile c’è lei, la donna che l’ha procreata.

Fragile, incerta, paurosa: restano tracce d’infanzia e di adolescenza che certamente nascondono altre verità.

“Dovrà pure chiederselo.

Cosa penso, come sto, a prescindere da quanto lei sia arrabbiata e risentita, se lo domanderà,  perchè nonostante tutto io sono la figlia quasi sessantenne.”

Una resa dei conti con sè stessa che assume le forme di un’ossessione.

Ed ecco che bisogna inventarsi la figura materna.

Immaginarne le giornate, costruire quel presente che manca.

“Mi invento mia madre confusa e indifesa in una stazione ferroviaria per tormentarmi?

Mi diverto o mi angustio al pensiero di mia madre smarrita e turbata sul binario.”

Vigdis Hjorth attraversa con competenza gli spazi del “perturbante”.

Non appaiono strategie letterarie nella costruzione della storia che ha salite e discese, varchi e voragini.

Due donne, icone da riadattare.

La frattura del modello di perfezione affettiva è evidente e nel finale deflagra con una gestualitá carica di tensione.

Vorremmo fermare l’attimo in cui tutto può cambiare ma intuiamo che è necessario andare a fondo, assaporare l’aspro gusto del rifiuto.

Un libro che non conosce il compromesso: duro e bellissimo.

 

 

 

“Eredità” Vigdis Hjorth Fazi Editore

 

“Cercavo l’abisso come se si trattase di una pulsione, che cosa c’era in me che non funzionava?”

La voce di Bergljot travolge, contamina, incalza.

Il personaggio viene costruito lentamente, con piccoli tasselli che creano una costante e crescente tensione narrativa.

Una donna che ventitrè anni prima ha interrotto i rapporti con la famiglia d’origine.

Sembra questo il nucleo centrale di “Eredità”, pubblicato da Fazi Editore.

Un matrimonio fallito, un amore sfuggente e il desiderio di togliere il velo al non detto.

Una ferita antica che possiamo intravedere, ne cogliamo l’amarezza mentre cerchiamo di annodare i fili di una narrazione empatica.

I genitori restano imbalsamati in una condizione statica, come burattini messi da parte.

Le lettere e imessaggi scambiati con i fratelli sono tele incompiute, segni di un isolamento non solo fisico.

Vigdis Hojorth colpisce la sacralità della famiglia, ne evidenzia conflitti, mostra macerie.

Lascia al suo personaggio lo spazio e il tempo per ricomporre la personalità lacerata.

Assiste alle sedute psicoanalitiche dove tutto si svolge dentro una nebulosa confusa.

Vuole creare il climax e ci riesce.

Quando la verità uscirà come una raffica di vento il lettore avrà bisogno di assorbire l’orrore.

Le vessazioni subite durante l’infanzia possono essere dimenticate?

Si può perdonare e assolvere chi non ha voluto vedere?

Come scrive Jung: “l’incoscio è un enorme magazzino storico.”

Uscirne indenni non è facile ma è necessario nella certezza che “non è facile essere un essere umano”.

“Vivere, respirare”, scrivere per guarire.