“Eredità” Vigdis Hjorth Fazi Editore

 

“Cercavo l’abisso come se si trattase di una pulsione, che cosa c’era in me che non funzionava?”

La voce di Bergljot travolge, contamina, incalza.

Il personaggio viene costruito lentamente, con piccoli tasselli che creano una costante e crescente tensione narrativa.

Una donna che ventitrè anni prima ha interrotto i rapporti con la famiglia d’origine.

Sembra questo il nucleo centrale di “Eredità”, pubblicato da Fazi Editore.

Un matrimonio fallito, un amore sfuggente e il desiderio di togliere il velo al non detto.

Una ferita antica che possiamo intravedere, ne cogliamo l’amarezza mentre cerchiamo di annodare i fili di una narrazione empatica.

I genitori restano imbalsamati in una condizione statica, come burattini messi da parte.

Le lettere e imessaggi scambiati con i fratelli sono tele incompiute, segni di un isolamento non solo fisico.

Vigdis Hojorth colpisce la sacralità della famiglia, ne evidenzia conflitti, mostra macerie.

Lascia al suo personaggio lo spazio e il tempo per ricomporre la personalità lacerata.

Assiste alle sedute psicoanalitiche dove tutto si svolge dentro una nebulosa confusa.

Vuole creare il climax e ci riesce.

Quando la verità uscirà come una raffica di vento il lettore avrà bisogno di assorbire l’orrore.

Le vessazioni subite durante l’infanzia possono essere dimenticate?

Si può perdonare e assolvere chi non ha voluto vedere?

Come scrive Jung: “l’incoscio è un enorme magazzino storico.”

Uscirne indenni non è facile ma è necessario nella certezza che “non è facile essere un essere umano”.

“Vivere, respirare”, scrivere per guarire.