Incipit tratto da “Voglio sappiate che ci siamo ancora” Esther Safran Foer Guanda Editore

 

 

 

 

 

“Sul mio certificato di nascita si legge che sono nata l’8 settembre 1946 a Ziegenhain, in Germania.

Il giorno è sbagliato, la città è sbagliata e la nazione pure.

Ci ho messo anni a capire come mai mio padre si era inventato quelle bugie. E come mai, ogni anno, il 17 marzo mia madre entrava in camera mia e mi dava un bacio sussurrandomi: «Buon compleanno».

Rimettere insieme i frammenti della mia storia famigliare è stata l’impresa di una vita. Sono figlia di sopravvissuti all’Olocausto e questo, per definizione, implica vicende tragiche e complicate.

La mia infanzia è stata piena di silenzi, punteggiati di tanto in tanto da rivelazioni sconvolgenti.

Ero consapevole di ignorare molte cose, oltre al segreto del mio compleanno inventato.

I miei genitori erano restii a parlare del passato e io avevo imparato ad aggirare gli argomenti delicati.

Poco dopo aver compiuto quarant’anni, mentre mi preparavo a tenere un discorso in una sinagoga della zona, ho deciso che sarebbe stata l’occasione giusta per colmare qualche lacuna nella nostra storia famigliare.

Mi sono seduta con mia madre nella cucina rosa della sua villetta anni Cinquanta, in una via di case tutte uguali abitate prevalentemente da famiglie di sopravvissuti all’Olocausto. Seduta, dunque, al suo tavolo di fòrmica finto marmo, vedevo i buoni sconto accuratamente ritagliati e impilati con ordine vicino al frigorifero, pronti per la spesa successiva.

Nell’armadietto sottostante c’erano farina e cereali, tutti acquistati sottocosto, in quantità sufficienti per affrontare una catastrofe in piena regola.

Ho cominciato con qualche domanda su mio padre e la sua esperienza in guerra.

Mio padre era stato un enigma, una figura evanescente su cui i nostri discorsi non si soffermavano mai, e nemmeno i miei pensieri più intimi.

Mia madre ha bevuto un sorso del caffè solubile che adorava e ha risposto senza troppi preamboli che mio padre aveva vissuto in un ghetto con sua moglie e sua figlia.