“Anne e i fantasmi” Laura Freudenthaler Voland

 

La scrittura di Laura Freudenthaler avvolge in una spirale misteriosa, un magma che ribolle e lascia intuire le partiture di una musica surreale.

Ci si inoltra nel territorio dell’inconscio e nelle deviazioni della mente si aprono pozze di realtà.

“Anne e i fantasmi”, pubblicato da Voland e tradotto da Paola Del Zoppo, sviluppa due interpretazioni narrative.

Il realismo di ogni gesto della protagonista si scontra con una impercettibile ma costante rappresentazione simbolica.

Anne e Thomas formano una coppia spenta che non sa riempire i silenzi.

Solo frasi abusate necessarie a mantenere una parvenza di normalità.

A tenere in mano la struttura narrativa è la figura femminile che sa incastrare perfettamente i vari sentieri del romanzo.

Sa interrogarsi, cercare prove del tradimento del consorte e contemporaneamente assaporare attimi di libertà.

Basta un bar a permetterle di osservare la vita altrui.

Questo stesso gioco viene ripetuto all’interno della sua relazione.

Immagina il suo uomo in compagnia della “ragazza”, sente le parole, percepisce gli sguardi.

Ci fa credere che le sue visioni siano reali, ci fagocita in descrizioni dettagliate dove tutto è osservato dall’esterno.

La scrittrice è geniale nel proporre una letteratura virtuale, fatta di frammenti e di costrutti mentali.

La leggerezza dei ricordi di un tempo felice regala una insolita poesia, è il risvegliarsi della memoria che pretende la sua parte.

Anne è coprotagonista di un sogno ad occhi aperti, è parte di un triangolo amoroso che vorrebbe escluderla.

Non chiede niente, non pretende risposte, resta in una sospensione che le permette di non lasciarsi schiacciare dalla sofferenza.

C’è e non c’è, si sovrappone all’altra donna, sceglie di ritornare ai margini.

“C’è un che di istintivo nelle persone e nella vita stessa, spesso un accordo non pronunciato, che pone termine a un discorso come per caso, senza il minimo sforzo. Rimane tutto in sospeso in quei film, discorsi iniziati, azioni, bevande ordinate e lasciate lì intonse.”

È quel sospeso a regalarci l’autenticità di una trama originale che parte dal linguaggio come espressione della diversità ed arriva alla musica che è comunione dell’Io.

Gli altri restano fuori come ingombranti presenza fatte di aria.

 

“Miti personali” Matteo Marchesini Voland

 

“Ora Orfeo ricomincia a muovere la testa a scatti, da tutte le parti, e scivola indietro, sempre più indietro, finchè scompare nell’inferno notturno di una città che non è più sua.”

Ricostruzioni fantasiose che riorientano l’idea della leggenda.

Capacità di raccontare l’epica restitituendo ai personaggi l’umanità e la fragilità.

Achille ed Ettore “ombre complici, mere varianti dell’Uno che aveva voluto dividersi per gioco e farsa emotiva.”

Matteo Marchesini in “Miti personali”, pubblicato da Voland, non abbandona la prosa poetica rendendo i sedici racconti pittoriche rappresentazioni di un flusso di immagini.

Il momento in cui Socrate sta per abbandonarsi alla morte diventa attimo privato che non conosce la gloria.

La complicità tra Giocasta ed Edipo stringe in un patto d’amore che annulla il peccato.

Il lago in cui si specchia Narciso può essere luogo senza confine o spazio di pace.

Ogni narrazione prevede più interpretazioni ed il lettore può provare a partire dal finale per elaborare un nuovo percorso narrativo.

Il pensiero si libera dall’azione e regala la purezza della creatività.

La scrittura segue il corso di un fiume agitato, si interrompe o si incastra in esercizi di stile.

La parola si apre e spezzando la sua forma certa diventa vocale o consonante in una spettacolarizzazione esplosiva.

“Tutto è vero, anzi non è vero né falso ma è reale.”

Questa continua oscillazione tra verità e finzione è l’alchimia di una letteratura che sa improvvisare nuovi scenari offrendo versioni emozionanti di quei blocchi culturali che hanno edificato la mitologia.

“Gli aerostati” Amélie Nothomb Voland

 

“Stesa sul letto, immaginavo di essere un tram, non tanto per chiamarmi desiderio, quanto per non conoscere la mia destinazione.

Mi piaceva l’idea di non sapere dove stessi andando.”

Amélie Nothomb con questa frase preannuncia sorprese.

Conoscendo le sue opere sappiamo che sa capovolgere le trame, improvvisare finali inaspettati, giocare con la psiche dei personaggi.

I suoi libri sono una rivelazione del senso autentico della vita, a volte crudele, doloroso.

Gli aerostati”, pubblicato da Voland e tradotto da Federica Di Lella, è una scommessa letteraria di raffinato pregio.

Ange è una studentessa universitaria, solitaria, amante della filologia, lettrice vorace.

Accetta di dare ripetizioni a Pie sperando di fargli superare la dislessia.

“Non aveva mai letto un libro!

Darne la responsabilità alla scuola mi sembrava un pò riduttivo.

I genitori non avrebbero potuto prendere l’iniziativa?”

Come compiere il miracolo e stimolare la passione per la lettura?

Trasformando le storie in occasioni di confronto, rileggendo i personaggi con spirito critico.

Ed ecco che l’Iliade, l’Odissea permettono “l’identificazione”.

Superato questo scoglio la voracità del ragazzo è sconvolgente.

L’interpretazione della “Metamorfosi” di Kafka, l’amore narrato in “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet rappresentano l’approccio vero alla Cultura.

La scrittrice non si ferma a questo stadio già molto intrigante.

Fa entrare in scena i genitori del ragazzo mostrando il volto deforme di una borghesia che non conosce i propri figli.

È necessario che lo scontro tra generazioni non sia intrappolato dal silenzio ma forse non è più tempo di parole.

Nel finale colpa non coincide con pentimento, paternità non è oppressione.

Un romanzo dove l’esperienza si costruisce vivendo, l’amore può essere un volo di farfalla.

Si impara tanto e si comprende che l’innocenza è solo un’illusione.

 

“Essere rosso” Javier Argüello Voland Editore

“La storia delle dittature e degli esili cela sempre tormenti molto più sottili che in genere restano nascosti dietro la portata del contesto, ma la verità è che la vita si gioca più in quei particolari che negli avvenimenti raccolti nei libri di testo.”

 

Javier Argüello in “Essere rosso”, pubblicato da Voland e tradotto da Francesco Ferrucci, racconta un secolo filtrando episodi personali e familiari.

Attraverso i ricordi dei genitori ricompone un amore che è stato alimentato dal sogno di un mondo migliore.

Dall’Argentina al Cile con l’ardore e l’entusiasmo di chi crede in un ideale.

“Il sogno comunista accese le speranze del mondo intero, o almeno una parte.

E diffondendosi nel mondo attraversò l’oceano e arrivò in America, e dal Messico Zapatista scese lungo la Cordigliera delle Ande per incontrare il sangue di Túpac Amaru e del Che.

E si diffuse nelle foreste e sugli altopiani fino a raggiungere l’immensità della pampa.”

È il 1959 e su una nave diretta a Vienna si incontrano Lolita e Omar.

Li vediamo con i capelli al vento mentre leggono le poesie di Whitman, sentiamo l’empatia che li accompagnerà per tutta l’esistenza.

Li amiamo per la coerenza che è stata sempre fiaccola accesa.

Per i sogni che non si sono spenti, per il coraggio dimostrato durante la dittatura cilena, per il dolore subito quando hanno dovuto abbandonare l’Argentina.

L’autore riesce ad equilibrare più piani narrativi senza disorientare il lettore.

Passato e presente si frantumano in episodi che sanno essere universali.

Il libro è carico di nostalgia ma lucidissimo nell’esporre gli eventi drammatici che hanno segnato l’America Latina.

Commovente l’episodio della caduta del Muro di Berlino.

“Vedemmo le lacrime negli occhi di quanti si incontravano.

Vedemmo famiglie riunirsi dopo anni di separazione e gente di tutte le età buttare giù il muro.”

Il testo ha il pregio di sviluppare un’analisi geopolitica molto puntuale analizzando cause ed effetti della fine del comunismo, del golpe cileno e delle responsabilità individuali che hanno portato al capitalismo.

“Raccontiamo le nostre vite – come sto facendo io adesso – con la speranza di riuscire a dargli un senso che in realtà non hanno, e releghiamo gli episodi più dolorosi in sotterranei dimenticati, sperando così di liberarci da essi.

E invece li lasciamo in eredità ai nostri figli.”

Una consegna a volte dolorosa ma necessaria che permette l’immortalità.

Non possiamo ignorare le parole dello scrittore:

“Possiamo confidare nell’essere umano?

Possiamo confidare che prima o poi tenga più in considerazione il prossimo di quanto non abbia fatto negli ultimi millenni?”

Dobbiamo credere nell’uomo nuovo.

Da leggere e rileggere

“Per sentire che non è tutto perduto e per pensare che, anche se lo fosse, dovremmo provarci lo stesso.

Per testardaggine e per obbligo.

Per non ignorare il peso di ogni granello di sabbia.

Per abbracciare la distanza tra il primo secondo e l’infinito.”

 

 

 

“Enne” Valentina Durante Voland

“Ritengo che controllare il tempo attraverso il suo uso, trasformando il tempo sprecato in tempo utilizzato, non sia altro che un autoinganno: ci sarà sempre del tempo non controllato, da qualche parte, del tempo vuoto, tempo che scivola dagli interstizi di tempo.”

Attraverso le lettere inviate ad “Enne” scopriamo lentamente la personalità del protagonista.

Della vita precedente restano solo cocci sparsi e il desiderio di dimenticare.

Prende le distanze da sè stesso e da ciò che lo circonda e anche nella scelta del lavoro crea una sorta di vuoto.

“Il mercoledì e il giovedì sono impegnato al Centro Unico Prenotazioni dell’ospedale di Montebelluna: prenoto esami e visite mediche e ritiro referti.”

“Il martedì e il venerdì mattina sono impegnato all’ufficio Postale di Montebelluna. Ci vengo per conto di altre persone: spedisco e ritiro pacchi e raccomandate, pago bollettini di conto corrente postale e qualche vaglia.”

Un ritmo che esclude emozioni e relazioni.

Gli altri sono e devono restare sagome nello sfondo.

Il romanzo pubblicato da Voland si sviluppa come  monologo interiore.

Sembra fin dalle prime pagine una lunga, tragica confessione.

Il bisogno di osservarsi da una distanza oggettiva, di scoprire quali e quanti cambiamenti potranno intaccare la sfera psicologica.

Costruito con le atmosfere di un noir ne mantiene la tensione e il pathos.

Quella ripetizione di gesti sempre uguali impedisce ogni intrusione, ogni novità.

C’è una presenza che aleggia come un rimpianto e diventerà il macigno della colpa.

“Io non posso capire la morte della donna che avrei dovuto sposare.”

Valentina Durante spalanca le voragini dell’Io.

Compone una trama avvincente dove tutto sembra immobile e non lo è.

Introduce colpi di scena che sembrano casuali ma sono costruiti ad arte.

Smonta l’idea di condivisione del dolore e mostra la lotta dell’individuo con le radici della sofferenza.

Fotografa il momento in cui c’è “la negazione di quel nostro per ritornare infine al mio e al tuo,” ristabilendo i confini.

Affida al lettore un finale inaspettato e bellissimo.

Lo squarcio del buio e la luce della Verità.

Una Verità che coinvolge tutti noi e ci costringe a guardare negli occhi la profondità delle nostre solitudini.

 

 

“La scatola di latta” Paolo Donini Voland Editore

Che senso ha scrivere versi? Quale ruolo ha la poesia? Quanto segna l’evoluzione linguistica?

“La scatola di latta”, pubblicata da Voland, non solo risponde ai tanti quesiti ma fa riflettere sulla relazione tra lemma e memoria, pensiero e fonema.

Una storia fantasiosa ambientata nel paesino di Ics dove per un misterioso incidente gli abitanti non ricordano più le parole. Sono costretti a balbettare frasi senza senso, incapacaci di accettare la loro sconfitta lessicale.

È divertente assistere alla misteriosa scomparsa e ci si chiede a quale involuzione si stia assistendo.

Cambiamenti climatici, spostamenti prospettici e divertenti aneddoti trasformano la trama in un esercizio stilistico architettato con ingegno e creatività.

“I giorni passavano in quel trambusto di ammanchi e stranezze, dove tutti balbettavano frasi bucherellate”.

Paolo Donini inventa figure caricaturali con pochi tratti.

Il personaggio che ameremo profondamente è P, isolato dalla comunità, perso in un mondo tutto suo. Costruttore di rime per il piacere di leggerle.

Sarà lui a regalare un finale bellissimo restituendo all’arte poetica e alla Cultura il compito di salvare il mondo.

“Sete” Amélie Nothomb Voland Editore

 

“La notte da cui scrivo non esiste.

I Vangeli sono categorici.

La mia ultima notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi.

Il giorno seguente vengo condannato e la sentenza è immediata.”

È Dio che da uomo si racconta con voce struggente.

Nelle ultime ore sentiamo sulla pelle una sofferenza che ci trafigge.

Tra coloro che lo accusano ci siamo anche noi, incapaci di comprendere la Potenza del Miracolo.

E in quella cella, allegorico luogo del tradimento, le parole arrivano spezzate e nel leggerle abbiamo la netta percezione della nostra distanza dal Divino.

“Ho pensato al dolore. La mia anima ha vacillato”.

È la vertigine dell’esistenza: “Non c’è arte più grande che quella di vivere.”

Esperienza che conosce la rabbia, il disagio, l’ingombrante presenza della folla.

Confessione spietata, mentre l’anima “sotto forma di una corrente impetuosa” urla.

E quell’urlo riempie di senso l’incarnazione, traccia un legame indissolubile tra spirito e materia.

Amélie Nothomb ci regala pagine sublimi con quella sua lingua che nella dissacrazione del Mito trova la sua purezza.

“L’amore è energia e quindi movimento”

È un fascio di luce, flusso che penetra riunendo “la certezza e il dubbio”.

È fonte di quell’acqua che disseta, estasi e delizia, meraviglia assoluta.

La Madre e Maddalena entrambe figure che escono dalla cornice della narrazione e si muovono con la gestualità di chi esplora i sentimenti dell’altro.

Cosa significa credere? Come abbandonarsi senza rimpianti alla morte?

Un libro che apre tante strade al nostro bisogno di spiritualità.