“Enne” Valentina Durante Voland

“Ritengo che controllare il tempo attraverso il suo uso, trasformando il tempo sprecato in tempo utilizzato, non sia altro che un autoinganno: ci sarà sempre del tempo non controllato, da qualche parte, del tempo vuoto, tempo che scivola dagli interstizi di tempo.”

Attraverso le lettere inviate ad “Enne” scopriamo lentamente la personalità del protagonista.

Della vita precedente restano solo cocci sparsi e il desiderio di dimenticare.

Prende le distanze da sè stesso e da ciò che lo circonda e anche nella scelta del lavoro crea una sorta di vuoto.

“Il mercoledì e il giovedì sono impegnato al Centro Unico Prenotazioni dell’ospedale di Montebelluna: prenoto esami e visite mediche e ritiro referti.”

“Il martedì e il venerdì mattina sono impegnato all’ufficio Postale di Montebelluna. Ci vengo per conto di altre persone: spedisco e ritiro pacchi e raccomandate, pago bollettini di conto corrente postale e qualche vaglia.”

Un ritmo che esclude emozioni e relazioni.

Gli altri sono e devono restare sagome nello sfondo.

Il romanzo pubblicato da Voland si sviluppa come  monologo interiore.

Sembra fin dalle prime pagine una lunga, tragica confessione.

Il bisogno di osservarsi da una distanza oggettiva, di scoprire quali e quanti cambiamenti potranno intaccare la sfera psicologica.

Costruito con le atmosfere di un noir ne mantiene la tensione e il pathos.

Quella ripetizione di gesti sempre uguali impedisce ogni intrusione, ogni novità.

C’è una presenza che aleggia come un rimpianto e diventerà il macigno della colpa.

“Io non posso capire la morte della donna che avrei dovuto sposare.”

Valentina Durante spalanca le voragini dell’Io.

Compone una trama avvincente dove tutto sembra immobile e non lo è.

Introduce colpi di scena che sembrano casuali ma sono costruiti ad arte.

Smonta l’idea di condivisione del dolore e mostra la lotta dell’individuo con le radici della sofferenza.

Fotografa il momento in cui c’è “la negazione di quel nostro per ritornare infine al mio e al tuo,” ristabilendo i confini.

Affida al lettore un finale inaspettato e bellissimo.

Lo squarcio del buio e la luce della Verità.

Una Verità che coinvolge tutti noi e ci costringe a guardare negli occhi la profondità delle nostre solitudini.

 

 

“La scatola di latta” Paolo Donini Voland Editore

Che senso ha scrivere versi? Quale ruolo ha la poesia? Quanto segna l’evoluzione linguistica?

“La scatola di latta”, pubblicata da Voland, non solo risponde ai tanti quesiti ma fa riflettere sulla relazione tra lemma e memoria, pensiero e fonema.

Una storia fantasiosa ambientata nel paesino di Ics dove per un misterioso incidente gli abitanti non ricordano più le parole. Sono costretti a balbettare frasi senza senso, incapacaci di accettare la loro sconfitta lessicale.

È divertente assistere alla misteriosa scomparsa e ci si chiede a quale involuzione si stia assistendo.

Cambiamenti climatici, spostamenti prospettici e divertenti aneddoti trasformano la trama in un esercizio stilistico architettato con ingegno e creatività.

“I giorni passavano in quel trambusto di ammanchi e stranezze, dove tutti balbettavano frasi bucherellate”.

Paolo Donini inventa figure caricaturali con pochi tratti.

Il personaggio che ameremo profondamente è P, isolato dalla comunità, perso in un mondo tutto suo. Costruttore di rime per il piacere di leggerle.

Sarà lui a regalare un finale bellissimo restituendo all’arte poetica e alla Cultura il compito di salvare il mondo.

“Sete” Amélie Nothomb Voland Editore

 

“La notte da cui scrivo non esiste.

I Vangeli sono categorici.

La mia ultima notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi.

Il giorno seguente vengo condannato e la sentenza è immediata.”

È Dio che da uomo si racconta con voce struggente.

Nelle ultime ore sentiamo sulla pelle una sofferenza che ci trafigge.

Tra coloro che lo accusano ci siamo anche noi, incapaci di comprendere la Potenza del Miracolo.

E in quella cella, allegorico luogo del tradimento, le parole arrivano spezzate e nel leggerle abbiamo la netta percezione della nostra distanza dal Divino.

“Ho pensato al dolore. La mia anima ha vacillato”.

È la vertigine dell’esistenza: “Non c’è arte più grande che quella di vivere.”

Esperienza che conosce la rabbia, il disagio, l’ingombrante presenza della folla.

Confessione spietata, mentre l’anima “sotto forma di una corrente impetuosa” urla.

E quell’urlo riempie di senso l’incarnazione, traccia un legame indissolubile tra spirito e materia.

Amélie Nothomb ci regala pagine sublimi con quella sua lingua che nella dissacrazione del Mito trova la sua purezza.

“L’amore è energia e quindi movimento”

È un fascio di luce, flusso che penetra riunendo “la certezza e il dubbio”.

È fonte di quell’acqua che disseta, estasi e delizia, meraviglia assoluta.

La Madre e Maddalena entrambe figure che escono dalla cornice della narrazione e si muovono con la gestualità di chi esplora i sentimenti dell’altro.

Cosa significa credere? Come abbandonarsi senza rimpianti alla morte?

Un libro che apre tante strade al nostro bisogno di spiritualità.